Pain, parties, work: l’estate newyorchese di Sylvia Plath

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Nell’ormai lontano 2008, fresca di laurea, vincevo uno stage a Londra. Un piccolo risultato, ma alla me di allora sembrava l’inizio di un futuro gonfio di mirabolanti capacita: passare tre mesi nell’ufficio stampa dell’ambasciata italiana nella città che più amavo al mondo era esattamente quello che volevo (e quante volte nella vita i risultati ottenuti si allineano perfettamente a desideri ed aspettative?)
Ero partita con due valigione di Carpisa stracolme di tutto quello che pensavo potesse servirmi per la mia prima esperienza professionale: un guardaroba assemblato con l’aiuto di mia madre e mia nonna, il tailleur della laurea triennale e quello della specialistica, la borsa regalatami dalle mie amiche dell’università e un paio di scarpe a tacco. Ero pronta, pronta come non sarei mai più stata. Sarebbero stati mesi in cui per risparmiare avrei comprato solo riso, latte e biscotti, yogurt e cereali; mi sarei diplomata nella nobile arte di farmi invitare a pranzo da chiunque e imbucarmi  in qualsiasi evento che prevedesse champagne e canapè; mi sarei innamorata e avrei avuto il cuore spezzato. È stato uno dei periodi più confusi e più belli della mia vita: ne conservo un ricordo edulcorato,  idealizzato, scevro di quelle notti insonni e di quelle insicurezze che caratterizzano il debutto dell’ex studente nella vita vera.

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Nel 1953, Sylvia Plath lascia Boston alla volta di New York, per un mese di stage presso la prestigiosa rivista Mademoiselle, che ha pubblicato scritti di Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams, Flannery O’Connor e Joan Didion (che, come Sylvia, partecipa al programma di stage). Mademoiselle si rivolge ad una lettrice a tuttotondo, che combini il suo amore per la buon letteratura all’amore per i vestiti e per la moda. La lettrice di Mademoiselle ama il teatro di Arthur Miller, ma anche le partite di football delle Ivy League; va a fare shopping, ama ballare e fa volontariato, mantenendo al tempo stesso una media di tutto rispetto. È pronta a tutto: andare al college, diventare una donna in carriera, sposarsi e dedicarsi ai cocktail e alla vita di società.
Il prestigioso programma di stage, partito nel 1939, permette a un gruppo selezionato di studentesse universitarie di lavorare alla prestigiosa college issue, un numero di Mademoiselle interamente dedicato alla vita universitaria. Le venti prescelte, selezionate tra migliaia di candidate, ricevono uno stipendio regolare e la possibilità di alloggiare al Barbizon, celebre hotel che ha ospitato Grace Kelly, Liza Minelli e l’attrice di Love Story, Ali McGraw, altra celebre stagiaire della rivista.

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La college issue del 1953 ospita pubblicità di shampoo, trucchi, lingerie e vestiti studiati per le starlette dei campus universitari e per le novelle donne in carriera: Sylvia compare come modella a pagina 54, vestito color argento e rossetto scuro, e pagina 252, con una rosa in mano. A pagina 213 della rivista, Sylvia intervista invece Elizabeth Bowen, scrittrice irlandese. A un’altra delle fortunate partecipanti tocca il graditissimo compito di intervistre Dylan Thomas, con grande disappunto della Plath, innamorata del poeta maledetto (che sarebbe morto qualche mese dopo, a novembre). La rivista contiene anche suggerimenti per arredare la propria stanza nei dormitori del college (quando ancora non c’era Pinterest), articoli sull’uomo ideale, pubblicità di corsi di stenografia e scuole di segreteria, pubblicità di porcellane e anelli di fidanzamento, ma anche articoli sulla donna moderna, che non ha paura di fare l’autostop e di affermare la sua indipendenza.

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Sylvia Plath intervista Elizabeth Bowen, Mademoiselle College Issue, 1953

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Mademoiselle College issue, 1953


Quando Sylvia arriva a New York, la città è in piena evoluzione: è il momento delle donne single, che arrivano nella Grande Mela per lavorare e vivere da sole, senza un fratello, un fidanzato, o un marito come chaperon. Le donne iniziano ad essere più interessate al proprio sviluppo personale e alla propria carriera che ai figli e al matrimonio: Truman Capote avrebbe catturato e reso eterna questa New York al femminile nelle pagine del suo Colazione da Tiffany, mentre la fotografa Lisa Larsen nel 1954 pubblica su Life uno speciale sulla vita di sei ragazze che condividono un appartamento nel Greenwich Village, tra toast alla marmellata, zuppe Campbell, pacchetti di Chesterfield, letti improvvisati e coperte patchwork portate da casa.


Sylvia fa il suo ingresso in questa New York riveduta e corretta come una vera e propria principessa, il primo giugno 1953, accompagnata da due militari conosciuti sul treno, che, come due bodyguard, le portano la valigia, la guidano tra la folla di Grand Central, le chiamano un taxi e la accompagnano fino al Barbizon.
La valigia è l’elemento cruciale del trasferimento newyorkese: contiene outfit studiati alla perfezione per scongiurare l’immagine di Sylvia ragazzina (gonne ampie di cotone, maniche a sbuffo, vestiti tirolesi). La Plath ama i vestiti: le piace fare shopping, seguire la moda mantenendo il suo stile. Organizza le spese in base al budget che ha a disposizione: sogna ad occhi aperti, fa liste, scrive dei suoi acquisti. Ha una netta preferenza per il rosso: un pullover rosso aderente su una gonna bianca per un cocktail party, una fascia rossa nei capelli biondi, ballerine rosse, l’onnipresente rossetto rosso. Sylvia predilige il rossetto Cherries in the Snow di Revlon; non ama invece ciprie e polveri, dal momento che l’abbronzatura è una delle sue vanità principali.
Prima di partire per New York, la ragazza acquista una borsa rossa e un paio di scarpe abbinate; un reggicalze, un paio di calze e un rossetto nuovo, tutti in rosso. Passa mesi a ricercare e acquistare bluse di nylon, gonne dritte, maglioncini e scarpe a tacco nere, nel tentativo di costruirsi un look più sofisticato, adatto a una guest editor di Mademoiselle.
Il 27 aprile 1953, Sylvia spende ben 85 dollari per un tubino nero di seta, con bolero abbinato, e un tubino di cotone blu e bianco, con una giacchina col colletto alla coreana, ispirata alle creazioni di Dior. Conclude il guardaroba da Cenerentola un vestito col collo a barca e il corpetto attillato, rallegrato da una fantasia messicana in bianco, nero e marrone. La cura dell’aspetto esteriore e dell’abbigliamento è estremamente importare per la Plath, che coltiva attentamente il suo look da sweetheart americana amante del mare, del tennis, del cibo, dell’aria aperta. I vestiti nuovi le regalano una felicità inattesa: ama fare shopping da sola e considera le shopping list vere e proprie poesie. Il suo spiccato senso artistico cerca soddisfazioni estetiche nella vita di ogni giorno: preparare la tazza perfetta di caffè scuro, tirare su le calze, disporre i frutti rossi in una ciotola (insomma, Sylvia avrebbe amato Pinterest alla follia e sarebbe diventata un’influencer su Instagram!).
Nel corso del decenni, Sylvia è diventata una vera e propria icona fashion, e la cosa non avrebbe potuto che farle piacere: ho trovato su Polyvore e su Pinterest numerose idee di oufit e collage ispirati al suo stile inconfondibile.


Oltre ai vestiti e alle composizioni artistiche con le tazze di caffè, Sylvia avrebbe riempito il suo feed Instagram di cibo. Affamata di vita e di esperienze nuove, la ragazza non rifugge dalle seduzioni del palato: durante un pranzo con la managing editor di Mademoiselle, Cyrilly Abels, Sylvia si appropria della ciotola di caviale, disposta a centrotavola come aperitivo per tutti i commensali, e la divora con un cucchiaio, davanti agli occhi increduli di una collega di stage. Sylvia ama i colori del cibo: il giallo del mais e dei tuorli, il blu cangiante delle ostriche, il biancume della mayonnaise sulle insalate di tonno o di granchio. Dilapida il suo budget riservato alle spese alimentari in condimenti troppo costosi per una studentessa: pasta di acciughe e di capperi, mostarda francese, frutta secca.
Questa è la Sylvia che arriva a New York nel 1953, una ragazza curiosa, entusiasta, desiderosa di sperimentare tutto quello che la città le può offrire in termini di appuntamenti, amicizie, moda, sapori esotici, esperienze inedite: un caffè con un interprete delle Nazioni Unite; una folle uscita nel Queens, terminata con la fuga di Sylvia e della sua amica da un peruviano troppo intenso; una nottata di appostamento al Chelsea Hotel, nella speranza di intravedere Dylan Thomas; tutte le notti passate con le nuove amiche a chiacchierare e complottare, in una New York troppo grande e un hotel che può diventare troppo piccolo e soffocante per un gruppo di ragazze alle prese con la prima esperienza di vita indipendente lontano da casa o dal campus, in una torrida estate piena di aspettative e di speranze.
Con premesse del genere, cosa può andare storto? Come può un’esperienza così esclusiva ed ambita lasciare Sylvia disincantata, delusa dalle mille luci e dal buio di New York, emotivamente fragile, più che mai vittima di quella depressione che le sarebbe quasi costata la vita in un primo tentativo di suicidio?

La poetessa si scopre fragile, incapace di conciliare la ferma volontà di vivere New York, le rigide aspettative di Mademoiselle e il suo stesso perfezionismo. In una lettera del 13 maggio 1953, a due settimane dalla partenza, Sylvia confida alla madre Aurelia le sue speranze (poi disattese) di intervistare J.D. Salinger, Shirley Jackson, E.B. White e Irwin Shaw; in un’altra lettera del 4 giugno, confessa il suo disappunto per non essere stata nominata fiction editor.
In una lettera datata 8 giugno, Sylvia racconta di passare le sue giornate lavorative leggendo numerosi manoscritti e scrivendo lettere di rifiuto, cercando al contempo di soffocare la paura di non essere accettata alla celebre scuola estiva di scrittura creativa a Harvard (paura che si rivelerà fondata: il rifiuto esacerberà la depressione di Sylvia, conducendola al tentativo di suicidio).
In una lettera al fratello Warren, scritta durante gli ultimi giorni di permanenza a New York, Sylvia dichiara di voler solo andare a casa per mangiare, dormire, giocare a tennis e abbronzarsi, lontano dall’afa opprimente della città. Scrive inoltre di sentire la necessità di fermarsi, per riuscire a riflettere sui significati, i cambiamenti, le conseguenze del suo mese a New York, troppo frenetico e pieno di eventi per permetterle di pensare. Sylvia scrive a Warren di aver perso di vista se stessa e i suoi obiettivi: nel corso del suo mese a New York, si è sentita a fasi alterne estatica, orribilmente depressa, shoccata, eccitata, nervosa, stanca, confusa; ha bisogno di tornare a casa, di essere circondata dalle sue cose e dalle persone che ama. Conclude scrivendo di essere contenta di aver fatto quest’esperienza, ma di essersi anche resa conto della sua giovinezza e inesperienza. La Smith le evoca il ricordo di una vita semplice, bucolica, incantevole, in netto contrasto con l’afa, umidità, la sporcizia di New York. Si firma “la tua esausta, estatica, elegiaca newyorchese”.

Uno degli elementi più stressanti e confusionari dello stage è il fatto che le ragazze abbiano sia il compito di realizzare un prodotto, la college issue, che di viverlo, arrivando ogni mattina ben vestite, fresche e pimpanti dopo giornate (e nottate) di cocktail party e sfilate di moda. New York a giugno è asfissiante e umida, ma le ragazze sono tenute a presentarsi ogni mattina fresche come rose e senza tracce di stanchezza. Imperversa tra loro la mania di vedere ed essere viste, entrare in contatto con la gente giusta, uscire con i ragazzi più invidiabili ed affascinanti, essere intellettuali e modelle a tempo stesso.
Tutta questa pressione è troppa per Sylvia, che, durante i festeggiamenti per l’ultima notte al Barbizon (il 26 giugno), lancia dalla terrazza dell’hotel tutto il contenuto della famosa valigia: ogni singola blusa, sottoveste, gonna svolazza nella notte newyorchese, nel tentativo di esorcizzarne il grigio, l’asfalto, l’oppressione, i fantasmi. Il giono dopo, Sylvia riparte da Grand Central indossando una blusa e una gonna prestatele da una delle ragazze dello stage, non volendo portare con sé nemmeno un pezzo di quell’esperienza newyorchese che ha messo fine a tante delle sue illusioni.

Soundtrack: City of stars, da La La Land, per celebrare tutti quei sogni che non sempre si realizzano (o almeno, non come vorremo)

Per saperne di più:

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. A cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

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Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

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