Come rifiutare uno spasimante indesiderato secondo Charlotte Brontë


Charlotte Brontë, la signora indiscussa delle lande desolate e delle brughiere tempestose dello Yorkshire, l’autrice di classici senza tempo come Jane Eyre, Shirley, Villette e Il professore, nasceva esattamente duecento anni fa a Thornton. Il Brontë parsonage, casa-museo dedicata alle sorelle scrittici (che vorrei visitare tantissimo, tra l’altro, anche perché conosco poco lo Yorkshire, e mi aspetto di incontrare un Rochester a ogni incrocio), ha sede invece a Haworth, sempre nello Yorkshire, dove la famiglia si era trasferita nel 1820.


In occasione del compleanno di Charlotte, sono andata a scovare una lettera (che vi propongo nella mia traduzione; potete trovare l’originale qui) in cui la scrittrice inglese scarica, con aplomb ed ironia, un certo Henry Nussey, parroco di Donnington (nel Sussex), che le chiede di sposarlo il 28 febbraio 1839. Charlotte, decisa e indipendente, nella lettera spiega di non aver paura della condizione di zitella, se il contrario significa sposarsi con un uomo troppo diverso da lei, spianando la strada all’infelicità.

Charlotte cerca di spiegare le sue motivazioni alla sorella dello stesso Henry, Ellen, in una lettera del 12 marzo 1839:
(…) I asked myself two questions: Do I love him as much as a woman ought to love the man she marries? Am I the person best qualified to make him happy? Alas! Ellen, my conscience answered no to both these questions.
(Mi sono chiesta due cose: lo amo tanto quanto una donna dovrebbe amare il suo futuro marito? Sono la persona più adatta a renderlo felice? Ahimé, Ellen, la mia coscienza ha risposto in maniera negativa a entrambe le domande).

Charlotte, come la sua eroina Jane Eyre, brilla e si contraddistingue per l’intelligenza arguta, per il rigore morale, per l’indipendenza di spirito. Ed è così che vogliamo ricordarla oggi, in mezzo alle sue eroine.
La lettera che vi propongo di seguito è tratta dalla bellissima antologia Hell Hath No Fury: Women’s letter from the end of the affair, a cura di Anna Holmes e Francine Prose. Le illustrazioni che corredano il post sono invece tratte da The Brontës, Children of the Moors, di Mick Manning e Brita Granström.

Auguri, Charlotte!

Gentile signore,
Prima di rispondere alla sua lettera, ho pensato a lungo al suo contenuto; tuttavia, dal momento che il mio corso d’azione mi è stato chiaro fin dal primo momento della sua ricezione e lettura, considero ulteriori ritardi del tutto superflui.
Sa bene che nutro una profonda gratitudine nei confronti della sua famiglia, che nutro un affetto particolare per almeno una delle sue sorelle, e che la stimo moltissimo. Di conseguenza, non mi imputi motivazioni mendaci quando le comunico che la mia risposta alla sua proposta è decisamente no. Nel prendere questa decisione, sono fiduciosa del fatto di aver ascoltato i dettami della mia coscienza più di quelli dell’inclinazione; non rifuggo dall’idea di una nostra unione – tuttavia, sono persuasa che il mio carattere non potrebbe rendere felice un uomo come lei.
Ho sempre avuto l’abitudine di studiare il carattere delle persone con cui mi capita di entrare in contatto, e credo di conoscere il suo e di riuscire a immaginare di che tipo di donna avrebbe bisogno come moglie. La sua indole non dovrebbe essere troppo intensa, appassionata e originale – dovrebbe essere mite, senza dubbio devota, allegra e non soggetta a sbalzi d’umore; il suo aspetto dovrebbe essere tale da compiacere il suo sguardo e gratificare il suo orgoglio. Per quel che mi riguarda, lei non mi conosce: non sono la persona seria, algida, distaccata che lei si immagina – mi troverebbe romantica, e [eccentrica] direbbe che sono ironica e [severa]. [Tuttavia, disdegno] l’inganno e mai, per raggiungere la distinzione che deriva dal matrimonio e sfuggire al marchio di vecchia zitella, accetterei la mano di un brav’uomo che non potrei, in coscienza, rendere felice.
Arrivederci! Sarò sempre lieta, come amica, di ricevere sue notizie.

Sua,
C Brontë

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