Il Calendario dell’Avvento letterario #10: il Natale svedese before it was cool

rosso intenso 2

Questa casella è scritta e aperta da Valeria di Gynepraio

Io amo follemente Astrid Lindgren per l’impegno profuso nel narrare l’infanzia in un modo originale e diverso da quello cui ci hanno abituati la letteratura italiana e anglosassone, dominate dall’onnipresente figura dell’orfano. In mezzo a fiammiferaie, mendicanti e bambine ricche trasformatesi in umili serve, converrete che i personaggi di Astrid Lindgren sono una boccata di fresca aria svedese: si può essere orfani senza essere vessati dalla sorte (Pippi e la sua allegria) e udite udite, si può anche non essere orfani. È il caso di Martina, protagonista di un romanzo e di un telefilm omonimi. Io ho avuto la fortuna di leggere un’edizione anni ’80 del glorioso Euroclub, cui mia madre e mia zia erano entrambe abbonate, e sulla cui cover verde brossurata c’era una scandinavissima bambina bionda. Ho riletto Martina più volte e ho avuto occasione, con l’aiuto di Google Translate, di scoprire molto su questo romanzo: la versione svedese originale si chiamava “Madicken på Junibacken”, dove Madicken è proprio il nome svedese di Martina (che starebbe per Margherita, credo che in italiano sia stato cambiato per esigenze di traduzione) e Junibacken (tradotto come Poggio di Giugno) è il nome della sua casa dal tetto rosso. In Svezia Madicken è un’istituzione: il suo grembiulino con le maniche a sbuffo è noto come “Madicken apron” ed è, insieme a Pippi Calzelunghe, un tipico travestimento carnevalesco (a riprova del fatto che Astrid non ha creato personaggi, ma vere icone).

 

medicken_apron

Martina ha una famiglia tradizionale: un papà che fa il giornalista e che è “socialista”, una mamma che fa la mamma, una tata-governante e una sorellina di nome Lisa. Vivono nella Svezia rurale ai tempi della prima guerra mondiale: sono benestanti, non ci sono drammi ma solo le esperienze di due bambine normali in età prescolare. Come Pippi Calzelunghe (altro mio grande amore), il romanzo si compone di episodi giustapposti che avvengono in un periodo di 4 stagioni: il format ideale non solo per una trasposizione televisiva ma anche per lo span di attenzione di un bambino, il quale apprezza maggiormente degli episodi dotati di inizio-svolgimento-fine rispetto alle trame lunghe e articolate (non è un caso che Pippi Calzelunghe sia la trascrizione di una fiabe a episodi che la Lindgren stessa inventò per sua figlia).

 

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Perché Martina è speciale? A differenza della sua biondissima e mansueta sorella Lisa, Martina ha i capelli castani ed è “agile come un gattino“. Martina è una peste: per dirvene una, decide di emulare i soldati della prima guerra mondiale che si calano con un paracadute buttandosi dal tetto di casa con l’ausilio di un ombrello. Spoiler: si salva e se la cava con una commozione cerebrale coi fiocchi. Ma è soprattutto buona: dopo un anno scolastico passato ad azzuffarsi con Mia, una bambina povera e da tutti derisa perché aveva i pidocchi, Martina se li prende a sua volta. Ma con l’aiuto della mamma e della loro governante Alva, Mia e suo fratello vengono invitati allo spidocchiamento che si tramuta in un’occasione di riconciliazione. Un pidocchio-party diciamo.

pidocchio_party.png

Ma grazie a Martina, tanti anni prima che Ikea approdasse nello stivale, ho imparato che cos’è il Natale svedese. Il capitolo più bello, e antropologicamente interessante, è quello in cui la famiglia Engström si prepara ad accogliere il Natale. Capirete che, per una nazione che ha fondato tutta la sua fortuna e la sua iconografia sull’inverno, il Natale è centrale come la Pasqua a Gerusalemme, anzi come il Ferragosto a Milano Marittima.

Il Natale svedese prevede una serie di lunghe e complesse pulizie, che nel romanzo vengono descritte con dovizia di particolari: si lavano le tende e i centrini, si sbattono tappeti e coperte, si sfregano le assi in legno del pavimento, si lucidano gli argenti. Immagino che quegli interventi straordinari che in Italia vanno ricompresi sotto il nome di “pulizie di primavera”, in Svezia si chiamino pulizie di Natale. Poi c’è la decorazione: vengono accese candele, appese ghirlande e decorazioni alle finestre e infornate montagne di biscotti al burro che verranno mangiati durante le vacanze e ovviamente somministrati a Babbo Natale e ai suoi aiutanti insieme un po’ di latte. I regali sono importanti, ma non importantissimi: Martina e Lisa, la notte di Natale, avranno in regalo una sorellina urlante e nuova di zecca.

È stato allora, prima che apparissero i Santa Klaus aggrappati alle ringhiere, che l’Ikea ci insegnasse a infilare lo zenzero in polvere ovunque e a disporre artisticamente cuscini con le renne rosse, prima che uscissero i libri su Hygge e Lagöm, prima che tutti cominciassimo a pinnare furiosamente foto di corone di eucalipto e catene di lucine Led, dicevo, è stato allora che ho deciso che a casa mia si sarebbe atteso e accolto il Natale come un vecchio amico infreddolito, come qualcosa di bello che, costi quel che costi, va difeso e onorato.

Quando si accorge che è mezzanotte passata e che dovrà attendere un altro anno prima che sia di nuovo Natale, Martina si mette improvvisamente a piangere dicendo “Oh no, è già finito tutto”. Non ci crederete, ma a me succede la stessa cosa ogni 25 dicembre.

NOTA Attualmente il romanzo Martina, con il titolo “Martina di Poggio di Giugno” è edito da Salani

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