Il Calendario dell’Avvento Letterario #13: Natale su Marte

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Bellezza rara

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Non so a voi, ma a me spesso capita di non riuscire a spremere bene il cuore.

Adoro le mie figlie. Adoro quella grande, piena di riccioli e di frasi uniche che escono così, fra una risata e l’altra. Adoro quella piccola, il suo sorriso con cento denti che stanno spuntando, e il profumo della sua testolina, quando va a incastrarsi perfettamente fra la mia spalla e il mio collo, in quel punto che è fatto per gli abbracci.

Le amo così tanto, e a volte non so se le amo bene. Non so se faccio abbastanza, non so se do le risposte, i sorrisi, gli sguardi giusti.

Forse è per questo che è stato inventato il Natale: per permettere ai genitori di mettere in un regalo tutte le parole che non sono riusciti a dire durante l’anno, tutte le ore che non sono riusciti a passare con i loro bimbi, tutto l’amore che non sono riusciti a spremersi dal cuore.

 

Non hanno nomi i genitori di cui scrive Ray Bradbury in un racconto piccolo e incantato, Il dono. Ma hanno due pacchi grandi da caricare sul razzo che porterà loro e il loro bambino su Marte: un regalo e un albero di Natale con tante candele bianche.

Solo che i pacchi sono troppo pesanti, non possono essere caricati, e rimangono al terminal del razzoporto.

Che dobbiamo fare?

– Niente, niente. Cosa possiamo fare?

Che sciocco regolamento! E lui desiderava tanto l’albero!

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Sale lo stesso, quella famiglia, comincia ugualmente – anche senza regali e albero – il viaggio che porterà il loro bambino per la prima volta su Marte proprio il giorno di Natale.

 

– Penserò io qualcosa, – disse il padre

 

Passano le ore, la mamma è preoccupata, il bambino dorme, e il padre pensa a una soluzione.

Quasi a mezzanotte il bambino si sveglia:

 

– Voglio andare a guardare fuori dall’oblò.

C’era soltanto un oblò, una “finestra” di cristallo immensamente spesso, ed abbastanza grande, su, nel ponte vicino.

– Non ancora, – disse il padre. – Ti condurremo lassù più tardi.

– Voglio vedere dove siamo e dove stiamo andando.

– Voglio che tu aspetti, per una ragione, – disse il padre.

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Il Natale si sta avvicinando, mancano trenta minuti, e il lettore sa che su quel razzo non ci sono doni, e non ci sono alberi né candele.

Così come sai, quando sei genitore, di non essere perfetto,  e sai che non riuscirai sempre a trovare la soluzione giusta, e che tutto l’amore che provi non basterà a far sempre sorridere i tuoi figli.

Ogni anno, a Natale, racconti loro che si può essere felici. Passi giorni a cercare il regalo perfetto e la carta per fare i pacchetti più belli, ti aggiri per la casa furtivo, complice la notte, metti tutti i pacchi sotto l’albero e poi ti infili sotto le coperte, e tutto solo perché loro si sentano arrivare il cuore fino in gola, la mattina dopo, appoggiando gli occhi sui loro sogni.

Tutto perché possano essere felici come solo i bambini la mattina di Natale possono essere.

 

– È Natale, adesso! Natale! Dov’è il mio regalo?

– Andiamo, – disse il padre, e prese il suo bambino per la spalla e lo guidò fuori dalla stanza, lungo il corridoio, su per una rampa, e la moglie lo seguiva.

– Non capisco, – continuava a dire la donna.

– Eccoci arrivati, – disse il padre.

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Quante volte mi è sembrato di essere un giocatore di pocker, nel mio essere mamma. Quante volte ho fatto mosse senza conoscerne le conseguenze, e quante volte ho bluffato sperando che comunque tutto andasse bene.

E quante volte – tutte – le mie figlie hanno continuato a tenere la loro mano nella mia, senza mettere mai in dubbio che io sapessi dove stavamo davvero andando.

 

Si erano fermati davanti alla porta chiusa di una grande cabina. Il padre bussò tre volte e poi due, per un segnale prestabilito. La porta si aprì e nella cabina la luce si spense e vi fu un sussurrìo di voci.

– Entra, figliolo, – disse il padre.

– È buio.

– Ti terrò per mano. Vieni, mamma.

Entrarono nella stanza e la porta si chiuse e lì dentro era veramente molto buio. E davanti a loro c’era un grande occhio di cristallo, l’oblò, una finestra alta quattro piedi e larga sei, dalla quale potevano guardare fuori, nello spazio.

Il bambino boccheggiò.

Dietro di lui il padre e la madre boccheggiarono con lui, e poi nella stanza buia qualcuno cominciò a cantare.

– Buon Natale, figliolo, – disse il padre.

E le voci nella stanza cantarono i vecchi familiari canti natalizi, e il bambino avanzò lentamente fino a che il suo viso fu contro il vetro freddo dell’oblò. E rimase lì ritto per molto tempo, molto tempo, guardando e guardando fuori nello spazio e nella notte profonda, dove ardevano e ardevano dieci miliardi di miliardi di bianche e belle candele…

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Quante volte ho pensato di non essere abbastanza per le mie figlie. E quante volte poi, ho visto i loro occhi riempirsi di miliardi di stelle, e non ho più pensato, ho solo sussurrato «Buon Natale».

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