Il Calendario dell’Avvento Letterario #9: il valore delle piccole cose

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di Ringhiera

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Quand’ero piccola – si parla di tutta la durata degli anni Novanta –, dal primo di novembre tutti cominciavano a pensare al Natale. Che disdetta, pensavo, non sanno che questo mese si conclude ogni anno dal 1989 col mio compleanno. Allora mentre tutti fracassavano il cervello a mamma e papà su ciò che avrebbero scritto nella lettera per Babbo Natale, io cominciavo il mio conto alla rovescia per diversi rituali che dopo ventinove giorni mi conducevano al giorno del mio compleanno.

Tra tutti, due erano quelli fondamentali: Lo Zecchino d’oro e Canto di Natale di Topolino. Entrambi avevano a che fare con la musica, una di quelle costanti fondamentali nella mia vita. Intorno alla fine del mese la Rai trasmette in Eurovisione il programma televisivo che da piccola adoravo. La leggenda narra che quando avevo circa cinque anni mi arrivò la lettera di partecipazione ai provini per lo Zecchino, ma nessuno pensò che avessi la possibilità di sfondare come cantante. Le mie performance si tenevano nel soggiorno di casa, usando come microfono la mascherina dell’aerosol tra i fumi dell’acqua fisiologica, interpretando i successi dello Zecchino d’oro a squarciagola per sovrastare il fastidioso ed assordante rumore del generatore.

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Durante le pause tra le viarie esibizioni, gli sketch di Mago Zurlì con Topo Gigio e le votazioni, c’erano le pubblicità di giocattoli. Le ricordo natalizie, scintillanti e piene di quelle musicassette che ti mandano in visibilio. C’erano le bambole più belle, i giochi più in voga e tutti sorridevano super carichi di quell’energia che solo il Natale ti da. Strattonavo mia madre ogni anno per mostrarle il regalo che desideravo per il mio compleanno. Quando quegli spot terminavano ero così piena di aspettative che nella mia mente stilavo una lista di possibili regali da scegliere per la richiesta che mi era concessa soltanto una volta all’anno.

Quando il Festival dello Zecchino d’oro era passato, così come lo era il mio compleanno, quel che mi gasava di più dei regali che avrei ricevuto a Natale era Canto di Natale di Topolino, il film d’animazione basato sul racconto di Charles Dickens. Sin da subito, ovvero tra i titoli di testa, passava la scritta: “tratto da Canto di Natale di Charles Dickens”. E mentre leggevo quel pezzetto mi chiedevo chi fosse tale Charles Dickens. Inutile dirvi che ne sono venuta a conoscenza anni dopo, al liceo, attraverso l’adeguata conoscenza della letteratura inglese.

Da bambina però mi importava molto di quella storia così strappacuore e ogni volta che vedevo morire Tiny Tim piangevo a dirotto perché era così ingiusto che al mondo ci fosse gente che aveva troppo e non voleva donare nulla. L’empatia è sempre stata una parte importante del mio temperamento, ma il mio giudizio nei confronti di Scrooge, impersonato impeccabilmente da Zio Paperone, non riservava sconti. Per non parlare del terrore che provavo all’apparizione del fantasma di Jacob Marley e dello spirito del Natale futuro. Molto probabilmente è anche questa la ragione per cui quella fetta di letteratura romantica di stampo gotico non mi ha mai attirato. Tutta la costruzione del cartone animato era basata su un saliscendi di emozioni perlopiù negative. Ed era ciò che permetteva a noi bambini di godere del nostro meritato happy ending, nonostante l’angoscia per la presenza di miseria, avarizia e spettri.

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Quando compresi chi era Dickens avevo ormai rimosso dalla memoria Canto di Natale di Topolino. Ricordo bene il giorno in cui il nostro professore d’inglese entrò in classe per cominciare a spiegare il nuovo autore di letteratura. Avevamo appena concluso col compito in classe su Emily Bronte e le sue Wuthering Heights che ad essere sincera avevo mal sopportato.

– Cosa sapete di Charles Dickens?

Alle sue lezioni non era necessario alzare la mano per rispondere, soprattutto perché nel 90% dei casi esigeva che si rispondesse in lingua; va da sé che la maggior parte della 5ˆG non avesse il coraggio di cominciare un dialogo, a maggior ragione su un argomento praticamente sconosciuto ai più. Mi piacevano le sue lezioni, sopratutto il modo in cui interpretava i brani selezionati dalle opere maggiori sul nostro libro di testo. Bene o male, nonostante la mia perenne timidezza e la tendenza ad arrossire molto facilmente, cercavo sempre di farmi coraggio e superare quel maledetto imbarazzo provocato dal parlare in pubblico. Quel giorno quando ci chiese se sapevamo chi fosse Dickens non solo risposi quasi immediatamente, ma trovai la forza di spiegare che da piccola guardavo spesso un cartone animato della Disney basato su Canto di Natale. Mi sbloccai a tal punto da confessare la paura per i fantasmi e i pianti disperati per la sfortuna di Timmy e la sua famiglia, strappando un sorriso a quell’insegnate spesso impassibile e pronto a storcere il naso per gli strafalcioni in lingua.

Propose a tutti di leggere il racconto nelle vacanze di Natale, dicendoci che avrebbe leggermente smorzato la felicità natalizia perché «Dickens is a bit sad», disse annuendo incessantemente e col fare di chi sa quello che dice. Ci rassicurò però che questa lettura ci avrebbe permesso di ricacciare nei meandri della nostra stupidità adolescenziale la parte materialista insita nel Natale, rendendoci più compassionevoli.

Mentre le mie amiche cercavano il racconto in ogni libreria nel raggio di 50 km (IBS e Amazon erano ancora poco usati), io non dovetti fare alcuno sforzo impensabile. Mia zia, laureata da circa dieci anni in Lingue straniere, aveva la sua copia di racconti in cui era inserito proprio Canto di Natale. Glielo chiesi in prestito e, nonostante avessi preso due libri dalla biblioteca scolastica, nel pomeriggio mi accomodai sul divano accanto all’albero di Natale addobbato e illuminato e cominciai a leggere.

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La storia la conoscevo bene, avendo guardato decine di volte il film d’animazione e per questo motivo l’Ebenezer Scrooge che immaginavo parlava con la stessa voce del doppiatore italiano di Zio Paperone. La lacrimosa sensazione di cui conservavo il ricordo in qualche disperso meandro della mia mente tornava a farmi visita prepotentemente in tutta la Strofa dello Spirito dei Natali passati. Se nella parte introduttiva Scrooge appare come un uomo avido e senza scrupoli, Dickens, rivolgendosi direttamente al lettore e utilizzando l’espediente dello spettro di Jacob, cerca di portarlo ad osservare con attenzione il passato dell’uomo. Quello che lo scrittore cerca di smuovere nel lettore è la reazione che si ha ogni volta che si cerca di oltrepassare la superficie delle apparenze.

In definitiva Scrooge è l’uomo dal cuore arido a causa delle sconfitte affrontate sin da bambino, quando in collegio veniva emarginato dai suoi compagni, cercando continuo conforto nel mondo dei libri. Quando lo spirito gli mostra sua sorella Fan, venuta in suo soccorso per portarlo via da quel luogo così triste, a Scrooge torna in mente che le persone a cui teneva di più sono andate via, lasciandolo a marcire in una solitudine immensa.

Sua sorella era morta, lasciandogli un nipote che per i suoi gusti era troppo entusiasta del Natale. Che sciocchezze, continuava ad asserire il vecchio dal cuore di pietra. Ad ogni ricordo, ogni sensazione di quei momenti che l’avevano reso l’uomo che era, Scrooge si scioglie in pianti di dispiacere per se stesso. La gente intorno non può comprendere perché lui non vuol lasciarsi attraversare dagli altri, mostrandosi così vulnerabile e umano.

Anche osservando il Natale attraverso lo spirito del Presente si può realizzare quanto le vicende passate abbiano influito sugli atteggiamenti di Scorge, il cui modo di fare si riflette sui Cratchit. Quello che in definitiva rappresenta Canto di Natale è il viaggio di un uomo attraverso il tempo vissuto. L’occasione di sentirsi deluso dal comportamento che si manifesta con l’apparizione prima di Jacob e poi degli spiriti, equivale alla seconda chance di cui Scrooge può usufruire per riscattarsi nei confronti del mondo. È un modo per dimostrare che il Natale è solo un momento dell’anno che però ci rende meno aridi e, se siamo fortunati come Scrooge, avremo l’occasione di godere di una felicità raggiunta con poco.

Dopo aver letto le ultime parole del racconto, ho fatto quello che faccio sempre quando termino una lettura. Ho riletto le frasi che mi conducevano alla chiusura, come se stessi temporeggiando in attesa di un’illuminazione. Poi ho poggiato il libro sul divano ed ho deciso di farmi carico dell’insegnamento di Dickens. Mi sono stesa sotto l’albero di Natale e mi sono lasciata ipnotizzare dalle luci che si accendevano in modo scoordinato. Non erano perfette, qualcuna era anche fulminata, ma l’aria sapeva di cartellate* e tutto ciò per me aveva un gran valore, quello delle piccole cose.

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*cartellate: tipici dolci originari della Puglia preparati soprattutto a Natale. Nella tradizione cristiana rappresenterebbero l’aureola o le fasce che avvolsero il Gesù nella mangiatoia.

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