Il Calendario dell’Avvento Letterario #7: il Natale degli altri

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Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di Ringhiera

Tra le tante cose che mi affascinano della letteratura, pur odiando ogni tipo di etichetta, c’è quel genere da molti definito come realismo sporco. I tre scrittori che più rappresentano questa corrente sono Raymond Carver, Richard Ford e Richard Yates. Questi magnifici tre sono anche annoverati tra coloro che hanno dato un notevole impatto alla narrativa attraverso la forma breve. I loro racconti, soprattutto quelli di Carver, hanno segnato un certo modo di intendere la short story americana – spetterebbe una menzione d’onore al buon vecchio Hemingway, ma lui è impegnato a distribuire regali nel cuore dell’Avana. Pur riconoscendo ad ognuno i propri e dovuti meriti, al realismo sporco sono particolarmente affezionato. Tutto iniziò con Cattedrale, il resto è ormai attualità.

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Era primavera quando mi sono ritrovato a leggere i racconti di Yates contenuti nella raccolta Undici solitudini (Minimum Fax, traduzione di Maria Lucioni). Per la strada faceva abbastanza caldo, circostanza inusuale per quei giorni. Evidentemente era un chiaro segnale di quella che sarebbe stata la stagione estiva. Quelli di Yates sono racconti che prendono i loro protagonisti e li spremono fino al limite della soglia di sopportazione a cui si aggrappa la vita. Adoro rispecchiarmi in qualsiasi genere di antieroe si presenti.  Per questo motivo mi è sembrato doveroso procedere con una calma tale da mettermi dei paletti per non sforare la quantità di racconti da leggere. Non più di due al giorno, queste pagine vanno digerite con estrema attenzione.

Il dottor Geco e Tutto il bene possibile sono scivolati giù con un colpo secco. Questa è roba forte, mi sono detto. Stessa cosa per Jodi ha il coltello dalla parte del manico. Insomma, tutto filava secondo i miei piani. Un passo per volta fino ad arrivare su in cima. Poi è arrivato il turno del racconto che mi ha spinto a scrivere questo post. Nel bel mezzo della fine della primavera compare davanti ai miei occhi una storia dall’evidentissimo sapore natalizio: Nessun dolore.

La protagonista Myra, accompagnata da una coppia di amici e il suo amante, si reca a far visita al marito ricoverato in ospedale per tubercolosi. Eccovi servito il quadro generale. Quelli di Yates sono racconti che lanciano il loro sguardo sugli anni pre e post secondo conflitto mondiale, e quello della tubercolosi è un fantasma non ancora estirpato del tutto. Harry viene trasferito da un reparto e l’altro da quattro anni. Myra, con un’occupazione presso un ufficio in città, resta al suo fianco nonostante lo scorrere del tempo sia riuscito ad elevare una barriera invisibile tra i due. Quando si vedono non fanno altro che parlare dei soliti convenevoli. In quattro anni le vite di ognuno di loro sono state protagoniste di mutamenti che hanno riguardato la loro stessa genesi, ma affrontare questo ostacolo vuol dire molto per entrambi. Magari Harry neanche ci pensa più al suo matrimonio.

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Il dramma di questo racconto non è tanto nella vicenda in sé, quanto nei simboli che compongono il quadro generale della narrazione. Myra scende dall’auto dei suoi amici ferma in direzione di un grosso albero di Natale sistemato nei pressi dell’ospedale. L’aria positiva della festa la si respira a tratti. È assai difficile raccogliere l’atmosfera in un respiro a pieni polmoni. Yates ha messo sullo stesso piano il disincanto della realtà stessa che celebra il ritorno ufficiale al dolore. Harry giace nella sua malattia senza reagire minimamente. Il male fisico che lo attanaglia lo mantiene fermo nella condizione precaria del corpo. Tutto diviene essenziale metafora dell’uomo obbligato ad assistere al suo estremo disastro. Ambientato in una corsia di ospedale, quello di Yates sembrerebbe più il Natale degli ultimi, quelli dimenticati ai lati della strada, che dei propri personaggi.

Il filo sottile che mantiene unita la trama di questo racconto risiede in una bolla pronta ad esplodere da un momento all’altro. Questo è uno dei maggiori esempi di dirty realism che si possa mai riscontrare. Ma cosa diavolo vuol trasmettere Yates con queste pagine? C’è sempre chi se la passa peggio di noi? Oppure vuole semplicemente spostare la lente d’ingrandimento sulla realtà che persiste nelle stanze degli ospedali anche quando fuori tutto sembra essere una magica scultura di rose e fiori? Tanti possono essere i punti di domanda che si innalzano dal pavimento durante la lettura, e a queste domande Yates sembra porre un unico rimedio: l’amore.

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Quello di Myra è un amore vissuto a doppia mandata. Tra lei e suo marito Harry non c’è alcun segno evidente di cedimento. Per loro il tempo si è fermato ai momenti precedenti al ricovero. L’ospedale ricopre il ruolo di un coperchio a chiusura ermetica. Nei brevi quanto forzati dialoghi tra i due coniugi traspare ancora la scintilla che ha dato fuoco alla loro unione, lo stesso fuoco che ha saldato il loro rapporto in un tempo ormai estraneo. Arrivati ad un certo punto del racconto, mentre Myra sta per andare via, arriva un coro che intona Jingle bells con l’intenzione di farsi sentire in tutto il reparto. In questo preciso momento la narrazione di Yates sembra rallentare per dare maggiore espressione all’instante unico ed irripetibile in cui il dolore e la felicità ostentate a tutti i costi si incontrano per un’eclissi di emozioni.

Se quello tra Harry e Myra è un rapporto in cui il tempo si è fermato, quello tra Myra e Jack – il suo amante – è l’esatto contrario. Lascia che il dolore riposi nei letti degli ammalati, così quando è fuori dalla struttura può finalmente riprendere quella che è la sua vera vita, quella che avanza di pari passo con il tempo che si è fatto finalmente presente. L’immobilità da un lato si scontra con l’azione mutevole dell’altro. Harry è ormai divenuta una figura intangibile che giace inerme nei loro rispettivi ricordi fermi a quattro anni prima. Jack è invece il presente che abbaia, morde e insegue la passione senza esclusione di colpi. Lui è l’unico in grado di palpare il desiderio. Il corpo caldo di Myra che si nasconde sotto il cappotto è il mezzo attraverso cui la loro storia d’amore può definirsi, senza l’ausilio di grossi giri di parole, reale.

Leggevo i racconti pensando sempre alla solita scena. Il petto rinsecchito di Harry e il massimo vigore del volto di Myra davanti al coro che cercava di infondere gioia e sollievo in quello che dovrebbe essere un periodo diverso – con tanto di declinazione positiva – rispetto al resto dei giorni dell’anno. Quando prima di rimettersi in viaggio i quattro amici scelgono di fermarsi a bere in un locale in città, ho visto nascere una sorta base su cui poter vivere il Natale, nonostante tutto il deperimento emotivo. Il racconto si conclude con questa immagine che lascia spazio a mille finali possibili, con bicchieri pronti ad essere riempiti. In fondo gli undici racconti racchiusi in questa raccolta sono per davvero undici solitudini come esprime il titolo. Richard Yates ha usato Nessun dolore come se volesse sbattere un pugno sulla tavola imbandita a festa per riportare tutti a contatto con la realtà messa in disparte in un giorno che dovrebbe essere come tutti gli altri. L’eco del boato che ne è scaturito l’ho avvertito lungo tutta la colonna vertebrale. Era primavera quando ho letto questo racconto, e rileggerlo adesso, in questo periodo, equivale ad impegnarsi in uno di quegli sforzi insopportabilmente odiosi, che una volta realizzati permettono di comprendere che si trattava di gesti da compiere senza fare altre domande.

Per questo, quando Yates & Co. sono seduti al vostro stesso tavolo, beh, siate pronti ad aspettarvi di tutto.

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