Il Calendario dell’Avvento letterario #17: indovina chi viene a cena per Natale?

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture sconclusionate

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È stata LibrAngoloAcuto a ricordarmi il perché io ami tanto Perrotta, che, in un calendario che di solito contempla grandi classici, stona un po’. Ma quando si è ventilata l’idea di un nuovo calendario dell’avvento, mi sono detta “E quest’anno di chi parlo?” poi la domanda è stata cambiata all’occorrenza con “Chi invito a cena quest’anno?”. Tre erano i papabili: Henrietta Lacks, Ira Levin e Tom Perrotta e, dopo aver lungamente pensato e provato ad invitarne due, con Perrotta che continua a ronzarmi attorno, ho deciso per quest’ultimo. Ma chi è Perrotta? Perrotta è uno scrittore e anche uno sceneggiatore per la rinomata HBO e nel 2003 veniva citato nella rubrica mensile del The Believer da Hornby, che per la prima volta si avvicinava a quella che è diventata a tutti gli effetti l’opera più conosciuta di questo autore: “L’insegnante di astinenza sessuale” ( Edizioni E/O, 2009, 4,90€). Qualche anno più tardi, poco prima che arrivasse anche qui, intorno al 2006 nella stessa rubrica, Hornby che già scriveva saltuariamente rispetto a prima a causa dei frequenti viaggi per le presentazioni dei suoi libri, scriveva di sentirsi molto stupito ma anche orgoglioso che Perrotta, arrivato al grande pubblico per tre opere riconosciute come capolavori – che comprendono il già citato romanzo, “Intrigo scolastico“(Edizioni E/O, 2009, 16,50) e “Bravi bambini” (BUR, 2007, 5,90€)-, venisse definito in patria “il Nick Hornby americano. Fantasioso, umano. Divertente e profondo”(NewsWeek).

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Eppure, come nel caso di Hornby, capire il senso del lavoro di Perrotta pare essere complicato per il pubblico italiano e, probabilmente, è dato dal fatto che molti che vi si avvicinano non trovano quello che pensano ci debba essere in un romanzo. Nel tempo sono decisamente convinta che per autori come questi bisognerebbe coniare un genere diverso e più consono visto che, a conti fatti, non sono romanzi ma nemmeno saggi ma sono di certo analisi di un vissuto, passato o recente che permettono di delimitare una società attraverso i singoli che la compongono. L’arte e il talento si esprimono nel racchiudere queste osservazioni all’interno di una storia, il limite di questo metodo espressivo è che la storia è e diventa un brogliaccio di situazioni, luoghi e avvenimenti in cui muovere i personaggi e quindi non necessariamente ha un inizio e una fine, ma parte da un punto qualsiasi che demarca l’evento scatenante e finisce quando le scelte che hanno operato i personaggi in questo anomalo tavolo da gioco non sono più possibili o non rappresentano più l’espressione di un comportamento derivante dalla cultura in cui si cresce ma diventano parte stessa del personaggio che le vive, divenendo abitudini. È un concetto complesso e articolato, ne convengo, ma ogni opera di Perrotta che sia arrivata all’altare dell’apprezzamento di critica e lettori si può sintetizzare così. Avviene anche per il suo lavoro “The leftovers. Svaniti nel nulla”(Edizioni E/O, 2015, 11,64€), conosciuto più per la sua trasposizione in serie TV che per il libro stesso che ha giudizi non totalmente entusiastici perchè i lettori, in mancanza di una introduzione che li guidi, si trovano spaesati senza un finale certo e, alcuni, marcano come noiosa la prosa perrottiana non vedendo un fine cui puntare. Eppure la grande metafora di un romanzo che è nato intorno ai primi anni del 2000 diventa la nemesi di questa narrativa: il punto più alto di espressione di una società e un’opera unica che difficilmente potrà presto essere superata da un’altra ancora più particolare e incisiva.

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In “The leftovers”, infatti, l’elemento scatenante è la scomparsa di migliaia di persone diverse. Non c’è un nesso fra una sparizione e l’altra: spariscono adulti e bambini, neri e bianchi, spariscono persone alte e basse, buone e cattive. Quindi non c’è una logica. Però in un anno qualunque, ognuno può essersi ritrovato a scrivere davanti al pc con l’amico del cuore e ad un certo punto, girandosi, può essersi accorto che l’amico che commentava ora è improvvisamente sparito, come vaporizzato. Non iniziamo da quel momento, ma un anno dopo, quando l’America e questo paese di provincia non fa eccezione, si ritrova a dover fare i conti con le commemorazioni e con i sopravvissuti. È un termine strano quello dei “Sopravvissuti” in particolare nel caso di questo strano evento; chi è sparito non è morto, ma non c’è nemmeno, non ci sono indizi che sia da un’altra parte, ma nemmeno che non ci sia più su questa terra. Vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, l’11 settembre 2001.

Con la caduta delle torri gemelle, usiamo dire che sono morte migliaia di persone, ma contempliamo in queste migliaia, quelli che si sono trovati e quelli che non abbiamo trovato più, ma che si sapeva che fossero in quei luoghi. La riflessione perrottiana segue due vie: l’accettazione di un evento inspiegabile e le soluzioni per trovare una via per trovare una pace che ci aiuti ad andare avanti. L’accettazione è forse la questione che più rappresenta la complessità della natura dell’uomo: accettare le vittime di un evento come quello dell’undici settembre è di per se un evento complesso, perché è l’evento che era inconcepibile fino ad allora per tutti. Accettare che in un evento così inconcepibile un tuo caro sia “morto ufficialmente” anche se non hai nemmeno il bordo di un vestito da riconoscere e seppellire fa sì che non comprendiamo mentalmente che lo status del congiunto è che non tornerà più ma al contempo ci fa domandare “E se non fosse stato lì? se si fosse salvato e non si ricorda chi è?”. La vita di colui che in questo caso, davvero sopravvive non a qualcuno ma nonostante un evento, genera una seconda osservazione sulla società americana: la ricerca di una vita di sopravvivenza accettabile. E in questo caso, in particolare quando si parla di America, a sorpresa ne viene fuori che la società si riorganizza diventando uguale a prima anche se la composizione cambia. Detta in maniera più facile da capire per chi non conosca questo lavoro: la società in questione ha una base di partenza che prevede che il singolo è artefice del suo destino. In un mondo che dall’esterno sembra correre verso l’affermazione individuale però il singolo cerca sempre un contatto e, in America, spesso si ritrova nei gruppi di ascolto e supporto per qualsiasi motivo: alcol, solitudine, famiglia, figli, disordini alimentari, e chi più ne metta. Persino per i buoni sconto o per le passioni di hobbistica esistono gruppi di confronto o anche associazioni che organizzano eventi in cui i soci possano trovare e coltivare un obiettivo comune. Cosa avviene quindi in Leftovers, quindi? In risposta ad un evento destabilizzante perché impensabile, la risposta della società diventa inizialmente diversa da quella che ci sia aspetterebbe: il singolo, invece di stringersi al gruppo di appartenenza (di ascolto, associazionario o familiare) prende spesso le distanze isolandosi nel suo dolore. C’è chi riesce a convivere con il dubbio, ma più spesso, cerca di associarsi con chi individua vivere la stessa sofferenza o cerca nuovi gruppi religiosi che possano fornire una qualsiasi risposta, là dove risposta, ovviamente, non c’è. La società che chiude la storia è sostanzialmente simile a quella di partenza, ma è comunque differente, perché sono cambiati i riferimenti.

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È affascinante seguire questo aspetto della narrazione perrottiana perché apre una miriade di finestre in ambiti, spesso, decisamente ristretti; permette di notare le differenze culturali fra nazioni completamente diverse e anche fra razze completamente differenti, come succede nella serie TV dove, nella seconda stagione, il fulcro è una società completamente diversa anche se non è molto distante “fisicamente” da quella della prima e del libro, ovvero la comunità latino-americana. La differenza fra i due mondi, e qui credo sinceramente che solo Perrotta possa riuscire in questo frangente a sottolineare le sottigliezze,  la differenza è propriamente dei riferimenti culturali dei singoli: mentre il classico americano non ha un pesante retaggio religioso che si insinui nelle scelte di ogni giorno, ma tende a rendere il “credo” parte della sua esistenza e quindi sceglie cosa e chi credere, nella società latino-americana, il cristianesimo e le sue derivazioni pesano come un macigno sulle scelte dei singoli che, nel momento di massima perdizione, tornano a lui per cercare risposte. Quindi questo aprirebbe a nuove riflessioni e in particolare se la diversità non sia nazionale ma solo culturale. Se un musulmano ortodosso, o un ebreo, o un cristiano di origine italiana, anche se americani, avrebbero avuto una risposta simile a quella che vediamo nella seconda stagione di The Leftovers oppure no. Alla lunga, e dopo queste riflessioni, mi sono sempre risposta di sì, la differenza è data dal peso del retaggio e non dalla nazionalità anche se, per alcuni atteggiamenti, anche la nazionalità ha decisamente il suo peso.

Perché invitare quindi Tom Perrotta alla cena di Natale? Dopo tutto questo discorso potrebbe sembrare una scelta alquanto bislacca ed è invece decisamente sensata. A 16 anni dall’evento inspiegabile, reale o narrato, mi pacerebbe sapere quali sono le nuove osservazioni in materia di risposta della società ad eventi terroristici e capire, attraverso una sua storia se siamo diventati insensibili oppure no. In particolare quello che mi ha colpito è l’attentato, non di grandi dimensioni, avvenuto a New York poche ore prima della sfilata di Halloween. Strano ma vero, un evento che avrebbe gelato il sangue non ha impedito alla città, poche ore dopo di vedere la sfilata. Potremmo vederla come la risposta di una società che non si piega più all’orrore del terrorismo e che decide di ignorarlo nella speranza che chi usa questi mezzi per protestare rinunci a favore di vie più umane o, per contro, che, dopo tanti eventi simili, ci siamo abituati e quindi, come nelle migliori tradizioni perrottiane, la storia si chiude qui e non dopo. Allora non rimarrebbe che trovare un nuovo elemento che destabilizzi la società per ricrearne un’altra. una novella distopia insomma. Me lo ha fatto venire in mente Librangolo acuto proprio perché lo ha letto di recente e ne abbiamo parlato (la grande fortuna è quella di avere tante amiche lettrici che hanno molta voglia di confrontarsi). Per cui questo è il mio invito a cena di quest’anno, che Henrietta non me ne abbia, ma Tom, con tutti i pregi e difetti -che sicuramente ci saranno, ma sono meno visibili rispetto alle qualità sin qui citate-, per quest’anno ha scalzato tutti. Ognuno, in fondo, il Natale lo passa un po’ come gli pare e, a me, le discussioni letterarie e sociologiche piacciono da morire.

Buone letture e buone feste,

Simona

Bibliografia:

Una vita da lettore“, Nick Hornby, Guanda, 2008, 12,00€

Shakespeare scriveva per soldi“, Nick Hornby, Guanda, 2010, 8,00€

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