Il cibo nei romanzi di Jane Austen

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

I romanzi e le lettere di Jane Austen sono cosparsi di riferimenti a pietanze, cene, picnic, tè, che riflettono le abitudini, il carattere, i sentimenti, le ambizioni, le ansie, le piccolezze della costellazione di personaggi che animano il suo mondo. Tuttavia, si tratta di riferimenti spesso esigui: se le eroine della Austen sono spesso troppo prese dal turbine di eventi – romantici e non – che le coinvolgono per raccontarci cosa hanno mangiato o i loro cibi preferiti, zia Jane sopperisce a questa mancanza di informazioni con le più dettagliate descrizioni presenti nelle sue lettere, che contribuiscono a farci capire l’importanza che la società georgiana (specie i ceti sociali più alti) attribuisce a cosa si mangia – e a quando lo si mangia.

Nelle sue lettere, Jane si dimostra interessata alla vita domestica a tuttotondo, descrivendo pasti, pietanze, ghiottonerie ricevute in regalo da parenti e amici. La sua prima casa, Steventon Rectory nello Hampshire, la inizia alle dolcezze della vita rurale: suo padre è uomo di chiesa e fattore, dedito all’allevamento di maiali e mucche. Sua madre si occupa del pollame, della produzione di latte, dell’orto e del giardino. La famiglia Austen riesce così ad essere autosufficiente, con l’eccezione di beni quali caffè, tè, arance, limoni e spezie. A venticinque anni, Jane si trasferisce con la famiglia a Bath, e le sue lettere iniziano a fare riferimento alla difficoltà di trovare latticini e carne di qualità – nonché all’annoso problema dei prezzi.

Tra i contributi più significativi, si annoverano senza dubbio quelli che arrivano da Martha Loyd, intima amica di Jane e sua sorella Cassandra che nel 1805 – dopo la morte del padre – va a vivere con le due sorelle e la madre, prima a Southampton, poi in un cottage a Chawton, nello Hampshire. È proprio a Chawton che Martha Lloyd inizia a compilare il suo libro di ricette, regalandoci così un’interessante, variegata panoramica delle pietanze che Jane consuma con la famiglia e gli amici. Dai suoi scritti, il cibo emerge anche come elemento di identificazione sociale: la gentry, che in periodo georgiano è in piena ascesa, mira infatti a differenziarsi dalle classi inferiori, adottando la moda di pranzare – e soprattutto cenare –sempre piu tardi. Se ci si alza tra le sei e le otto, la gentry inizia a fare colazione dalle nove in poi.

A colazione si servono tè, caffé e cioccolata, pane e panini caldi e freddi, torte, pound cake (così chiamata perché si prepara con un pound di burro, uno di zucchero, uno di farina e uno di uova), pane tostato con burro, buns (Jane Austen scrive alla sorella Cassandra il 3 gennaio 1801 dicendole di essersi rovinata lo stomaco con i Bath buns, ricchi di burro e di zucchero) e Sally Lunn Buns, un incrocio tra panino e brioche.

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

In Northanger Abbey, Catherine, ospite dei Tilney a Bath, rimane impressionata dalla quantità e dalla raffinatezza dei cibi serviti a colazione: tra i suoi preferiti campeggiano la cioccolata calda e la brioche, di cui parla a profusione una volta rientrata a casa, tanto che sua madre la sgrida, convinta che il soggiorno dai Tilney le abbia messo in testa ingiustificate idee di grandezza. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea del banchetto dei Tilney: tra i cibi che le vengono offerti figurano cioccolata, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La colazione diventa più consistente per lavoratori e viaggiatori: prima di lasciare Mansfield Park per recarsi a Londra, William Price mangia maiale e mostarda e Henry Crawford uova sode.

Il pranzo è un’innovazione vittoriana, introdotta quando la cena viene posticipata dal pomeriggio alla sera; tuttavia, è presente anche in epoca georgiana, seppure non abbia un nome né una fascia oraria fissa. In Orgoglio e pregiudizio, quando Lydia e Kitty vanno incontro a Jane e Lizzie di ritorno da Londra, si fanno offrire da loro un pranzo freddo al George Inn, a base di carne e insalata.

Come ci ha insegnato Downton Abbey (anche se ovviamente parliamo di momenti storici molto diversi), cambiarsi prima di cena è un momento topico per le signore della casa, che richiede circa un’ora, ma arriva anche a un’ora e mezzo nel caso di Miss Bingley e Mrs Hurst in Orgoglio e pregiudizio. La cena è infatti il momento per mettere in mostra la propria toeletta, i vestiti e le acconciature più alla moda; anche gli uomini cambiano d’abito, specie dopo battute di caccia o altre escursioni all’aria aperta.

Tè, caffè e dolci vengono serviti circa un’ora dopo la cena, una volta che i signori hanno bevuto il loro porto, fumato i loro sigari e si sono ricongiunti alle signore. Se la cena ha luogo in campagna, ci si intrattiene giocando a carte, suonando o improvvisando un ballo, mentre in città si va a teatro e si cena intorno alle nove. La cena può essere estremamente semplice e consistere di pane e formaggi o un assortimento di piatti freddi, oppure arrivare ad essere una cosa seria, un pasto di varie portate calde servite alla francese: tutte le pietanze della prima portata vengono servite insieme, con il pesce e la zuppa ai due capi della tavola.

In Orgoglio e pregiudizio, la signora Bennet invita Mr Bingley, con un misto di pretese di grandeur e accenni ad un’intimità che spera si sviluppi presto, a una cena in famiglia. L’invito si concretizza solo alla fine del libro, e la signora Bennet si rivela decisa a servire due portate. Potrebbe sembrare una soluzione modesta, al ribasso, che cozza con le sue pretese di grandeur: in realtà, una portata singola nel periodo georgiano arriva ad occupare l’intero tavolo, in un tripudio di zuppe, pesce, arrosti, torte, fricassee, ragù. Può essere seguita da una seconda portata di dolce e salato e dal dessert (frutta, frutta secca e sweetmeats, per i quali non serve un cambio di coperto). Non si tratta ovviamente di una modesta cena in famiglia, che avrebbe più verosimilmente un’unica portata: la struttura della cena ha un valore allusivo – come spesso succede con le scene di cibo nei romanzi della Austen – e riflette le mire espansionistiche di mamma Bennet, decisa ad avere Bingley come cognato a qualsiasi costo, anche quello di far beccare alla sua primogenita, la bella Jane, un brutto raffreddore pur di far sì che venga ospitata a casa dell’amato. La cena a casa Bennet riassume quelle che sono le patate bollenti della perfetta ospite georgiana: fare bella figura con i vicini più altolocati, stabilire la propria posizione sociale servendo selvaggina e cacciagione, le pietanze dei signorotti della gentry, e introdurre una nota di raffinatezza facendo l’occhiolino ai cuochi e alle pietanze francesi.

Sempre in Orgoglio e pregiudizio compare una misteriosa zuppa bianca, una pietanza apparentemente laboriosa e di lunga preparazione (Bingley, in procinto di organizzare un ballo a Netherfield, affida la tempistica alla preparazione della zuppa bianca della sua governante, la signora Nicholls; solo quando quest’ultima avrà preparato zuppa a sufficienza Bingley potrà mandare gli inviti). La zuppa bianca ha posto non pochi grattacapi ai traduttori del romanzo, a partire dalla prima traduzione di Giulio Caprin del 1932, dove la Nicholls diventa Nicolò e la zuppa la sua barba bianca. Vi rimando a questo articolo di Giuseppe Ierolli per le ulteriori peripezie della zuppa bianca nelle varie traduzioni del romanzo.

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White soup  – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Emma è il romanzo che contiene maggiori riferimenti al cibo, che assume anche una funzione di coesione sociale all’interno della comunità in cui la protagonista vive. Offrire cibo a chi ne ha più bisogno è l’atto di carità cristiana più naturale ed immediato, l’elemento che avvicina le famiglie più abbienti a quelle bisognose: la condivisione diventa così uno dei motori che tengono insieme il tessuto sociale dell’universo dei romanzi austeniani.

Le due signorine Bates, probabilmente i personaggi meno abbienti descritti dalla Austen, ricevono, cucinano e condividono vettovaglie con una gratitudine e una generosità tale che il loro amore per il cibo arriva incensurato al lettore. Sono estasiate oltre ogni dire quando il signor Woodhouse regala loro un pezzo di maiale o Knightley le omaggia di un sacco di mele; commentano con eccitazione i diversi modi in cui hanno intenzione di cucinare il maiale e condividerlo con i vicini, e cercano una soluzione per usare le mele in modo tale da stuzzicare il capriccioso appetito dell’elusiva nipote, Jane Fairfax.

Le due signorine non possiedono un forno, quindi mandano pane e torte a cuocere da Mrs Wallis, la panettiera del vicinato.

La frutta è uno dei simboli più forti nei romanzi della Austen, emblema di prosperità e di felicità per le sue eroine – basti pensare alla frutta in serra di cui Elizabeth godrà a Pemberley, alle fragole di Knightley a Downell Abbey, alla frutta secca presente in abbondanza nella torta nuziale della novella signora Weston, che pone all’ipocondriaco padre di Emma il dilemma della sua difficile digestione; la stessa Jane scrive alla sorella Cassandra nell’ottobre 1815 “good apple pies are a considerable part of our domestic happiness”, le torte di mele sono un elemento integrante della felicità domestica: e come darle torto?

Se tutto questo parlare di cibo vi ha messo fame e volete cimentarvi a preparare alcune pietanze in salsa Regency, ecco due ricette gentilmente offerte da Sigrid de Il Cavoletto di Bruxelles, che per l’occasione ha indossato crinoline e cuffietta e ha ricreato in cucina lo spirito dei romanzi di zia Jane, scattando anche tutte le foto presenti nel post.

Correte a indossare le vostre toelette migliori, e buon appetito!

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Sally Lunn Buns

Questi panini, che sono un delicato incrocio fra panino e brioche, eterei a sufficienza per sposarsi con burro e marmellata senza che l’insieme risulti altro che delizioso e leggero, a quanto pare arrivano da Bath, UK, dove li avrebbe sfornati per prima una fornaia francese, Solange Luyon. Contrariamente alle classiche brioche francesi, l’impasto delle Sally Lunn non è appesantito o arricchito con tanto burro, contiene invece della panna, che rende i panini più golosi e ricchi del pane classico, ma in un modo diciamo discreto e appena percettibile. Ho realizzato questi panini utilizzando la Pasta madre, riporto qui sotto entrambi i procedimenti, sia per il lievito di birra che per la lievitazione naturale.

Per 12 panini

farina 00 225g

farina manitoba (o 00) 225g

panna fresca 280ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

lievito di birra granulare 7g

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Se usate il lievito di birra a cubetto scioglietelo nella panna che tiepida. Mescolare la farina con il lievito granulare, la vaniglia, il sale e lo zucchero. Versare, in mezzo, le uova e la panna, e impastare per circa 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, coprire con della pellicola e lasciar lievitare in luogo tiepido per circa 2 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 45 minuti.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.

Per la versione con il lievito madre:

Lievito madre (100% idratazione) 230g

farina 00 175g

farina manitoba (o 00)175g

panna fresca 155ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Mescolare le farine con la vaniglia, lo zucchero e il sale, aggiungere le uova, il lievito madre e la panna tiepida. Impastare per 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, sistemarla in una ciotola di ceramica, coprire con della pellicola e lasciar lievitare a temperatura ambiente per circa 2 ore. Trasferire in frigorifero e lasciar riposare per 12 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 4-5 ore.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.
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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

White soup

Di base ho usata la ricetta del Telegraph, con qualche piccola modifica.

Pensavo di ammodernare il tutto usando del brodo pronto fino a quando ho capito che lo charme e nutrimenti di questa zuppa proviene proprio dal brodo fatto in casa, quindi alla fine, per quanto possa sembrare lungo e noioso (nemmeno tanto in realtà), il brodo di carne va fatto dal principio. L’altra piccola modifica che ho apportata è che invece di legare la zuppa con del pane, ho usato della brioche (questo perché mi piaceva molto l’idea del contrasto fra il brodo ricco e sostanzioso, e poi le aggiunte cremose e dolci (panna, mandorle) che si fanno prima di servirlo. Ho resistito, contrariamente alle indicazioni del Telegraph, a rimettere la carne bollita nella zuppa: non credo che all’epoca si fosse fatto, credo che il punto di questa zuppa sia proprio di sembrare delicata e sensibile ma di avere nel contempo una robusta sostanza nascosta (molte proprietà nutrienti della carne si trovano ormai nel brodo) quindi aggiungerci la polpa bollita sembrava cosa rozza da fare (puoi invece usare la carne, tritata con pane, uova, patate bollite, formaggio e buccia di limone per fare delle ottime polpette di bollito alla romana ;)) Nell’insieme, zuppa gradevole e elegante, una bella scoperta, grazie Jane! 😉

Polpa di vitello 400g

pancetta 50g

sedano 2 coste

cipolla 1

carote 2

grani di pepe 10

un cucchiaio di sale

un mazzetto di erbe fresche (ho usato origano, salvia, timo e alloro)

Tagliare tutti gli ingredienti grossolanamente, sistemarli dentro una pentola capiente, coprire con dell’acqua fredda, poi portare a ebollizione. Lasciar sobbollire il brodo per 2 ore circa, poi filtrare il tutto, mettere da parte la carne di vitello e buttare il resto. Lasciar riposare il brodo al fresco per una notte.

Mandorle spellate 100g

brioche 2 fette

panna 3dl

tuorlo 1

Il giorno dopo, togliere le eventuali impurità in superficie del brodo. Versarlo dentro una pentole, aggiungere le mandorle e la brioche, e portare a abolizione. Lasciar cuocere piano per 30 minuti. Frullare con il frullatore a immersione, poi filtrare di nuovo in modo da eliminare le mandorle e il pane non sciolto. Riversare nella pentola e portare a ebollizione. Poi, a fiamma bassissima, aggiungere la panna nella quale avrete sciolto il tuorlo, mescolare con un cucchiaio di legno per qualche minuto, senza far bollire. Spegnere, aggiustare sale e pepe, e servire subito.

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White soup – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

 

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