Port William, un posto al mondo

wendellberry

Trovare il proprio posto nel mondo è uno dei compiti più difficili da eseguire.

Un posto da chiamare casa, che possa offrire rifugio e consolazione.

Un posto a cui tornare, che faccia sentire sicuri, protetti.

Un posto in cui capire chi si è, e imparare ad esserlo, giorno dopo giorno.

Per i personaggi nati dalla penna magistrale di Wendell Berry quel luogo è Port William, cittadina immaginaria del Kentucky la cui geografia è una geografia dell’anima. Ogni famiglia che la abita ha dato qualcosa di sé a Port William, definendone i confini grazie a linee immaginarie di storie e alberi genealogici, stabilendone l’ossatura a forza di case e fattorie, casupole sul fiume e campi coltivati o abbandonati all’incuria, per caso o per una serie di sfortunati eventi.

Port William è i suoi abitanti, quei personaggi cari all’immaginario del lettore di Berry e destinati a far breccia anche nell’immaginario del neofita: la dolce, coraggiosa, giovanissima Hannah (poi Coulter), che affronta la prima gravidanza nell’angoscia dell’attesa del marito Virgil, disperso in guerra; il barbiere Jayber Crow, mite e riflessivo, punto di riferimento di tutte le teste di Port William, in senso letterale e figurato; il vecchio zio Jack Beechum, tanto orgoglioso e testardo quanto leale nei suoi affetti e nella sua dedizione agli amici; i coniugi Crop – Ida e Gideon – devastati dalla morte della figlioletta Annie, vittima di un’alluvione; il tormentato Ernest Finley, divorato da un amore tanto silenzioso e impossibile quanto inesorabile e distruttivo.

Tutti questi personaggi, e la stessa Port William, ruotano intorno ai coniugi Feltner, Margaret e Mat, la luna e il sole dell’intera comunità, un porto sicuro in caso di bisogno, un rifugio per tutti coloro che si sentono persi, o hanno perso la speranza. A casa Feltner tutto, anche la tragedia più inspiegabile – la scomparsa in guerra dell’amatissimo figlio Virgil, la morte della piccola Annie Crop, le sciagure provocate dall’alluvione, il dolore di Ernest, fratello di Margaret – diventa un fardello sopportabile. L’ordine, la tranquillità, la serenità nell’esecuzione di compiti e gesti quotidiani, la dignità nell’elaborazione e nella sopportazione del lutto, la disponibilità a dare una mano a chi ne ha bisogno, l’amore viscerale per la terra: queste sono le colonne portanti della vita dei Feltner, e della comunità di Port William tutta per estensione.

Mat e Margaret incarnano lo stesso ideale di comunità delineato da Berry nei suoi scritti: il fare parte sempre e comunque di un insieme unitario, in cui nessuno viene lasciato indietro, anche quando sbaglia, anche quando è troppo debole e scoraggiato per combattere. Non esistono ultime ruote del carro, e nemmeno ruote di scorta: ogni parte dell’insieme è importante, ed è essenziale per il suo armonioso funzionamento.

Quando Gideon Crop impazzisce per la morte della piccola Annie e scappa di casa, Mat organizza una rete di aiuti per l’orgogliosa e dignitosa moglie Ida, per fare in modo che possa mandare avanti la fattoria di famiglia. Insieme si ricordano i ragazzi partiti per la guerra e mai più tornati; insieme si resta incollati alla radio per cercare di comprendere l’indescrivibile orrore di Hiroshima; insieme si festeggia, con dolceamara e forzata, ma al tempo stesso incontenibile, euforia la fine di quella guerra che sembra sempre più priva di ogni logica e razionalità.

(Mat) Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto”.

Nel contesto di una comunità così unita da sembrare indissolubile, da assumere i contorni di una rete di solidarietà che attenua la caduta di tutti, il silenzioso, solitario suicidio di Ernest Finley assume un’eco ancora più tragica, rivestendosi di un’incomprensibile, drammatica assurdità.

Ernest, tornato dalla guerra con un piede mutilato, investe tutte le sue energie nel lavoro di falegname e nel tentativo di andare avanti come se niente fosse successo e non avesse nessuna disabilità.

All’inizio dell’estate del 1919, quando Ernest alla fine era tornato a casa dopo la guerra, i genitori erano ormai morti e la loro casa era stata venduta. Port William si era abituata alla sua assenza e lui era tornato a casa diverso.

Aveva subito una grave ferita complicata fin all’inizio da un’infezione, e la guarigione era stata lenta e dolorosa. Dopo il congedo aveva passato quasi un anno intero in ospedale. Alla fine, gli avevano riaggiustato il piede alla meglio e quella era stata la cosa più difficile da accettare, una volta guarito: per lui essere curato significava soltanto che sarebbe rimasto storpio. Le ossa e i tendini sbriciolati erano stati rimessi insieme in una mutilazione irreparabile per consentirgli di guarire e vivere. Non c’era ragione, gli dissero, perché non potesse condurre una vita normale. Naturalmente sarebbero stati necessari alcuni aggiustamenti.

Eppure, quando si era apprestato a lasciare l’ospedale, mentre cercava di recuperare la perdita servendosi delle stampelle come in un impossibile problema di meccanica, era consapevole di aver subito una sconfitta. E sapeva che si trattava di una sconfitta evidente e definitiva che non ammetteva guarigione o rivincita, che non contemplava illusioni che ne mitigassero l’immutabilità. E più che da qualsiasi altro luogo in cui era stato, aveva fatto ritorno a Port William soprattutto da quella sconfitta”.

Mentre Ernest lavora a casa di Ida Crop, coinvolto nella rete assistenziale stesa da Mat, si innamora di lei, anelando ossessivamente ogni giorno di più alla vicinanza della bella, dignitosa, riservata Ida. Tuttavia, Ernest si rende presto conto del fatto che la sua dirompente, assoluta passione non può essere ricambiata: Ida non ha occhi che per il marito, di cui attende il ritorno con una fede incrollabile. Quando Gideon le scrive di essere pronto a tornare a casa, Ernest non riesce a tollerare il pensiero di quella rinnovata prossimità e si toglie la vita.

I coniugi Feltner riescono a superare il vuoto immenso di una perdita continua, come un’emorragia grazie al loro reciproco esserci l’uno per l’altra, quel noi che hanno costruito e cementato nei decenni, con fatica e con amore.

Le parole di Margaret gocciolano su di lui come acqua e luce. Dolente e illuminato, ora si sente pronto a riavvicinarsi a lei. Scuote la testa.

Adesso lei lo invita chiaramente e lui si alza e si siede al suo fianco. Le posa il braccio sulle spalle.

‘E Mat – aggiunge lei – noi ci apparteniamo. Dopo tutti questi anni, non pensi che significhi qualcosa?’

(….) ‘Che cosa significhi non lo so’, risponde alla fine. ‘Ma so quanto vale’.

Mat Feltner, la voce narrante più forte di questa collezione di vite, riesce a superare il buio che minaccia di inghiottirlo dopo la perdita di Virgil, allontanandolo inesorabilmente dalla paziente Margaret, grazie alla sua simbiosi con la Terra, moglie e amante, confidente e nemica.

Solo rispettando l’inestimabile valore della terra su cui poggia i piedi e dalla quale trae nutrimento e vita, Port William può continuare a esistere come comunità, più forte di guerre, inondazioni e siccità, piantando i semi di quelle che sarà la sua eredità: la comunità di domani.

Mentre osserva le cataste di pietre e cerca di indovinare quel poco che è possibile intuire, Mat avverte la consapevolezza di un passato perduto e morto, di un passato remoto privo persino della forza della memoria. E se prima ha resistito a quel pensiero temendo di esserne addolorato, ora non prova nessuna tristezza. Là, in presenza del bosco, nei suoni dell’acqua e delle foglie che piovono, ora non avverte la perdita del passato.

Avverte invece la sovrumana quiete del luogo, il suo perfetto ordine fortuito. La quiete di un luogo dove l’evento più semplice o improbabile diviene necessità e parte di un disegno, dove la morte può soltanto cedere il passo alla vita. E avverte la distanza tra quell’ordine quieto e la sua costante battaglia personale per conservare e tenere liberi i propri terreni. Anche se dentro di sé il significato di quei terreni e la sua devozione verso di loro restano saldi, capisce senza dispiacere che un giorno spariranno, che l’ordine che ha creato e mantenuto in essi sarà infine travolto dall’ordine istintivo della natura.

Attorniato dalle foglie scintillanti che gli cadono intorno, Mat si ritrova infine al cospetto del luogo che si stende chiaro e nitido di fronte a lui, radioso come di una luce che emana dal terreno e diventa di colpo visibile. Entra in uno stato di veglia sereno come un sonno”.

Un posto al mondo, Wendell Berry, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna

Soundtrack: Mellon Collie and the Infinite Sadness, Smashing Pumpkins

wb

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