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È tremendamente difficile cercare di spiegare quanto ci si possa sentire toccati dalla scomparsa di qualcuno che non abbiamo mai incontrato. È difficile cercare di spiegare che ci sono persone che incidono più di tante altre nella nostra formazione, crescita, maturazione, aiutandoci a definire i nostri gusti grazie alla forza della loro musica e delle loro parole.

Per me, Leonard Cohen è tutto questo. È la persona che, grazie alla sua musica e alle sue parole, è entrata nella mia vita quotidiana, diventandone la colonna sonora costante.

Mi sono innamorata con le sue canzoni; le sue parole hanno curato il mio cuore spezzato. Ogni volta che sono stanca o triste o scoraggiata o ho una delle mie emicranie, la sua è l’unica voce che riesce a calmarmi, a rassicurarmi, a ricordarmi che, anche quando niente sembra più avere senso, c’è sempre una fessura da cui entra un po’ di luce.

Cohen, con la sua celebrazione e sublimazione della malinconia, mi ha insegnato che la tristezza non è una colpa, ma uno stato animo da cui farsi abitare, con cui imparare a convivere, da cui tirare fuori una poesia infinita.

Mi ha insegnato che tutti si sentono persi, a un certo punto, e che va bene così: bisogna perdersi, per ritrovarsi interi. Bisogna accettare il rischio di perdere, di rimanere col cuore spezzato, per imparare ad amare.

Mi ha insegnato che bisogna mettersi in discussione, sempre, esplorare la propria interiorità e la propria spiritualità, senza avere la presunzione di delimitarne i confini.

Prima di andarsene, Leonard ha lasciato un messaggio di addio: il suo ultimo disco, You want it darker, pervaso da una malinconia struggente, registrato quasi interamente da una poltrona speciale in cui era costretto a stare seduto a causa del tumore che lo stava corrodendo. È l’addio di un uomo, un padre, un amante, un artista che ha amato e celebrato la vita in tutte le sue sfumature, anche le più cupe, le più tormentate. È l’addio di una persona che ha vissuto appieno, e si sente pronta a quello che verrà, qualunque cosa sia:

You want it darker
Hineni, hineni
I’m ready, my Lord

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You want it darker è una toccante celebrazione della vita, uno struggente inno a quell’amore che la rende reale:

If the sun would lose its light

And we lived in an endless night

And there was nothing left that you could feel

If the sea were sand alone

And the flowers made of stone

And no one that you hurt could ever heal

Well that’s how broken I would be

What my life would seem to me

If I didn’t have your love to make it real

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E Cohen non ha mai smesso di celebrarlo, l’amore, in tutta la sua trascendenza. We are so lightly here. It is in love that we are made. In love we disappear, siamo fatti d’amore e a un certo punto vi facciamo ritorno, cantava in Boogie street. La mia canzone preferita, Famous blue raincoat, è una bellissima lettera d’amore, un triangolo amoroso di difficile definizione, un tentativo di esplorare le sfumature più nascoste, più recondite, più oscure di questo sentimento universale ed eterno.

Un paio di mesi fa, Cohen ha mandato questa lettera alla sua eterna musa, Marianne Ihlen, qualche giorno prima della morte di lei:

Well Marianne it’s come to this time when we are really so old and our bodies are falling apart and I think I will follow you very soon. Know that I am so close behind you that if you stretch out your hand, I think you can reach mine. And you know that I’ve always loved you for your beauty and your wisdom, but I don’t need to say anything more about that because you know all about that. But now, I just want to wish you a very good journey. Goodbye old friend. Endless love, see you down the road.

 (Marianne, siamo ormai vecchi e i nostri corpi stanno andando a pezzi, e penso che ti seguirò molto presto. Sappi che sono dietro di te, così vicino che, se allunghi la mano, credo che riuscirai a toccare la mia. E sai che ti ho sempre amato per la tua bellezza e saggezza, ma non c’è bisogno che aggiunga altro, perché sai già tutto quello che c’è da sapere. Ora voglio solo augurarti buon viaggio. Arrivederci, amica mia. Amore infinito, ci vediamo in fondo alla strada). So long, Marianne.

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Questa è invece la mia lettera per te, Leonard, sconosciuto amico, amante, maestro: grazie per aver trovato sempre le parole giuste, le parole che nessuno è mai riuscito a trovare. Grazie di avermi fatto sentire meno sola. Grazie di esserti preso cura della mia educazione musicale – e sentimentale. Grazie di avermi fatto guardare dentro di me. Grazie di avermi dato degli stimoli, delle risposte. Grazie di avermi rassicurata. Grazie di avermi fatto emozionare. Grazie di avermi toccato col tuo guanto, di aver ballato con me fino alla fine dell’amore, a mille baci di profondità. Leonard, that’s no way to say goodbye.

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