Il Calendario dell’Avvento letterario #9: un Natale di privazioni

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Il Calendario dell’Avvento di Manuela è diventato una delle mie tradizioni natalizie preferite. Sarà anche che sono intollerante al lattosio, quindi se faccio tanto di avvicinarmi ai Calendari che si trovano nei supermercati, quelli coi cioccolatini al latte dentro, ecco, il Natale mi acquista tutto un altro significato fatto di dolore e sofferenza.

Dal 2015 penso dunque a un tema simil-natalizio e ne chiacchiero gioiosamente su queste allegre lande internettiane, lasciando che una colonna sonora adeguata mi guidi nella scrittura del post. Oggi tocca allo Schiaccianoci di Tchaikovsij – o comunque intendiate scriverlo, che le possibilità non mancano.

Il Natale nella letteratura ha molteplici sfaccettature; c’è il lato romantico, quello drammatico-familiare, il tema della redenzione. Cotanta festività è stata presa e ripresa così tante volte da sviluppare un numero indecifrabile di significati e sfumature.

C’è però un particolare aspetto del Natale cui mi viene istintivo pensare, quando lo collego al magico mondo della narrativa, ed è la povertà. Il Natale inteso come modestia, sacrificio e privazioni.

Natale in casa March è l’esempio perfetto. Piccole donne ne cattura l’essenza fin dall’incipit, con quella chiacchierata delle sorelle davanti al fuoco che decidono di fare a meno dei regali per quell’anno, in modo da poter rendere più lieto il Natale della madre. E che fa la madre, la mattina di Natale? Sceglie lei stessa di privarsi di una lauta colazione insieme alle ragazze, e di comune accordo con loro sfama piuttosto un’intera famiglia di umilissima estrazione.Ma forse sbaglio a iniziare il discorso con Piccole donne. So bene che il binomio “Sacrificio” e “Natale” porta alla mente in modo assai più diretto un’altra opera di narrativa, che tutti conosciamo soprattutto per via delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche e animate. Mi riferisco ovviamente a Canto di Natale di Charles Dickens, i cui personaggi per me avranno sempre i volti affibbiati dalla Disney. Scusami, Charles, ma l’espressione più calzante del tuo Scrooge per me rimane Zio Paperone.

C’è ancora un racconto di Hans Christian Andersen, il più grande traumatizzatore nella storia della letteratura. George R. R. Martin, fatti da parte, che la vera divinità del massacro è il vecchio Hans. Il soldatino di stagno sarà pure la mia favola preferita, ma diamine le lacrime. Ma non è la tragica vicenda del soldatino il magico legame tra Andersen e il Natale; non con La piccola fiammiferaia in giro per le nostre librerie. Un racconto dedicato interamente alla morte per congelamento di una bambina, con tanto di descrizione delle sue allucinazioni. E neanche una mezza lamentela dal Moige.

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La piccola fammiferaia si collega facilmente al Natale di Martin di Lev Tolstoj; poche pagine irte di tristezza, sulla disgrazia di un ciabattino rimasto solo dopo aver perso sia la moglie che i figli. Notiamo subito la vena allegra che contraddistigue l’autore, e non è difficile intuire un finale di morte dato comunque per lieto: Martin si riunisce alla famiglia, col Vangelo tra le mani e un sorriso sulle labra.

A pensarci bene non è affatto strano che una festa che siamo ormai abituati a vivere come un momento di allegria e ritrovo, calore, cibo e (doloroso) sperpero di denaro, fosse in altri tempi primariamente associata con povertà e privazioni. Che la datazione sia o meno quella giusta, tecnicamente il Natale dovrebbe rifarsi alle difficili vicende di una famiglia assai modesta, costretta a trovare rifugio in una stalla. Chi interpreta la festa partendo da un’ottica cristiana, ne riprenderà i valori primigeni di povertà e sacrificio, facendone il vero tema dei racconti. Dobbiamo anche pensare che un tempo la letteratura per l’infanzia aveva una funzione più educativa che ludica, e che tramite favole e storielle si tentava di far trangugiare ai fanciulli le basi di un comportamento corretto, di umiltà e obbedienza.

Chi parla di Natale in tempi più recenti, da prospettive ben più laiche e moderne, lo fa spesso per lamentare il consumismo imperante, per indicare con sprezzo l’ipocrisia di una festa che vorrebbe fingersi sentita, ma che pare esprimersi al suo meglio nell’opposto del suo spirito primigenio. Ne hanno parlato Dino Buzzati in Cos’è il Natale oggi? e Italo Calvino in I figli di Babbo Natale, e perfino Stefano Benni in un glaciale racconto intitolato È Natale.

E io? Io mangio il panettone – da un paio d’anni senza togliere né uvetta né canditi, evidente segnale di crescita e maturazione. Attendo il momento in cui allestirò l’albero con ansia e trepidazione. Il pensiero dei regali – quelli da fare, non quelli da scartare – mi inebria che manco il profumo dei biscotti alla cannella.

Adoro il Natale. Per i motivi sbagliati, che tutti gli autori di cui ho chiacchierato oggi mi sputerebbero nel piatto. Ma le lucine di Natale, dai. Le lucine di Natale.

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