Il Calendario dell’Avvento Letterario #18: ultime strenne e Giorgio Caproni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Più passa il tempo, più mi sembra che sul Natale si sia già detto tutto. C’è chi lo ama, chi lo detesta, chi lo attende per mesi, chi ci crede fermamente, chi lo depreca. Resta il fatto che nessuno riesce a sfuggire a questa parentesi di luce al neon e vetrine, cibo e regali.

Non mi piace atteggiarmi a cinica di turno, ma credo da sempre che nel Natale vi sia una vena malinconica, sarà per l’imminente passaggio verso il nuovo anno, per le lucine che ci ricordano come eravamo, entusiasti e leggeri, o per qualche strano arcano che non riesco a spiegare.

Il Natale risveglia in me quel nodo in gola invisibile che fa riaffiorare ricordi e riattiva una sorta di noia, simile a quella domenicale, elevata a potenza, implacabile e vischiosa.

A proposito di nodi e ricordi, c’è un racconto, credo di D’Annunzio, di cui avrei voluto discutere diffusamente in questa sede ma che, per una strana coincidenza – magia del Natale? – non ho più trovato, in cui un uomo, follemente innamorato di una donna che non lo ama, seppur malato, finge allegria e sistema fino all’ultima delle strenne natalizie dell’amata, per poi scomparire, del tutto, in silenzio, con discrezione. “Era uno di quegli uomini che preferiscono morire in piedi”, si dice a un certo punto. Lo lessi prima di un Natale di un po’ di anni fa, e pensai, con rabbia tipicamente giovanile, a questi pacchi ricolmi di fiocchi senza significato.

In quel periodo ero una studentessa universitaria pendolare, amante della poesia e senza un soldo per acquistare regali.

In un giorno più malinconico di altri, poco prima delle feste, con il grigio sulla testa e dentro, mi trovavo alla stazione di Porta Nuova, a Torino. Stavo contemporaneamente preparando un esame di letteratura – il programma prevedeva quel racconto sulle “ultime strenne” – e la tesi sulla poesia di Giorgio Caproni, autore che amo. Piena di libri, e di ansia, aspettavo.

Gli alberi di Natale, accesi in pieno giorno, ammiccavano dall’atrio, quando arrivò il treno.

Ero così presa dal panico e da un piccolo dolore, affilato, da non accorgermi che io e una mia cara amica eravamo salite sul convoglio sbagliato. Destinazione: “Livorno”. (Livorno, caso vuole città fondamentale per Giorgio Caproni, luogo natìo della madre Anna Picchi).

Guardando il cielo plumbeo dal finestrino, solo dopo alcune fermate mi resi conto che ci stavamo pericolosamente allontanando da casa.

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Raccolsi i miei libri in fretta e cercammo il controllore, per scendere alla prima fermata utile.

Nel viaggio di ritorno mi sedetti vicino a una donna e ai suoi pacchi giganti, colorati, eccessivi. Non riuscivo a muovermi con disinvoltura.

La forza ingombrante delle feste.

Sfilai il libro di poesie di Caproni su cui stavo lavorando, ricordandomi vagamente alcuni versi dedicati al Natale.

Li cercai.

Nella mia mente risuonavano due o tre parole: “Gesù, portami via…bugia”. Cercavo e ricercavo, dubitando persino della reale esistenza di quelle frasi.

Ad un certo punto, la rivelazione. Trovata.

La poesia è “Petit Noël”.

“S’avvicina il Natale.

Gesù, portami via.

La tua è la più bella bugia

che possa allettare un mortale”.[1]

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Portami via, sì, pensai in quel momento, porta via me da questo Natale, da questo treno e porta via anche l’uomo delle ulltime strenne, liberalo dal suo amore funesto, dal suo orgoglio e soprattutto dai pacchi natalizi.

Il treno dondolava piano, i doni della signora rischiavano di cadermi addosso da un minuto all’altro.

In quei quattro versi c’era tutto.

Chi conosce la poesia di Caproni sa che il suo agnosticismo lo porta a ragionamenti estremi e spesso tautologici sull’esistenza/inesistenza di Dio e questa poesia, con qualche eco gozzaniana, non fa che ribadire la sua posizione, ricamata qui con la musicalità tipica dei suoi componimenti.

Caproni affronta il tema Natalizio anche in un altro testo, in cui è insita una critica sociale forte all’emarginazione degli ultimi da parte della società consumistica: “Nel gelo del disamore… / senza asinello bue… / quanti, con le stesse Sue / fragili membra, quanti / Suoi simili, in tremore, / nascono ogni giorno in questa / Terra guasta!… […]” anche se è in Petit Noël che sembra riassumere meglio i miei sentimenti rispetto a questi giorni gonfi e così distanti da tutto il resto dell’anno.

Così, “la bella bugia”, allora, fu un tuffo istantaneo nell’infanzia, nel calore di quei giorni lontani a casa da scuola attesi per mesi, di pigiami felpati e mattini luminosi.

L’ansia si era allentata, rimaneva la malinconia.

Quando scesi dal treno, il sapore di quei giorni era tutto nella poesia che danzava nella mia testa, come un ritmo impazzito.

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S’avvicina il Natale, di nuovo. Sono passati anni, ma a volte mi torna in mente quel giorno, i pacchi, il treno sbagliato, l’uomo delle ultime strenne e l’illusione di quel “Petit Noël” che mi fa sempre un po’ sorridere.

E, per dirla ancora con una poesia di Caproni :“Rullano lontani tamburi. / Auguri Auguri Auguri.”

(Leggete questo splendido poeta, fatevi un regalo, davvero.)

E buona “bella bugia” a tutti.

[1] L’opera in versi, Mondadori, Milano, 1998, p. 859.

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