Le cose che restano

Vi son cose che restano –
il dolore ed i monti e l’eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Emily Dickinson (trad. di Marisa Bulgheroni)

Lise Sarfati

Lise Sarfati

 

Se essere genitori non è facile, nemmeno essere figli lo è, specie in quella delicata fascia d’età in cui ci si rende conto che i propri genitori non sono perfetti, e che il mondo, quel mondo colorato, protetto e ovattato consegnato dal genitore al figlio con la promessa che andrà sempre tutto bene, è in realtà fragile come una bolla di sapone. Questa consapevolezza si accompagna alla fine dell’infanzia, alla perdita di quell’innocenza atavica e primordiale, della fede assoluta nel padre e nella madre, depositari di una saggezza priva di esitazioni e di dubbi, di quell’amore che tutto scusa e tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Alcuni bambini sono costretti a crescere prima del tempo, e a nascondere dentro occhi profondi come pozzi domande mute alle quali sono destinati a non trovare mai risposta. È quello che succede a Grace, giovanissima protagonista de Le cose che restano di Jenny Offill, pubblicato da NN editore nella (bellissima) traduzione di Gioia Guerzoni.

Ed è proprio dalla nota della traduttrice che vorrei partire per descrivere cosa sia stato per me questo romanzo: una sorta di seesaw, quell’altalena oscillante o basculante su cui tutti siamo saliti da bambini. Quell’altalena che ti fa provare l’ebbrezza dell’altezza se dall’altra parte c’è qualcuno abbastanza pesante da bilanciare il tuo peso e spingerti più in alto: quell’altalena che ha il sapore di un crepuscolo di mare, nel parchetto dove giocavo con mio fratello, più piccolo di me, ma già troppo alto e allampanato rispetto a me. Un’altalena che, se regala alle protagoniste del romanzo altezze mozzafiato, fa sperimentare ad entrambe cadute rovinose.

William Eggleston

William Eggleston

 

Le cose che restano è stato infatti per me una perenne altalena: non l’ho divorato come Sembrava una felicità, e, nonostante i giri, non mi ha fatto raggiungere le altezze che speravo. La narrazione frammentata, fatta di una successione di ricordi tirati fuori dal cassetto più prezioso e più nascosto, mi è parsa a tratti opprimente, priva di sbocchi di leggerezza.

Tuttavia, la Offill si conferma maestra dell’arte dell’empatia: è difficile evitare di immedesimarsi in Grace, la giovanissima protagonista, dall’intelligenza acuta e precoce.

Grace cresce tra un padre affettuoso a modo suo, capace di costruirle la casa delle bambole dei suoi sogni, ma chiuso e bisognoso dei suoi tempi e dei suoi spazi, e una madre che è semplicemente troppo. Anna, larger than life, occupa tanto spazio nella vita della figlia: imprevedibile, insonne, lunatica, intensa, la vita con lei diventa un’avventura, che può portare alla ricerca di un mostro marino o a un road trip squattrinato dal Vermont a New Orleans. Grace è il centro del mondo di sua madre: dopo alcune difficoltà a scuola, Anna decide di dedicarsi alla sua istruzione e scolarizzarla a casa, e ricostruisce per lei la galassia in una stanza, corredata di calendario cosmico.

Il calendario di Anna non segue invece mesi né stagioni, ma un disordine anarchico, un’irrefrenabile inquietudine, una sete di ribellione che nessuno riesce a placare. È facile innamorarsi di Anna: lo è stato per suo marito, per sua figlia, per Edgar, il giovane vicino di casa introverso, un po’ filosofo un po’ nerd. Non è facile penetrare il suo mondo, seguire i suoi passi, prevedere le sue azioni.

 

Lise sarfati 2

Lise Sarfati

 

Anna non è per Grace una madre tradizionale: è capace di svegliarla e portarla fuori nel cuore della notte, spingerla a farsi il bagno nuda nel lago freddo e buio, farla scendere dalla macchina e lasciarla per strada. Le propone di recarsi con lei in Thailandia, a cavalcare elefanti e intraprendere una carriera di ballerina di dubbio rispetto.

Tuttavia, Anna regala a sua figlia le cose che restano: i ricordi indelebili di un’infanzia eccezionale, fuori dalle righe e da ogni canone. Ricordi imbevuti di una malinconia così forte da spezzare il cuore, in quella che la Guerzoni ha definito un’altalena tra dolcezza e follia.

Mi è capitato di scrivere questo post proprio nel giorno della festa della mamma, pensando a quanto sia difficile l’arte di essere madre e quella di essere figlie, cercando di rimanere fedeli a se stesse, di non rinunciare alla propria identità, ai propri sogni e alle proprie ambizioni, per quanto sbagliate possano essere, per quanto lontano possano portare. Alla fine, in un modo o nell’altro, ci siamo salite tutte, in quell’altalena a due in cui è tanto difficile trovare un equilibrio, un compromesso tra il desiderio di volare in alto e la paura di precipitare rovinosamente.

 

 

Una falena volò nella stanza e sbattè le ali contro il paralume. Mi chiesi se fosse la stessa che aveva cercato di volare fino a una stella. Ma quella falena era morta, me lo ricordavo, e allora forse era la falena rimasta a casa a volare intorno al lampione in strada. Mia madre mi aveva raccontato anche quella storia, spiegandomi che la morale era questa: non ci si può fidare delle stelle, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.

 

Le cose che restano, Jenny Offill, trad. a cura di Gioia Guerzoni, NN Editore

 

Soundtrack: Beautiful tree, Rain Perry

indexoffill

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9 thoughts on “Le cose che restano

  1. leduenellie says:

    Ho terminato da poco Tutti gli uomini di mia madre di Hudson Kerry ed è bello veder pubblicati tutti questi libri che raccontano la figura materna in un modo diverso dal solito che ci si aspetta, madri a volte un poco fuori luogo ma che sanno comunque regalare piccoli momenti speciali e restare nel cuore.. Detto questo, credo che dovrò leggere anche Le cose che restano: solo il titolo mi piace da impazzire. E la tua recensione, come sempre, convince sin dalle prime righe :*

    Liked by 1 person

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