It’s my party (and I’ll read if I want to)

Raise me a dais of silk and down;

Hang it with vair and purple dyes;

Carve it in doves and pomegranates,

And peacocks with a hundred eyes;

Work it in gold and silver grapes,

In leaves and silver fleurs-de-lys;

Because the birthday of my life

Is come, my love is come to me.

(Christina Rossetti)

 

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Credits: A Royal Day Out

 

So che è un giorno come tutti gli altri e che è sciocco affidare a un arco temporale di ventiquattr’ore una valenza emotiva e un carico di aspettative e revisioni pari e quello affidato al primo dell’anno, da sempre festival dei bilanci e dei buoni (o cattivi) propositi.

Il mio compleanno per me è sempre stato un big deal, un ‘evento’ significativo, un giorno a cui non assegnare un sassolino bianco o nero nello stile dei Romani, ma un sassolino rosa (perché rosa è il mio colore preferito, noblesse oblige).

Ci sono compleanni che ricordo più degli altri: i miei ventiquattro anni, arrivati quasi a tradimento in un dormitorio universitario a Islington, Londra. Ero arrivata a gennaio e conoscevo ancora pochissima gente: a mezzanotte mi ero quindi trascinata verso la cucina comune per festeggiare con una tazza di tè caldo e un pacchetto di Hobnobs, sentendomi sola e triste. Ho incontrato in cucina un ragazzo afro-portoghese che avevo visto solo di sfuggita, nei corridoi della residenza: mi ha chiesto perché avessi gli occhi così tristi, il ghiaccio si è rotto e abbiamo trascorso la notte a chiacchierare. La mattina, quando mi sono svegliata, ho trovato un post-it giallo attaccato sulla porta della mia stanza, con un aggettivo – quixotic, donchisciottesco – e la sua definizione – persona astratta, idealista, prone a rincorrere illusioni (e a combattere contro gli eventuali mulini a vento). Continuo a pensare che sia una delle definizioni più calzanti ed esplicative del disordine discreto, della malinconia e dell’infinita irrequietudine che mi porto dentro.

Ci sono stati i trent’anni, per i quali non mi sentivo assolutamente pronta e che si sono tradotti in una festa improvvisata nel mio vecchio appartamento di Bruxelles, tra fiumi di champagne (ovviamente rosa) e un karaoke incentrato sull’intera colonna sonora di Mamma mia! (la mia versione di Dancing queen, della quale rimangono imbarazzanti testimonianze fotografiche, è passata alla storia). Di quel compleanno ricordo i fiumi di lacrime (le mie, da vera drama queen quale sono) versate la notte precedente di fronte alla prospettiva di abbandonare la comfort zone dei vent’anni e l’assortimento di amici che si sono presentati alla mia festa improvvisata: diversissimi per età, lingua e nazionalità, uniti dal generoso impulso di aiutarmi a salutare i miei vent’anni con un party decadente ‘degno di Kate Moss’ (parole di una delle invitate).

Ci sono stati i miei trentadue anni, festeggiati in anticipo con un afternoon tea a Covent Garden, nella mia Londra (e dove, se no?) e con una visita alla libreria della mia casa editrice preferita, The Folio Society, dove mi sono regalata le edizioni di Anna Karenina e Lolita più belle del mondo. Avrei poi trascorso il mio compleanno effettivo in un triste hotel business di Helsinki per un colloquio di lavoro, festeggiando con una barretta di noccioline comprata da Tiger (non mi hanno nemmeno offerto il lavoro, ma questa è un’altra storia).

Cosa vorrei per questo compleanno incipiente (a parte essere a Londra, cosa che quest’anno non si verificherà, a parte miracoli dell’ultimo momento?) Vorrei essere sorpresa. Vorrei la capacità di sorprendermi ancora. Vorrei la capacità di sperare che, anche se l’ultimo anno non è andato come avrei voluto e mi sento quasi imprigionata in una serie di situazioni che mi rendono claustrofobica, le cose possono cambiare, e cambieranno presto. Vorrei ventiquattr’ore di leggerezza.

Nel frattempo, se non posso fermare il tempo in attesa che le cose prendano un corso diverso, vorrei la capacità di riuscire a guardare fuori dal finestrino e godermi il paesaggio e quei momenti preziosi – i sorrisi, le risate, le pagine, i bicchieri di vino, i tramonti inaspettati – che rischiano altrimenti di passare inosservati.

Dato che sono (anche) una ragazza materiale, ci sono anche alcune cose più o meno tangibili che mi piacerebbe ricevere per il mio compleanno:

  • uno dei Libri Muti di Slow Design, bellissimi taccuini realizzati a mano che riproducono le copertine di celebri classici (quello che mi piace di più è Lolita);

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  • un inglesissimo afternoon tea con A Royal Day Out, un servizio londinese ideato da una coppia di creativi, Lauren e Max, che promettono di far trascorrere una giornata nel XVIII secolo, con tanto di abiti d’epoca, parrucche, trucchi e picnic a Kensington Gardens. Ho sempre pensato di essere nata nel secolo sbagliato, quindi un giorno di lenta, decadente celebrazione stile Marie Antoinette (meno la faccenda della decapitazione) sarebbe un’esperienza indimenticabile;
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Credits: A Royal Day Out

 

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Credits: A Royal Day Out

 

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Credit: Paris Boutik Hotels

 

  • una notte ad Edinburgo, una delle mie città del cuore, in un appartamento ispirato a Hogwarts;

HP

Soundtrack: Strokes come se piovesse, da I’ll try anything once (Soon you were born/ In 1984) a What ever happened? (Oh, that’s an ending that I can’t write/’Cause I’ve got you to let me down)

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