Barbara, che cazzata la guerra

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Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

Questo fine settimana non ho letto, non ho scritto, non ho studiato.

Non sono nemmeno andata a mangiare le crêpes in un locale bretone, come avevo previsto. Sono stata invece incollata giorno e notte ai social media e a un flusso continuo ma incostante di notizie, espresse in lingue che conosco ma che improvvisamente mi sono diventate sconosciute: allerta quattro, codice giallo, minaccia terroristica, coprifuoco.
Vi scrivo da una Bruxelles che si prepara ad affrontare il suo quarto giorno di blocco: scuole chiuse, metro chiusa, centri commerciali chiusi, trasporti pubblici che funzionano solo parzialmente. Scrivo, e cerco di rielaborare settantadue ore di insonnia e inquietudine: si consiglia di non uscire di casa, di evitare luoghi affollati, di evitare il centro, di evitare i mercati, di evitare i trasporti pubblici, di evitare i luoghi chiusi. Il cielo sopra Bruxelles è gravido non solo del primo, grande freddo e della prima neve, ma di una minaccia costante, indefinibile, impronunciabile.
Dieci giorni dopo il massacro di Parigi, Bruxelles è una città sospesa, un animale nascosto nell’ombra che ansima, spaventato, e spera di riuscire a sfuggire ai colpi del cacciatore.
È una città confusa, stanca, spaventata. E ho paura anch’io.
Una paura, del tutto folle e insensata, che le cose non tornino più come prima, che la routine fin troppo monotona delle mie giornate diventi ancora più soffocante tra questre quattro mura. Paura che questo Paese che non è il mio – e che probabilmente non sentirò mai mio – ma che mi ospita da quasi sei anni, non sia in grado di proteggere me e le persone a me care, specie quelle piccole.
Ho un nodo allo stomaco, una stretta al cuore davanti a queste strade desolate, bagnate di pioggia e di silenzio. Non voglio ricevere una telefonata come quelle madri, quelle figlie, quelle mogli di Parigi. Non voglio dover scrivere una di quelle lettere piene di dolore e di compassione e di perdono che persone più grandi, più mature e più forti di me sono riuscite a scrivere dopo quel maledetto tredici novembre, perché non sono grande, né forte, né matura, e non ho confidenza con la paura, né col dolore.
Vorrei ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine queste settantadue ore. Le mie amiche dell’università, che mi hanno tenuto compagnia fino a tardi su whatsapp, mi hanno spronata a parlare su BBC radio 2 di quello che sta succedendo, mi hanno suggerito di scrivere.
Tutte quelle bellissime persone che ho conosciuto attraverso il blog, che mi hanno scritto email e messaggi, preoccupandosi per me. Vi ringrazio di cuore, e spero di poterlo fare di persona, un giorno, presto, davanti a un pacco gigante di cioccolatini belgi.
Non ho letto questi giorni, ma ho una poesia che mi gira in testa. Una poesia di Jacques Prévert, che amava Parigi e amava la vita e amava l’amore. Una poesia che parla di una ragazza – Barbara – che corre incontro all’uomo che ama, incurante della pioggia parigina, e sorride, grondante rapita raggiante, in una città felice. Prévert le dà del tu, perché dà del tu a tutti quelli che ama e perchè la felicità della ragazza gli si trasmette, per osmosi.
Prévert le dà del tu, perché tutto quello che resta è il ricordo di una pioggia buona e felice, che diventa pioggia di sangue e lacrime e metallo e proiettili: una pioggia di paura, come dev’essere stata quella del maledetto tredici novembre. Una pioggia crudele, una pioggia di mancanze. Poi il nulla.

Oh Barbara
che cazzata la guerra.

Che cazzata la guerra, che cazzata ogni guerra, specie una guerra che mi sembra così estranea, che non riesco a comprendere, di cui non so abbastanza.
Che spreco, tutta quella vita, tutta quell’energia, tutta quella giovinezza, tutto quell’amore.
Quanto dovrebbe essere superfluo, tutto quel dolore, tutta quella mancanza.
Ma io non trovo le parole giuste, anzi, non trovo più parole. Vi lascio quelle di Prévert, nella traduzione di R. Cortiana.

Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t’ho incontrata in rue de Siam
Tu sorridevi
E sorridevo anch’io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati
Ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece
Vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più così e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c’è più niente.
(Traduzione di R. Cortiana)
da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

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3 thoughts on “Barbara, che cazzata la guerra

  1. il mondo capovolto (@Vale_RosaMela) says:

    Un abbraccio caldo caldo dalla Sardegna.
    Sono stata un po’ fuori dal mondo in questi giorni, non ti ho scritto solo per questo, ma spero tu stia bene e ti consiglio di mettere su carta o su blog le tue sensazioni perché a questi eventi bisogna reagire con azioni positive e la tua scrittura è una cosa bellissima da non mettere da parte 🙂

    Liked by 1 person

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