Il Calendario dell’Avvento Letterario#12: le notti bianche del Natale

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Nellie di Just Another Point.

Vintage Russian winter card

A me piace molto il fantastico mondo dei Se.

Non ho ricordo o avvenimento realmente accaduto che la mia testa non abbia trasformato in un grande e immenso Se, in un’alternativa possibile (ma a volte nemmeno troppo), un mondo parallelo dove la mia storia avrebbe potuto avere un finale e/o un risultato diverso. È un vizio che mi porto sin da bambina, da quando dicevo a mia madre che la mia io, su un pianeta parallelo al nostro , in una galassia parallela alla nostra, poteva mangiare il cioccolatino che io volevo, ma che mia madre mi negava (spoiler: non funzionava mai).

Ancora oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a fare gli stessi ragionamenti assurdi, con la differenza, però, che mi ritrovo ad applicarli anche al mondo dei libri, dove la fantasia può trasformare e rivisitare storie infinite volte (e Gianni Rodari lo sapeva bene, tanto da scriverne la Grammatica della Fantasia). È proprio in occasione di questo avvento letterario, quindi, che ho pensato a un nuovo Se: cosa sarebbe accaduto se Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij fossero state ambientate nei quattro giorni precedenti al Natale?
Mi perdonino gli studiosi e gli accaniti appassionati dello scrittore russo che molto probabilmente stanno già inforcando le armi, ma la mia è solo una supposizione, che nasce in realtà da un piccolo ma enorme problema di memoria (anche questo ereditato dall’infanzia: mai saputo ripetere una poesia a memoria in vita mia). Proverò subito a spiegarvi meglio.

Vintage Russian2
Lessi Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij nel lontano 22 marzo 2013, dopo un’abbuffata in uno dei miei ex ristoranti giapponesi preferiti (tranquilli, ricordo tutto ciò semplicemente perché è scritto nella prima pagina della mia copia – il motivo per il quale il ristorante sia uno degli “ex” preferiti lo si può leggere fra le righe). Insomma, stavo facendo una passeggiata con la pancia piena di sushi e sashimi e riso saltato con la soia e altre leccornie simili, quando in una libreria dell’usato mi decisi ad acquistare una copia di uno dei classici più amati della letteratura russa (forse perché, pardon ancora una volta a tutti i russofili, il più breve?).

Inutile dire che me ne innamorai dalla prima pagina, quasi quanto inutile aggiungere che a distanza di più di due anni mi son ritrovata a ricordarne solo lo schiaffo finale e la panchina lungo il fiume (quest’ultima reminiscenza, forse, perché pochi giorni dopo la lettura de Le notti bianche  vidi Manhattan di Woody Allen, ma questa è decisamente un’altra storia).
Ma torniamo a Fëdor Dostoevskij: nel mio cassetto della memoria (decisamente troppo impolverato), il nostro solitario protagonista incontrava Nasten’ka sotto la neve. Ho ripreso in mano il libro a distanza di due anni e di questo fenomeno meteorologico nemmeno si parla; anzi, nelle prime righe del racconto ho ritrovato proprio tutt’altra descrizione.

“Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

Avevo forse scambiato tutta questa magia con quell’atmosfera felice e spensierata che si respira proprio nei giorni precedenti al Natale? Ho deciso, di conseguenza, di rileggere l’intero racconto e a lettura terminata mi è stato fin troppo chiaro che nella mia testa c’era proprio un errore stagionale.

“C’è qualcosa di indicibilmente toccante nella nostra natura pietroburghese, quando d’improvviso, all’apparire della primavera mostra tutta la sua potenza, tutte le energie donatele dal cielo, si adorna, si agghinda, si colora di fiori..”

Lo ammetto, non un errore stagionale ma un enorme e abominevole errore stagionale in cui in realtà mi sarebbe bastato sapere che “le notti bianche”, nella Russia del Nord, sono quel periodo dell’anno in cui il sole tramonta dopo le 22. Eppure tutte quelle stelle, tutto quell’agghindare la città non poteva essere scambiato per alberi e luci e preparativi alla festa più attesa di tutto l’anno?  Non poteva essere una notte fredda ma con un cielo limpido a cui mancava solo la stella cometa a fare da ciliegina sulla torta?

“(..) e non faccio che sognare, ogni giorno, che alla fine, chissà quando, incontrerò qualcuno. Ah, se sapeste quante volte sono stato innamorato in questo modo!”
“Ma come dunque, di chi?”
“Ma di nessuno, di un ideale, di colei che mi appare in sogno. Io in ogni sogno creo interi romanzi. (..)”

Madre lo dice sempre che sono un’incallita sognatrice: credo lo dica più per disperazione che per orgoglio, ma io lo prendo sempre come un complimento. Sta di fatto che rileggere Le notti bianche e scoprire che mancano la neve e gli alberi di Natale mi ha fatto proprio arrabbiare, tanto da decidere, perciò, di tenere il ricordo che avevo e raccontarmi questo classico come lo vorrei io, anzi, con una piccola aggiunta. Perché, nel mio finale, nel  mattino dopo la quarta notte il sognatore con il cuore spezzato trova una sorpresa.

“Le mie notti finirono un mattino.”

Torna a casa e la ragnatela sul soffitto della camera non c’è più semplicemente perché Matrëna sta addobbando l’albero, scusandosi per il ritardo ma facendo intendere che il profumino che sale dalle scale sarà il pranzo di Natale più inaspettato e goloso che il sognatore si sarebbe potuto aspettare.

Albert Chevallier Tyler

The Christmas Tree, Albert Chevallier Tyler, 1911

Si spiegherebbero così molte cose, si spiegherebbe come, tornando a casa la sera prima (la Vigilia di Natale!), molte persone gli avessero sorriso nonostante il suo umore gelido e il cuore freddo, nonostante il suo aver detto addio a quel sogno che era stato così vicino a diventare reale. Quel mattino, il suo cuore si sarebbe scaldato, l’atmosfera natalizia l’avrebbe cullato e il pranzo in compagnia l’avrebbe fatto sentire meno solo, contento per Nasten’ka come in ogni caso sarebbe stato, ma contento anche per sé che solo, nella sua testa, avrebbe potuto continuare a sognare, ma aiutato da quell’atmosfera che scalda il cuore ogni anno.
A Natale tutto è possibile, no?

Vintage Russian 3

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