Una spola di filo blu lunga come la nostalgia

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Lise Sarfati

 

Parafrasando Jane Austen, è una verità universalmente riconosciuta che ogni protagonista maschile sia disfunzionale a modo suo. Sarà che dopo la mia #franzethon sono diventata più sensibile alla loro presenza, ma la realtà è questa: vedo uomini fittizi disfunzionali un po’ ovunque. Uomini incapaci di amare, e poco desiderosi di imparare a farlo (vi ricordate gli #uominichenonsapevanoamare di febbraio?)

Prendete Junior Whitshank, il patriarca della famiglia protagonista di Una spola di filo blu di Anne Tyler: non essendo capace di amare la donna che, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, per un errore di calcolo o di distrazione, è diventata sua moglie, vivendo la paternità come una sorta di competizione, una sfida a chi fa meglio per i propri figli, riversa tutto l’amore di cui è capace in una casa.

Una casa, che progetta per un’altra famiglia – i Brill – appartenente a un ceto sociale più elevato, in un quartiere residenziale di Baltimora che sembra a Junior l’habitat naturale per un parvenu come lui stesso. Una casa dal portico di legno dorato, grande, accogliente come un abbraccio. Una casa che cura nei minimi dettagli, senza tener conto dei desideri degli acquirenti, preparandola per sé e per la sua famiglia – Linnie Mae, la moglie bambina dagli occhi d’acqua, e i due figli, che rispondono ai nomi altisonanti di Merrick e Redcliffe.

 

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Lise Sarfati

 

Ecco, avrebbe potuto dire qualcuno. Possibile che tra i misteriosi antenati della famiglia Whitshank ci fossero dei Merrick e dei Redcliffe? Invece no, erano solo nomi che secondo Junior suonavano nobili. Suggerivano origini illustri, magari per parte di madre. Oh, Junior era sempre in cerca dei modi più efficaci di darsi un tono. Eppure li teneva in quella casetta triste a Hampden senza nemmeno prendersi la briga di sistemarla, anche se sarebbe stato in grado di farlo meglio di chiunque altro “Aspettavo il mio momento” disse anni dopo. “Stavo solo aspettando il mio momento, tutto qui”.

 

Puntuale solo come certi inaspettati appuntamenti col destino possono esserlo, il momento di Junior arriva: la signora Brill decide di lasciare quella casa in cui si è sempre sentita estranea. Per i Whitshank arriva così il tanto agognato riscatto sociale, nei confronti del quale tuttavia Linnie Mae rimane fredda e indifferente, covando risentimento nei confronti del marito per averla strappata alla sua casa, al suo quartiere, alla confortante compagnia delle sue vicine, fragrante di chiacchiere e biscotti appena sfornati. La ribellione di Linnie Mae si concentra su un mobile: un dondolo di legno, che fa dipingere di una brillante tonalità di blu all’insaputa – e contro la volontà – del marito Junior.

Junior è furioso: un dondolo blu è pacchiano, comune. Tutto deve essere straordinariamente perfetto nella dimora Whishank: è necessario che la casa e la famiglia si integrino nell’elegante quartiere, e per farlo devono raggiungere quello stadio di asettica eleganza che sembra caratterizzare tutte le dimore – e le famiglie – del quartiere. Il divano torna ad essere di legno biondo, una sorta di vendetta di Junior nei confronti di quella moglie conosciuta troppo presto – Linnie Mae aveva soltanto tredici anni – che gli aveva mentito sulla sua età per poi diventare per lui un peso, quotidiano e ineluttabile. In mezzo al suo risentimento fa capolino un pensiero, improvviso come una nuvola gravida di pioggia in un cielo sereno e soleggiato:

 

Gli aveva rivoltato la vita così come rivoltava un maglione appena lavato per dargli la forma giusta. Forse di quest’ultima cosa doveva essere contento.

 

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Lise Sarfati

 

Il filo blu di Linnie Mae la ricongiunge alla nuora Abby, che con una spola di filo dello stesso colore cuce una sorta di caftano per il fidanzato Red, da indossare nel giorno del loro matrimonio.

Abby e Red si innamorano proprio nella casa di famigli, nella confusione che precede il matrimonio della sorella, Merrick (che ha ereditato la pretese di grandezza paterne) al freddo Tripp, erede delle fortune della sua famiglia.

 

Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo dal blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

 

Abby e Red, soliti e innamorati, restano a vivere a casa Whitshank, legando i loro destini e le loro vicissitudini a quelle della casa: l’arrivo dell’orfano Stem; i problemi col figlio Danny, estremamente geloso della madre, misterioso, incapace di tenersi un lavoro, capace di sparire per mesi e mesi; la morte improvvisa della stessa Abby.

 

“Le case hanno bisogno di essere vissute” disse Red. “Questo dovreste saperlo tutti. Certo, gli esseri umano provocano problemi di usura – pavimenti consumati, gabinetti intasati e cose così – ma non è niente rispetto ciò che accade quando una casa è abbandonata. È come se restasse senza cuore. Si affloscia, si accascia, comincia a sprofondare. Giuro che guardando la trave maestra di una casa riesco a capire se è abitata o meno. Credete che fare una cosa simile a questo posto”?

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Lise Sarfati

 

Anne Tyler racconta la storia di una famiglia. Una storia imperfetta, come imperfette sono tutte le famiglie, fatta di troppo – o di troppo poco – amore, di assenze, di lacrime, di sorrisi, di nascite e morti. Fatta di una ragnatela di rapporti umani così complicati da fare male.

Lo fa in modo così delicato da sconfinare a volte nel superficiale, da fare desiderare al lettore di scavare un po’ di più nel carattere di un personaggio, da lasciare punti interrogativi e dubbi lasciati insoluti da una dissolvenza sfumata, che lascia casa Whitshank ormai vuota, sospesa in un universo parallelo senza tempo.

 

Comunque, si sa com’è quando ti manca qualcuno che ami. Cerchi di trasformare ogni estraneo nella persona che speri di vedere. Senti una certa musica e subito ti dici che potrebbe aver cambiato modo di vestire, essere ingrassato di una tonnellata, aver comprato un’automobile e averla parcheggiata davanti alla casa di un’altra famiglia. “È lui!” dici. “È venuto! Lo sapevamo: noi siamo sempre…” Ma poi senti quanto sei patetico, le tue parole si perdono nel silenzio e ti si spezza il cuore.

 

Una spola di filo blu, Anne Tyler, Guanda editore, trad. a cura di Laura Pignatti

Soundtrack: Fix you, Coldplay

 

 

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