Frammenti di un discorso amoroso#2: dell’amore e di altri demoni

Per te nacqui, per te ho vita, per te morirò e per te muoio.
Garcilaso de La Vega
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 I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.
Il 26 ottobre 1949, nella cripta dello storico convento colombiano di Santa Clara, viene rinvenuto un cranio di ragazzina con una splendida chioma ramata, lunga ben ventidue metri e undici centimetri.
A  Márquez, giornalista alle prime armi inviato a occuparsi della storia, questa chioma straordinaria ricorda una leggenda narratagli da sua nonna: quella di una marchesina di dodici anni dalla chioma lunga come un velo da sposa, morta per aver contratto la rabbia dopo il morso di un cane.
La leggenda e il ritrovamento della cripta ispirano a  Márquez una delle sue storie più poetiche, Dell’amore e di altri demoni, da cui è tratto il frammento di oggi.
Sierva María de Todos los Ángeles è una ragazzina magra, dalla timidezza irrimediabile, la pelle livida, gli occhi azzurri e silenziosi e una splendida chioma ramata. Cresce nel disinteresse totale dei genitori, affidata alle cure degli schiavi della casa paterna: parla svariate lingue africane, imita le voci degli uccelli e degli animali, si dipinge il viso di nero, indossa collane stregonesche, impara a camminare così silenziosamente che la madre le mette un campanello al collo per sentirla.
Durante una spedizione al mercato per i festeggiamenti per il suo dodicesimo compleanno, Sierva María viene morsa da un cane nero con una stella bianca sulla fronte: contrae la rabbia, che viene scambiata per possessione demoniaca, e inizia il suo lento martirio.
Cayetano Delaura è candidato per la carica di custode del fondo sefardita presso la biblioteca del Vaticano. È brillante, intelligente, benvoluto dal vescovo, che gli affida il caso di Sierva María, nonostante Cayetano non sia un esorcista.
Cayetano ha poca dimestichezza con le donne: è spaventato da Sierva María più che dal diavolo. Intravede presto il vero problema della ragazzina, e decide di curarlo con i sonetti di Garcilaso de la Vega e non con gli esorcismi. Ma la poesia ha i suoi effetti collaterali, e i due si ritrovano presto prigionieri di un sentimento che può esistere solo all’interno degli esigui confini della cella di Sierva María, a riprova del fatto che l’amore va sempre preso molto sul serio.
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Fino ad allora non aveva smesso di guardarla negli occhi e lei non dava mostra di arrendersi. Lui sospirò profondamente, e recitò:
Oh bel sembiante per mia sventura incontrato”.
Lei non capì.
“È un verso del nonno della mia trisnonna” le spiegò lui. “Ha scritto due egloghe, due elegie, cinque canzoni e quaranta sonetti. E quasi tutti per una portoghese senza grandi attrattive che non fu mai sua, in primo luogo perché lui era sposato, e in secondo perché lei si sposò con un altro e morì prima di lui”.
“Frate pure lui?”
“Soldato” disse Cayetano.
Qualcosa si mosse nel cuore di Sierva Maria, perché volle riascoltare il verso. Lui lo ripeté, e questa volta proseguì, con voce intensa e ben articolata, fino all’ultimo dei quaranta sonetti del gentiluomo d’amore e armi, don Garcilaso de la Vega, morto nel fiore degli anni per una sassata in guerra.
Quando ebbe finito, Cayetano prese la mano di Sierva Maria e se la posò sul cuore. Lei vi sentì dentro il fragore della sua bufera.
“Sono sempre così” disse lui.
E senza lasciare tempo al panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stata morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui pregava, finché ebbe l’impressione che Sierva Maria si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
“E adesso?”
“Adesso nulla” disse lui. “Mi basta che tu lo sappia”.
Non gli fu possibile proseguire. Piangendo in silenzio passò un braccio sotto la testa di lei affinché le servisse da guanciale, e lei si rannicchiò contro il suo fianco. Rimasero così, senza dormire, senza parlare, fin quando cominciarono a cantare i galli, e lui dovette sbrigarsi per arrivare in tempo alla messa delle cinque.
(…) Il panico era stato sostituito dall’affanno del cuore. Delaura non aveva tregua, faceva le cose come gli venivano, fluttuava, fino all’ora felice in cui fuggiva dall’ospedale per incontrare Sierva Maria. Arrivava ansante nella cella, inzuppato dalle piogge perpetue, e lei lo aspettava con tale inquietudine che il solo sorriso di lui le restituiva il respiro.
(Dell’amore e di altri demoni, Gabriel García Márquez, traduzione a cura di Angelo Morino, Mondadori)
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