Quel resto che è ossigeno

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Si è parlato e scritto molto del difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, delle traversìe dei ragazzi e delle ragazze che si affacciano alla vita come persone indipendenti ma ancora in via di costruzione; eppure, troppo poco è stato detto e scritto del momento in cui questi ragazzi e queste ragazze sono chiamati a diventare uomini e donne.

Il passaggio all’età adulta comprende riti di iniziazione ai quali prima o poi tutti siamo chiamati a sottoporci: trasferimenti, lavori che avevamo giurato non avremmo mai accettato ma pagano l’affitto, convivenze, dichiarazioni dei redditi, bollette, conti congiunti o disgiunti, la prima ruga, il primo capello bianco. Alcune esperienze sono così imprevedibili e piene di poesia e di meraviglia da lasciarci senza fiato: alcuni , la maternità, la paternità, le chiavi della prima casa tutta nostra; altre sono molto più prosaiche. Tra le une e le altre c’è un abisso: l’abisso della persona che volevamo diventare e che, a un certo punto del cammino, abbiamo perso di vista, insieme al lavoro che volevamo fare, alla città nella quale ci siamo sempre promessi di vivere, a quel bouquet di scelte e infinite possibilità consegnatoci insieme alla pergamena di laurea, garanzia assoluta che ci sarebbe stato il tempo di diventare qualsiasi cosa volessimo.

Non sono solo gli Holden Caulfield a voler scappare dalla loro vita, a sentirsi persi, a non riconoscersi: spesso, spessissimo, i non-più-tanto-giovani Holden hanno superato gli enta, hanno un mutuo e un posto da chiamare casa che improvvisamente smette di essere tale. È quello che succede un anonimo, monotono cinque aprile ad Arturo, protagonista di Il resto è ossigeno, romanzo di esordio di Valentina Stella, la cantastorie di Bellezza rara: inizia a camminare e non torna a casa. E continua a camminare, nonostante la rabbia di Sara, sua moglie, costretta a cercare di spiegarsi da sola – e di spiegare a sua figlia Giulia – perché Arturo, da un giorno all’altro – almeno in apparenza – abbia deciso di non voler essere più un marito, un padre:

Vorrei poter parlare con quella Sara che si lamentava di tutto, tanti anni fa. Vorrei parlare con la Sara ventenne che non riusciva a dormire e vedeva all’orizzonte attacchi di panico che non arrivavano mai. Vorrei raccontare alla Sara di quei tempi cosa vuol dire il panico vero, quello di quando capisci che la vita che avevi programmato, amato e curato si fa brillare in mezzo alla piazza, spargendo nel cielo milioni di pezzi di te e dei tuoi sogni più grandi.

Cosa succede quando la propria vita va in pezzi da un giorno all’altro?

Quando iniziamo a dire “è troppo tardi per ricominciare” e a crederci davvero?

Cosa ci fa stare insieme, e cosa ci fa andare in mille pezzi?

Quand’è che l’ossigeno in una stanza, in una casa, in una relazione, in una vita diventa così rarefatto e del tutto insufficiente, tanto da non permetterci più di respirare?

Quand’è che una vita inizia a stare stretta come un maglione di cachemire lavato in lavatrice?

Queste sono solo alcune delle domande a cui sia Sara che Arturo, in modi diversi, in circostanze diverse, devono cercare di trovare una risposta. Per capire perché hanno deciso di costruire una vita a due, cos’è andato storto, se la somma di due solitudini ne crea una ancora più grande oppure la annulla. Nella ricerca del loro personalissimo Sacro Graal, un maestro di musica e una Biancaneve appassionata di giardini diventeranno i rispettivi bracci destri e consiglieri di Sara e Arturo: persone che non facevano parte della loro vita di prima e che entrano nelle loro giornate solo grazie alla loro ritrovata capacità di dire .

A vent’anni è naturale trovarsi a cena con gente sconosciuta, o attaccare discorso con un tizio che sta bevendo la birra accanto a noi. Poi, quando si diventa grandi, quando si passa nel quadrante ‘famiglia- lavoro’, diventa tutto più difficile. E sotto certi aspetti meno male, perché quello è il momento in cui ti devi dedicare a costuire qualcosa, e allora tenere fisso lo sguardo verso il tuo centro di gravità aiuta. Ma a volte ti dimentichi del resto, e quel resto in realtà serve per respirare. Quel resto è ossigeno.

Per me è stato naturale immedesimarmi in Sara, nelle sue debolezze e fragilità di donna che non riesce a capire, perché non c’è niente di peggio di una persona che sparisce senza spiegazioni, senza dare la possibilità di gettargli addosso rabbia e dolore, scomparendo in una nebbia di rancori e silenzi. Sara si ritrova improvvisamente ad essere la metà di niente, a gestire la figlia Giulia, innamorata di un ragazzo di terza media, a bilanciare come una giocoliera impacciata alle prime armi la rabbia, il dolore, il senso di colpa e la voglia di innamorarsi di nuovo, davanti a uno spritz, sotto il cielo di quella Torino che è protagonista immancabile delle storie di Valentina.

Dei miei vent’anni mi manca il sapere che tutto può ancora succedere. Il sapere di essere in un prato enorme da cui partono tante strade, e io sono lì, a giocare, bere, ridere, scherzare, amare, e poi, con calma, dovrò sceglierne una e cominciare a costruire il futuro.

Il resto è ossigeno racconta una storia che resta appiccicata alla pelle e solleva una scia di dubbi e domande. Valentina ha rivolto una di queste domande a un gruppetto di blogger, in questo video: a un certo punto spunto anch’io, così imbarazzata che sto quasi per scoppiare in lacrime (non ho certo un futuro da vlogger).

Forse tutte le famiglie felici si assomigliano, per parafrasare Anna Karenina, ma anche quelle famiglie che sembrano felici e sono invece sul punto di implodere non sono poi così dissimili. Non perdersi di vista, non smettere di conoscersi e riconoscersi, ricordarsi di respirare: cose apparentemente banali, che pensiamo siano automatiche e quotidiane, ma che troppo spesso invece ci dimentichiamo di tenere a mente e di esercitare.

Ho paura di rimproverarmi il mio egoismo per tutta la vita.

E ho paura di non essere in grado di raccogliere la bellezza inaspettata che la vita mi sta regalando.

(Il resto è ossigeno,Valentina Stella, Sperling&Kupfer)

Soundtrack: Fragile, Negrita

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