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Aurora e Giovanni: due vite, piccole, apparentemente semplici, complicate nella loro unicità e individualità.

Un’eredità di famiglia scomoda, un cognome che entrambi vorrebbero dimenticare.

Un amore, nato all’università sui libri di filosofia e bruciatosi troppo in fretta.

Un impegno politico che li accomuna e li divide al tempo stesso. Una figlia, Mara, venuta al mondo all’improvviso, gli occhi come due pozzi neri senza fondo il cui sguardo incute timore e riverenza.

La bambina nacque con enormi pupille nere e fissò tutti con aria interrogativa. L’avvocato e il fascistissimo convennero su un punto: uno in tribunale e l’altro in carcere avevano incontrato mafiosi e assassini, eppure nessuno li aveva spaventati allo stesso modo.

“Lo sguardo di questa picciridda mi inquieta più di quello dei delinquenti, almeno loro parlano! Certo, meno di quello del mio professore di matematica quando mi doveva interrogare” aggiunse l’avvocato soddisfatto, e tutti risero.

La loro storia di coppia, le loro storie individuali si trovano presto a fare i conti con l’incalzare assordante della Storia: le proteste studentesche, l’incedere delle Brigate Rosse, il caso Moro, la morte di Peppino Impastato, in un mondo al contrario che sembra esigere il sacrificio di sangue di una rivoluzione. Aurora e Giovanni si ritrovano a lottare da soli, cercando di volta in volta di far parte della Storia o di schivarla, per isolare la propria, di storia, con la s minuscola, e viverla con tutta la rabbia, il dolore, l’amore e la solitudine che ne conseguono.

L’amore di Aurora e della piccola Mara non sembra mai abbastanza all’inquieto, tormentato Giovanni, che passa da un’assuefazione all’altra: la militanza politica, una brevissima incursione nel terrorismo, l’alcool, droghe sempre più forti, sempre più alienanti, capaci di rendergli tollerabile la sua inadeguatezza, di portarlo giù, in un oblio profondo e compassionevole.

Se Giovanni è una trottola impazzita e imprevedibile, Aurora sta ferma: si prende cura di Mara, cerca di corononare il sogno di diventare ricercatrice universitaria, e aspetta, eternamente aspetta.

Aurora cerca di fortificare quel poco che hanno, di salvare quel poco che rimane dopo l’ennesima lite, l’ennesima separazione, aggrappandosi a un ricordo, un attimo, una notte d’amore in spiaggia; Giovanni la accusa di delimitare, mentre lui vorrebbe costruire, anche se non gli è ben chiaro cosa.

Giovanni si è inesorabilmente perso: non sa chi è, non si riconosce allo specchio, che gli rimanda l’immagine di un uomo più magro e più vecchio, dagli occhi vacui. Non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad assegnarsi uno scopo, una fine, un ruolo: l’amore della sua piccola famiglia non gli è sufficiente.

La loro storia è un contenitore delle vicissitudini di due solitudini, destinate ad amarsi disperatamente da lontano senza mai incontrarsi, due rette parallele su un piano infinito, destinate a non trovare mai pace insieme.

Quando il peso della Storia (e della loro storia) diventa eccessivo e l’amore non è abbastanza, Aurora e Giovanni si ritrovano a fare i conti con una sconfitta vecchia di anni: anni vissuti al contrario, bruciati in fretta, dati in pasto all’esuberanza giovanile, senza mai conoscersi poi davvero, o capirsi fino in fondo.

Cara Aurora,

sono passate tre settimane. Le ho contate anche se qui il tempo è un’isola, come avevo provato a spiegarti.

Quello che mi hai chiesto ha messo a soqquadro i ricordi, che del resto ognuno vive a modo suo. Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi.

Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini.

Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea senza sapere che farcene, e ora che lo sappiamo ci stiamo già dividendo le briciole. Ci saluteremo da balconi e finestrini d’auto portando e prendendo Mara da un posto all’altro, finchè lei non se ne andrà per la sua strada e allora ci incontreremo alla sua laurea e al suo matrimonio. Avremo un nuovo marito e una nuova moglie e non ripeteremo gli stessi sbagli perchè avremo imparato dall’esperienza, che poi è la somma di tutte le cazzate fatte.

(…) Visto che lo desideri firmeremo la separazione, però prima scrivimi una lettera, perchè ancora oggi, quasi dieci anni dopo averla incontrata e con la certezza di averla amata, non so chi sia Aurora Silini.

Chi sia Aurora non lo sa nemmeno lei: bambina testarda che si nascondeva in bagno a studiare, per sfuggire con l’eccellenza alla convenzionale esistenza dei genitori, giovane pacatamente ribelle, studentessa entusiasta, poi mamma di Mara.

Il mondo mi ha confusa e tu sei stato il primo ad avermi sorriso.

Credevamo di cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato noi, esclama con amarezza e disincanto Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores) in C’eravamo tanto amati, celeberrimo film di Scola. Di fronte al peso delle vicende, di quegli eventi che cambiano una persona in maniera irrevocabile, nemmeno l’amore con i suoi mille splendori riesce ad essere una forza salvifica, almeno non fino in fondo. E ci si ritrova ingabbiati in una specie di solitudine fatta di ricordi, di se e di forze, cose mai fatte e parole mai dette. E niente è più uguale a prima.

Gli anni al contrario, Nadia Terranova, Einaudi

Soundtrack: Per dirti t’amo, Pierangelo Bertoli

NT