Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

odeling coat by glass door

Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

parker-daldiario-piatta

 

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4 thoughts on “Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

  1. librofilia_it says:

    Questa tua recensione la stavo davvero aspettando perché morivo dalla curiosità di conoscere le tue impressioni su questi racconti ma soprattutto sulla sua autrice.
    “Dal diario di una signora di New York” è stato anche per me, il mio primissimo approccio con la scrittura di Dorothy Parker ma soprattutto con la sua personalità che ho trovato davvero interessante e a tratti controversa, soprattutto se consideriamo il periodo storico nel quale è vissuta.
    Dorothy Parker mi è piaciuta da subito – pur non prediligendo le penne femminili – perché pur scrivendo di donne non assume quasi mai i connotati tipici della scrittura femminile perché ha una penna ruvida, spietata e cinica.
    Mi fa piacere scoprire che leggendo il libro abbiamo avuto le stesse sensazioni anche se mi trovo forse forse un po’ in disaccordo con te quando dici che sono racconti “scritti per le donne”. Paradossalmente sarebbe fantastico se questo libro lo leggessero proprio i maschietti, non credi? 😀
    P.S. Tra le altre cose abbiamo inserito nelle reciproche recensioni la stessa identica citazione… 😉

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    • ophelinhap says:

      Si, infatti sarebbe fantastico se li leggessero..con “scritti per le donne” intendevo “per far venire alla luce problematiche femminili che il mondo maschile probabilmente ignora” (sempre la stessa storia degli uomini che vengono da Marte e le donne da Venere, insomma ;))

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