Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: il sogno di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Pino di I fiori del peggio

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Sull’onda della richiesta sempre più pressante, da parte di cittadini e istituzioni, di un sistema di controllo della qualità delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione, un solerte burocrate, non si sa se per odio o paura dei libri, aveva pensato bene di estenderne gli effetti anche al mercato editoriale e aveva perciò scritto i dieci articoli dal 48 al 53 del Capo XVIII del Trattato Intercontinentale per il Controllo e la Verifica delle Fonti Informative (Tr.I.Co.Ve.F.I.), che conteneva le Misure per il contrasto della pubblicità ingannevole. Gli articoli in questione così recitavano:

Articolo 48

Al fine di contrastare la pubblicità ingannevole e la diffusione di informazioni non verificabili sulla qualità delle opere pubblicate, e garantire a tutti gli operatori uguali opportunità di accesso al mercato editoriale e le condizioni per una concorrenza leale, è fatto obbligo a tutti i Paesi aderenti di pubblicare le opere editoriali senza alcun riferimento all’autore, al titolo e alla casa editrice e utilizzando copertine prive di qualsiasi immagine.

Articolo 48 bis

Le opere soggette all’obbligo di cui al precedente articolo sono quelle la cui data di prima pubblicazione è successiva alla data di ratifica del presente Trattato.

Articolo 48 ter

Al fine di evitare possibili associazioni a una Casa editrice sulla base della grafica o del carattere utilizzato per la stampa, i libri dovranno essere commercializzati esclusivamente con copertine in brossura di colore corrispondente al codice Pantone 408 e stampati utilizzando il font Arial.

Articolo 48 quater

In tutti i Paesi aderenti il titolo del libro sarà sostituito dall’International Serial Book Number (ISBN)

Articolo 48 quinquies

La seconda, terza e quarta di copertina potranno essere utilizzate esclusivamente per riportare la sinossi dell’opera. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’articolo 52, le Case editrici dovranno evitare qualsiasi riferimento dal quale si possa risalire all’identità dell’autore dell’opera.

Articolo 49

L’obbligo di cui all’articolo 48 ha una durata di cinque anni dalla data di prima pubblicazione, termine trascorso il quale le opere potranno essere pubblicate in chiaro.

Articolo 50

Al fine di garantire il rispetto di quanto previsto dagli artt. dal 48 al 49, per la stampa delle opere le case editrici dovranno avvalersi esclusivamente di Centri Stampa accreditati dai singoli Paesi aderenti.

Articolo 51

Fatta salva la possibilità da parte delle Case editrici di stringere accordi contrattuali di tipo privatistico con i singoli autori, i diritti d’autore sulle singole opere, calcolati sulla base della normativa vigente nei singoli Paesi aderenti, saranno corrisposti sulla base dei volumi di vendita effettivi nel periodo di cinque anni di cui all’articolo 49.

Articolo 52

Qualsiasi violazione a quanto sopra disposto comporterà una sanzione a carico della singola Casa editrice di importo non inferiore ai 20 milioni di euro o valuta equivalente al cambio vigente alla data di ratifica del presente Trattato. L’importo dovrà essere applicato per ogni singola infrazione.

Articolo 53

La vigilanza sul rispetto di quanto previsto dagli articoli dal 48 al 52, è di competenza dei Paesi aderenti.

La perversa fantasia del legislatore, peraltro, non si era limitata alle oltre ottocento pagine di cui si componeva il Tr.I.Co.Ve.F.I., visto che al trattato erano allegate migliaia di pagine di complicatissimi regolamenti attuativi che avevano affrontato ogni minimo aspetto applicativo della norma, rendendo di fatto impossibile ogni deroga o scappatoia.

Eppure quando, secondo i diversi fusi orari, alla mezzanotte del 25 dicembre del 2016 il Trattato venne ratificato contemporaneamente da 203 Stati mondiali (mancavano all’appello solo l’Ossezia del Sud, la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk), il mondo che gravitava attorno ai libri aveva ostentato una certa tranquillità, ritenendo che addetti ai lavori e semplici lettori si sarebbero ben presto adattati alle novità introdotte dalla legge. In fondo, si sosteneva, titolo, autore ed editore erano solo dettagli di cui si poteva fare a meno: nel giro di pochi mesi tutti avrebbero acquisito la stessa abilità di un esperto sommelier messo alla prova in una degustazione alla cieca perché la qualità delle opere avrebbe parlato da sola.

Le cose non andarono proprio così.

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I primi a manifestare segni di sofferenza furono gli uffici editoriali addetti alla “creazione dei casi editoriali”, visto che non era più possibile lanciare un libro vantando l’anticipo milionario con cui l’editore X lo aveva acquistato, e per due ottimi motivi: innanzitutto non si poteva nominare l’editore che aveva anticipato, né lo scrittore che aveva ricevuto l’anticipo, e neanche il titolo del libro; e poi nessuna casa editrice si azzardava più a sborsare cifre a sei zeri sapendo di non poter contare sul battage degli osannanti marchettari a libro paga.

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Subito dopo furono le centinaia di festival/fiere/saloni del libro in giro per il mondo a dover fare i conti con il Tr.I.Co.Ve.F.I., e in particolare con il fatto che gli stand erano tutti uguali e che, quindi, era inutile e antieconomico continuare ad allestirli (sia i saloni che gli stand). Nessuno, a parte i direttori (dei saloni), ne sentì la mancanza.

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Fu poi il turno delle recensioni che, sia sulla carta stampata che online, iniziarono a essere sempre più vaghe e anodine fino a diventare un esercizio di “cerchiobottismo estremo”, per evitare di incensare troppo un’opera che cinque anni dopo poteva essere attribuita a Flavio Dolo oppure, all’opposto, stroncare un opera che ex post si sarebbe scoperta “fondamentale”, perché scritta da Alberto Sariano. Si narrava, addirittura, che lo scrittore Paolo Pizziroli fosse stato colto da malore perché non riusciva più ad appioppare a un libro la sua prediletta definizione di “opera mondo”. Nonostante il massimo delle cautele, tuttavia, si verificarono diversi incidenti come quando, alla scadenza del primo lustro di applicazione del trattato, si scoprì che un libro di cui non aveva parlato nessuno (un indigeribile polpettone noto fino ad allora come “978-3807072881”), era in realtà “Il cartellino” di Don Tartina (vincitore per due volte del premio Pallitzer, per questo soprannominato “du’ Pallitzer”). Nonostante i tentativi di recupero fuori tempo massimo (come quello di Manola Laboria che lo definì: “una imperdibile parabola sul disagio della modernità ambientata nello spietato mondo dei travet”) i lettori non abboccarono e il libro vendette pochissimo.

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A causa delle difficoltà nel recensire i libri, anche i supplementi culturali dei quotidiani furono costretti a drastiche cure dimagranti, riducendosi a un paio di pagine, occupate per gran parte da illeggibili classifiche (i titoli erano tutti composti da serie di tredici numeri) e per il resto da brevi recensioni che, si favoleggiava, fossero in realtà frutto di un algoritmo computerizzato che assemblava associazioni più o meno sensate di sostantivi e superlativi. Inutile aggiungere che nessuno, a parte chi ci scriveva, ne sentì la mancanza.

Anche i premi letterari entrarono in crisi. Il premio Sbraga inventò il “premio condizionale postumo”, che veniva assegnato con cinque anni di ritardo rispetto alla data di pubblicazione con la dicitura “Il libro che avrebbe vinto il premio Sbraga cinque anni fa”. Tuttavia, quando gli editori si accorsero che l’assegnazione di questi riconoscimenti non aveva più alcun effetto sulle vendite, cessarono di interessarsi ai premi e i premi, semplicemente, cessarono di esistere. E anche in questo caso nessuno, a parte le giurie e i presidenti (dei premi), ne sentì la mancanza.

Pure le trasmissioni televisive dovettero smettere di parlare di libri. Particolarmente colpiti furono Lorenzo Formica e Dario Dazio, costretti a riservare il loro campionario di iperboli e di incenso solo a film e dischi, almeno fino a quando il Tr.I.Co.Ve.F.I. non avesse regolamentato pure quelli.

Le noiosissime presentazioni (e gli ancora più noiosi reading) nelle librerie, poi, scomparvero quasi del tutto.

Le conseguenze sul mondo dei social non furono meno eclatanti. Qualche account si salvò specializzandosi sui classici, ma molti altri furono completamente spiazzati. Fra i creatori compulsivi di hashtag, ci fu chi pensò di cavarsela proponendone uno “omnibus” (il celeberrimo #AdMinchiam), ma ben presto venne abbandonato dai suoi follower e, soprattutto, dalle case editrici che non potevano più contare su un ritorno pubblicitario a costo zero. Anche i blogger che postavano in continuazione foto con i libri omaggio o in anteprima ricevuti da questo o quell’editore non sapevano più che fare, visto che i pieghi di libri erano ormai anonimi (come i libri in essi contenuti). Il problema si risolse da sé quando i mittenti si accorsero che i destinatari non potevano più umettarne a dovere le terga e smisero di inviare copie omaggio. In questo modo anche i blogger dovettero comprare i libri come tutti i comuni mortali.

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Eppure, alla lunga, gli effetti di tutto questo non furono del tutto negativi, anzi.

Innanzitutto le case editrici dovettero ricominciare a fare il proprio lavoro, selezionando con attenzione i libri da pubblicare e stampandoli con più cura. Furono perciò costrette a valorizzare (e retribuire adeguatamente) il lavoro degli scout, degli editor e dei traduttori. Il risultato fu che si stamparono molti meno libri e che questi raramente superavano le trecento pagine (a questo proposito si narra che Leonardo Albernati fosse quasi impazzito al ventesimo rifiuto della sua “La scuola mormonica” che non riusciva a tagliare al di sotto delle quindicimila pagine e fu costretto a ricorrere al self publishing – anonimo anche quello, peraltro). E anche i lettori, che non perdevano più tempo a twittare hashtag o postare foto di copertine/presentazioni/saloni/festival/inserti culturali, lessero molto di più.

Insomma, la perfidia di un invisibile burocrate aveva prodotto un risultato assolutamente inaspettato e paradossalmente rivoluzionario: per parlare di un libro era diventato indispensabile averlo prima letto.

E adesso scusate, ma devo andare: è ora che prenda le pillole che mi ha dato il dottore.

Buone feste a tutti.

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