Storie di expat


Da un po’ di tempo mi interrogo sulla condizione dell’expat, per ovvie ragioni. Vivo fuori da più di sei anni, e mi ritrovo ad un punto in cui devo decidere cosa fare nel mio futuro prossimo. Nell’ambito delle mie considerazioni, mi sono resa conto, con estrema amarezza e con un certo disincantato stupore, di non avere più un posto da chiamare casa.

Qui mi sono sentita sempre di passaggio, ho visto amici traslocare, colleghi cambiare lavoro, le vite degli altri scorrere più o meno veloci, più o meno lente, e ho messo la mia un po’ in stand by.

Un paio di volte all’anno mi prende la voglia di tornare a casa. Coincide col Natale o con l’arrivo dell’estate, con la voglia di quel sole sulla pelle che qui è così difficile da reperire. Ogni rientro è caratterizzato da una sorta di sfasamento, dal vuoto spazio-temporale tra chiudere la porta di una casa e aprire la porta di un’altra, solo per percorrere con lo sguardo stanze straordinariamente familiari e al tempo stesso ormai così estranee da diventare quasi ostili: basta un libro spostato, un mobile nuovo, il giardino potato di recente per aumentare quel senso di malessere e di non appartenenza.

La vita dell’expat (quantomeno la mia) è cosi: divisa tra due mondi e due realtà diverse, scissa dal disagio profondo di non appartenere poi veramente a nessuna delle due. Ogni andata, ogni ritorno diventa un po’ come dover imparare di nuovo una lingua appresa molto tempo prima e poi dimenticata: si ha la testa sott’acqua e le parole galleggiano sulla superficie, e si cerca di afferrarle, di impadronirsi di nuovo della loro essenza, di riempirsi la bocca e le orecchie del loro suono.

Mi sono sempre detta che molto dipende dal posto, e probabilmente è così: io e Bruxelles non abbiamo mai fatto davvero amicizia, siamo rimaste due conoscenti che si guardano di sottecchi, con diffidenza. Quando torno a Londra, dove scappo appena posso, è un’altra storia: le sue strade sono piene di ricordi di una me più giovane e più leggera che vi abitava quasi danzandovi, depositaria di un futuro pieno di possibilità, succoso come le prime pesche della stagione.

Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in due letture che hanno accompagnato e condiviso il mio stato d’animo: due storie di expat, Brooklyn di Colm Tóibín (che ho comprato a New York in quest’edizione, ma che potete trovare nella traduzione italiana di V. Vega, pubblicato da Bompiani) e Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN nella traduzione di R. Serrai.

brooklyn

 

Brooklyn (da cui è tratto l’omonimo film, con una bravissima Saoirse Ronan) racconta la storia di Eilis, giovane irlandese che non riesce a trovare lavoro (mal comune) ad Enniscorthy, sonnolenta cittadina nel sudest dell’Irlanda degli anni cinquanta; un’Irlanda cosparsa di uno spesso strato di malinconia per un benessere che non esiste più, un’età d’oro che sembra ormai lontanissima.

Eilis, spronata dall’adorata sorella Rose, che sogna per lei una vita migliore e orizzonti più vasti, decide di partite alla volta della grande mela.

Durante i primi mesi, la ragazza vive appunto con la testa sott’acqua: ammalata di nostalgia e di mancanza di qualcosa di indefinito e intangibile, si trascina stancamente tra giornate sempre uguali, il cuore diviso tra la Eilis di prima, la ragazza di Enniscorthy, e la nuova Eilis di Brooklyn:

“It made her feel strangely as though she were two people, one who had battled against two cold winters and many hard days in Brooklyn and fallen in love there, and the other who was her mother’s daughter, the Eilis whom everyone knew, or thought they knew.”

(Aveva la sensazione stranissima di essere due persone diverse: la prima era la ragazza che aveva combattuto due gelidi inverni e una moltitudine di giornate difficili a Brooklyn e si era innamorata lì; l’altra era la figlia di sua madre, la Eilis che tutti conoscevano, o pensavano di conoscere).

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L’amore ci mette lo zampino, nella persona di Tony, un ragazzo di origini italiane che intraprende l’ardua impresa di far amare Brooklyn a Eilis; quando la ragazza ritrova il sorriso e si sente tranquilla e sicura in una vita che le è diventata familiare, che le sembra ormai l’unica vita possibile, lo spettro della Eilis di prima la richiama bruscamente in Irlanda. Tornare a casa si rivela tristemente molto diverso dalle aspettative:

“She had put no thought into what it would be like to come home because she had expected that it would be easy; she had longed so much for the familiarity of these rooms that she had presumed she would be happy and relieved to step back into them, but, instead, on this first morning, all she could do was count the days before she went back. This made her feel strange and guilty; she curled up in the bed and closed her eyes in the hope that she might sleep.”

(Non aveva pensato a come sarebbe stato tornare a casa perché si aspettava che sarebbe stato facile; aveva desiderato così ardentemente la familiarità di quelle stanze che aveva dato per scontato che sarebbe stata contenta e sollevata di rimettervi piede; invece, nel corso della sua prima mattina a casa, non era riuscita a fare altro che contare i giorni che mancavano al suo rientro. Questo l’aveva fatta sentire strana e colpevole; si era accoccolata nel letto e aveva chiuso gli occhi, sperando di dormire).

Tony diventa un ponte che unisce e al tempo stesso separa i due mondi di Eilis, un sentimento nascosto da uno spesso strato di sensi di colpa che la ragazza non riesce a vivere nella sua interezza. Solo quando Eilis inizierà ad accettare che ci sono incontri che cambiano le persone, insinuandosi sotto la loro pelle e modificando l’idea di casa, riuscirà ad appartenere ad un posto, a farsi abitare da un luogo, a ritrovare il suo Heimat.

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Anche noi, l’America raccoglie le voci di quell’America che nessuno racconta: un Paese di invisibili, le cui vite apparentemente piccole e semplici nascondono un’epopea di rinunce, di speranze andate a male, di scommesse col destino, di sogni realizzati e sogni naufragati.

Un anonimo palazzone del Delaware nasconde un cuore pulsante di messicani, panamensi, portoricani, paraguensi: in questo non luogo, in questa periferia dell’anima sbocciano storie tra le erbacce e i calcinacci. Storie come quella di Maribel, ragazza messicana che ha subito una lesione cerebrale in seguito ad una brutta caduta ed è stata portata negli USA dai genitori per frequentare una scuola adeguata alle sue nuove necessità, e Mayor, figlio dei vicini di casa, che riesce a vedere oltre la lentezza e la diversità di Maribel: ne vede tutta la bellezza di farfalla fragile e palpitante, intrappolata sotto un bicchiere di vetro.

 Maribel con gli occhi assonnati e i capelli spettinati, seduta a gambe accavallate sul sedile, che mi volta e mi guarda. Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati aventi con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero.

Si cerca un posto dentro l’altro, per sentirsi più a casa, per combattere ondate di nostalgia spessa come melassa. Si mangia tamales (piatto messicano a base di pasta di mais ripiena), tacos, chicharrones (maiale o pollo fritto) finché ci sono abbastanza soldi, prima di essere costretti a passare ai discount americani e a troppi hot dog: il cibo diventa una sinfonia di appartenenza, una celebrazione della propria identità.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

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 Si passa dalla dolcezza dello spagnolo, che si scioglie in bocca come i besitos de coco (pasticcini al cocco), all’asprezza di una lingua sconosciuta, che si attacca al palato e sembra non essere in grado di tramutare esigenze, pensieri, sentimenti in frasi di senso compiuto.

‘L’inglese era una lingua così densa, contratta. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni sono chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.’

 Ho apprezzato moltissimo la scelta di Serrai nella traduzione del titolo (quello originale è The Book of Unknown Americans): una scelta poetica, ispirata ai versi di I, Too, Sing America di Langston Hughes; una scelta che vuole incarnare il senso di possibilità che pervade l’odissea di tutti i protagonisti del romanzo.

 I, too, sing America.

I am the darker brother.

They send me to eat in the kitchen

When company comes,

But I laugh,

And eat well,

And grow strong.

 

Tomorrow,

I’ll be at the table

When company comes.

Nobody’ll dare

Say to me,

“Eat in the kitchen,”

Then.

 

Besides,

They’ll see how beautiful I am

And be ashamed—

 

I, too, am America.

 

Si possono avere tante case, e riuscire ad amarle tutte. Si può lasciare un pezzetto di sé, della propria storia, degli incontri che le hanno regalato sfumature nuove e impensate in tutti in posti che si visitano, che si abitano. La cosa difficile è lasciarsi abitare. Perché, come scriveva Gabo nell’indimenticabile Cent’anni di solitudine, non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra, letteralmente o allegoricamente: abitiamo un posto quando vi lasciamo scheletri di una versione di noi che non esiste più, fantasmi di amori scaduti o andati a male, briciole di progetti e di sogni.

Soundtrack: stavolta doppia, in onore alle due storie.

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9 thoughts on “Storie di expat

  1. leduenellie says:

    Quanto ti capisco! Pur avendo passato all’estero solo un breve periodo è completamente straniante ritrovarsi là fuori pensando a casa e consola sempre tantissimo trovare nei nostri libri i nostri stessi pensieri. Brooklyn è meraviglioso, era piaciuto tantissimo anche a me, e sul comodino ho Anche noi l’America che mi aspetta: dopo le tue parole non vedo l’ora! ❤

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  2. interno storie says:

    Che brutta parola expat! Scusami Manuela, ma non la digerisco proprio. Il suono lievemente aspro…
    Una città o una nazione influisce fino ad un certo punto, quel che contano sono le relazioni.
    Capisco le tue sensazioni, ho vissuto e vivo ai margini di una città, come fossi ancora studentessa quando non capisci bene perché quelli del posto fanno gruppo a se. Questa città non la conosco dopo dieci anni e più e ogni volta immagino e progetto vie di fughe.
    Frequento gli amici dell’università e oltre quel cerchio non sono andata. Da un altro punto di vista può essere un bene, almeno un punto fermo è saldo. Sai cosa vedo davanti a me? Tante persone che faticano in uno Stato che si dimentica dei suoi cittadini, alcuni sono riusciti a realizzarsi. E infine campeggia gigantesca la mia inerzia. Non saprei definirla in un altro modo.
    Arrivati al giro di boa, bisogna prendere delle decisioni, essere coraggiosi. Me lo ripeto anch’io ogni giorno. Bisogna essere coraggiosi. Dopo quattro anni di piagnistei, mi sono ripromessa (sul serio) di non ricadere nello stato malaticcio che ha contraddistinto la mia persona.
    So bene anche le tue parole introducono alla letteratura di oggi, ma per una volta voglio mettere da parte i libri.

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    • ophelinhap says:

      In realtà voleva per l’appunto essere una riflessione più vasta, quindi il tuo commento è più che benvenuto. I libri sono un pretesto e uno spunto, come quasi sempre nei miei post 😉
      Ti capisco benissimo, anch’io mi sento così. Vorrei riuscire a riprendere le redini e a guidare le mie scelte verso qualcosa che possa sentire più vero e più mio, in diversi campi della mia vita. Qualcosa, non so cosa – e forse il punto sta tutto qui – che mi renda più serena e più in pace con me stessa e con gli altri.

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