Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: John Updike e i dodici incubi del Natale

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Luca di Holden & Company

E insomma, la verità è che domani è Natale e noi, di cosa sia davvero il Natale, continuiamo a non sapere nulla.

Prendete Babbo Natale. Chi diavolo è Babbo Natale? Non so voi, ma io, quando penso al vecchio Santa, con il suo vestito rosso, la barba bianca, gli occhialini tondi e quell’OH OH OH benevolo e tonitruante che gli scaturisce dal pancione per tintinnare cristallino nell’aria intorno, riesco a farmi venire in mente solo due figure di riferimento.

La prima è Billy Bob Thornton in Babbo Bastardo (Bad Santa). Ve lo ricordate? È quel film fan-ta-sti-co del 2003 in cui Billy è un ladro ubriacone e puttaniere. Billy e il suo amico nano il giorno di Natale si travestono da Babbo Natale e da elfo, passando la giornata a tollerare bambini lagnosi e viziati che vogliono tutti i regali del mondo e la notte a svaligiare centri commerciali.

La seconda è il personaggio ambiguo e inquietante che apre The Twelve Terrors of Christmas: una sfilata di dodici quadretti pseudo-natalizi scritti da John Updike e pubblicati il 21 dicembre 1992 nella colonna “Shouts and Murmurs” del New Yorker, e poi raccolti l’anno successivo in un volumetto corredato dalle illustrazioni burtoniane di Edward Gorey. Un po’ come il Bad Santa di Billy Bob Thornton, anche quello di Updike non è esattamente il vecchietto simpatico e piacione in braccio a cui vorreste sedervi, se foste un bambino.

20151221_120447_resized
Il pipistrello messo là in alto a introdurre il primo quadretto, il ritratto sdrucito e scomposto di un Babbo Natale decadente e il richiamo finale a It di King non sono proprio il massimo dell’atmosfera natalizia, vero? In effetti ricordano di più Halloween. Ma in fondo, pensateci un attimo: che differenza c’è tra Halloween e Natale? Entrambe, dopotutto, almeno nella versione consumistica in cui le festeggiamo noi sono ricorrenze dominate dalla tensione latente tra premio e punizione. Se ti sei comportato bene, ti meriti il regalo, o il dolcetto; se no, il carbone. O lo scherzetto. O chissà, magari qualcosa di peggio…

E poi andiamo, come si fa a fidarsi di un vecchio che alla sua età abita al Polo Nord, “su un blocco di ghiaccio galleggiante”?

20151221_120530_resized
Per non parlare degli elfi: una massa di lavoratori sottopagati, senza tutele sindacali, che passano tutto l’anno a martellare cose con l’ansia della scadenza. Chi ci dice che un giorno non si ribelleranno?

20151221_120615_resized
Ne I dodici incubi del Natale (il titolo con cui il libretto è stato tradotto in Italia da Chiara Belliti per Alet Edizioni, nel 2008) Updike non salva niente. Dall’albero di Natale, un organismo minaccioso e strisciante che prende possesso del salotto e “di notte, è possibile sentirlo mentre fruscia e ingurgita acqua dal sottovaso” alle renne della slitta di Santa (“Zoccoli che tagliano i tetti come coltelli nel burro… Il manto infestato di zecche, note portatrici di malattie”). Tutte le immagini più liete e festose che siamo soliti associare al Natale vengono rovesciate, spogliate del loro vestito di lustrini e mostrate per quello che forse sono realmente: qualcosa di ambiguo, oscuro, ingannevole, probabilmente pericoloso, sicuramente straniante nella surrealtà indecifrabile che ne circonda ogni aspetto.

E la gente, poi. La gente, diciamocelo, dal Natale ha solo da perdere. Chi deve fare regali si affretta, si angoscia, corre a confondersi alla folla nella frenesia dell’acquisto e del consumo, lotta, si ammacca, si graffia, per poi ritrovarsi carico di pacchetti e più povero di prima.

20151221_120653_resized

E chi invece deve riceverne? A loro forse va anche peggio: perché nessun regalo sarà mai abbastanza, per nessuno. Il Natale del vicino è sempre più rosso, e quando ti ritrovi in mano “tre cravatte smorte e un paio di guanti di lavoro in flanella” tutto ciò che riesci a pensare è: “È questa l’idea che hanno di voi?”. Senza contare la “paura per la merce da cambiare” che, passata la festa, costringe lo sfortunato destinatario di regali maldestri a “una umiliante discesa nel bieco mercanteggiare”, nel tentativo di salvare il salvabile sostituendo ciò che si è ricevuto con articoli meno difettosi.

Ma tranquilli, tutto passa. Anche il Natale. Arriva lento, dura poco e trascorre in fretta, calando il sipario su arti doloranti, scure occhiaie, alberi storti, “luminarie appese alle grondaie incrostate di ghiaccio”, morti viventi riesumati da repertori televisivi stantìi ed eternamente uguali che, incatenati alla sorte di un’infinita ripetizione, ogni anno vengono chiamati a cantare sempre le stesse canzoni, recitare sempre le stesse battute, indossare sempre gli stessi panni, con voci stridule e lamentose e un po’ di pancetta.

20151221_120729_resized

È il Natale, bellezza. La festa del consumo. Il regalo migliore? Be’, forse quando, finalmente, tutto finisce.

Ah, ovviamente, a tutti voi, buon Natale.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s