Il Calendario dell’Avvento Letterario #14: omicidi natalizi

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di Librangolo Acuto

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La Nereia del 2010 mentre vive l’ultimo Natale da lovely person

Ciao! Sono Nereia, ho 31 anni, da qualche mese vivo a Barcellona e non mi piace il Natale. E non è che non mi piace e basta, è che proprio non lo posso soffrire. Dico sul serio.

Non era così, un tempo.

Quando ero solo una bambina mi piaceva un sacco il Natale, mi piaceva perché lo vedevo con gli occhi innocenti e spensierati di una piccola Nereia, sana portatrice di un amore verso il prossimo a dir poco smisurato. Mi piaceva ricevere regali, scartarli con la tachicardia e le mani tremanti, mi piaceva l’attesa, mi piaceva fare il presepe – aggiungendo sempre personaggi improbabili in veste di pastorelli, mi piaceva mettermi a letto e vedere la luce dell’albero di Natale filtrare da sotto la porta della mia camera.

La cosa che mi piaceva di più, però, era vedere lo sguardo delle persone quando scartavano il regalo che io avevo fatto loro: vedere la gioia nei loro occhi, il sorriso sulle loro labbra; mi piaceva più farli i regali che riceverli.

Ho sempre vissuto in funzione della felicità altrui. Quando qualcuno che amo profondamente è felice, io sono felice che sia felice. Impossibile spiegare razionalmente qualcosa di questo tipo, impossibile spiegare la gioia che provo quando, la mattina, porto il caffè alla mia capa, aggiungendo un cornetto al cioccolato quando so che ne ha più bisogno. Impossibile. Impossibile anche perché questo atteggiamento, questo modo di essere, non ha un nome. Qualcuno, un paio di giorni fa, ci ha provato a dargli, anzi a darmi, un nome, un aggettivo, e l’unica cosa che, alla fine, è riuscito a dire è “lovely person”. Non particolarmente innovativo, forse anche un po’ scontato, ma rende abbastanza l’idea, credo.

Forse, un tempo, ero ancor di più una lovely person e questo rappresentava il momento dell’anno in cui potevo esprimere me stessa. Poi, un giorno, s’è materializzata la vita vera, sono arrivate le persone che mi hanno profondamente delusa e ferita, sono giunti i problemi in famiglia, le amicizie perdute, le menzogne, e il Natale, poco a poco, ha smesso di piacermi.

Adesso mi mette tristezza perché mi ricorda – sbattendomele in faccia – tutte le cose che ho fatto per chi non se lo meritava, tutti i momenti di gioia che ho donato a chi non ha apprezzato, ricevendo in cambio menzogne, insulti o, peggio ancora, spavaldo disinteresse.

Nei giorni precedenti al Natale che si avvicina, non posso non pensare al Natale precedente e, anche quest’anno, non faccio eccezione. Il Natale del 2015 è stato brutto e pesante. Perché? Perché le persone sembra aspettino proprio questi giorni per rivelarsi quello che sono nella realtà. E non vale mica il messaggio molto bello di Dickens nel suo Canto di Natale, con Ebenezer Scrooge che da avaro ed egoista si trasforma in amabile, buono e altruista. Nossignori. Non vale neanche la regola del “a Natale siamo tutti più buoni”. Perché? Semplice: perché è una regola che hanno stabilito i cattivi e la usano non solo per non farsi mandare a quel paese dai buoni, ma anche per ricavare qualche altro favore e poi sparire dalla faccia della Terra.

Tuttavia, ci sono ancora persone innamorate di questo periodo dell’anno, alle quali piace riunirsi con i parenti lontani di cui a stento ricordano il nome, abbuffarsi di Pandoro al mascarpone, giocare a improbabili tornei di Baccarà con puntate da un euro, partecipare alle partite di tombola più lunghe della storia, dove la cinquina è composta da una teglia di pasticcio di patate di zia Peppina avanzata dalla sera prima.

Io, invece, proprio perché lo spirito natalizio non mi piace e mi infastidisce (in un certo senso), cerco sempre di circondarmi di cose e persone che la pensino come me. Per anni, infatti, ho partecipato o ho organizzato tombolate alternative, altrimenti dette “schifitombole” o “tombole a eliminazione diretta”, dove la parte veramente eccitante di tutto era la preparazione delle cartelle – che, ovviamente, non presentavano i classici numeri ma parole o oggetti ripugnanti – e l’acquisto o il riciclaggio selvaggio di premi terrificanti.

Quest’anno, invece, poiché passerò il Natale qui a Barcellona, senza i miei amici e senza la mia famiglia, sentivo il bisogno di qualcuno che potesse bilanciare l’eccessiva presenza di buonismo che pervade l’aria e, poiché non potevo usufruire delle famose schifitombole, ho deciso di farmi tenere compagnia dall’unica altra persona che sentivo avrebbe potuto davvero capirmi: Hercule Poirot ne Il Natale di Poirot.

«A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace… Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l’anno si raccolgono ancora una volta… In queste condizioni, amico mio, deve ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C’è in loro molta ipocrisia, a Natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia “pour le bon motif”, ma sempre ipocrisia. […] e che sostengo come lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro».

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Sebbene Hercule, qualche riga dopo, confesserà di star scherzando, non credo proprio sia così perché sì, queste sono le parole di Poirot, ma sono soprattutto le parole – e probabilmente le convinzioni – di Agatha Christie. Perché, in fondo, diciamolo chiaramente: il Natale è il periodo ideale per commettere un omicidio. E non lo dico solo io, lo dicono i fatti, lo spiegano le circostanze, lo afferma sicuramente anche la psicologia.

A pensarci bene, infatti, è pura logica: a Natale si è costretti a stare tutti insieme in uno spazio più o meno ristretto, i vecchi rancori e le vecchie scaramucce tornano a galla e sono alimentati da quel bicchierino di mirto di troppo o da una brutta indigestione – ci suggerisce Poirot – che causano irritabilità. E in un attimo, un attimo davvero, ecco che l’irritabilità si trasforma in un omicidio.

Non dimentichiamo, inoltre, che le riunioni di famiglia – soprattutto quando includono parenti lontani – offrono una miriade di sospettati poiché, si sa, i rancori all’interno di una famiglia possono davvero essere numerosi e variegati.

Questi giorni dell’anno, con il loro forte significato religioso e la tipica connotazione di periodo felice e colmo generosità, non rappresentavano lo sfondo ideale per un giallo solo per la penna di Agatha Christie, anzi. Prima di lei, già Arthur Conan Doyle ed Ellery Queen avevano ambientato – in tempi storici differenti – almeno una delle loro storie durante il periodo natalizio (successivamente, intorno agli anni ’50 lo farà anche Georges Simenon con Un Natale di Maigret).

Zia Agatha, però, fa di più perché, chiaro, sei Agatha Christie, mica pizza e fichi. E così, probabilmente spinta dall’enorme e spietata concorrenza dell’epoca (parliamo della fine degli anni ’30, la cosiddetta età dell’oro del giallo), decide di inserire ne Il Natale di Poirot un elemento che affascina sempre il lettore e che fa di me l’amante per eccellenza del giallo classico: un efferato omicidio commesso in una camera chiusa a chiave dall’interno.

Non un elemento innovativo – perché sappiamo bene che ci aveva già pensato il maestro Edgar Allan Poe nel 1841 nel suo racconto I delitti della rue Morgue – ma certamente difficile da sviluppare e rendere credibile fino alla fine.

Inutile dire che, proprio perché si tratta della Christie, è impossibile che non sia così.

Mi tocca ammettere che il Natale di quest’anno qualcosa di buono, in fondo, lo ha portato anche a me. Grazie al 2016 ho inaugurato una tradizione: leggere di efferati omicidi durante la settimana più felice dell’anno. Secondo gli altri, almeno. Io, invece, per ora rimango d’accordo con Hercule.

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