Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo: Sembrava una felicità di Jenny Offill

chagall

Era una buona moglie?

Be’, no.

Ho iniziato a leggere Sembrava una felicità di Jenny Offill nel bel mezzo di un trasloco, in una casa ancora estranea, tra valigie e scatoloni. L’ho trovato un momento particolarmente adatto a questo tipo di lettura: in fondo, cos’è un trasloco se non sovvertimento dell’ordine naturale della quotidianità, una domesticità alterata, tirata fuori dalla norma e forzata fino agli estremi dell’ignoto?

Quando si svuota una casa, ogni suo singolo pezzo è un punto interrogativo. Ogni singolo pezzo è un riassunto delle scelte fatte fino a quel momento, che hanno portato a questo particolare risultato e non a un altro. Ci si mette in dubbio, e il risultato di queste conversazioni con se stessi riflette in molti casi lo stato d’animo della protagonista della Offill:

offil

Lei è Moglie. Non sappiamo il suo nome, perché quando si è innamorata e sposata con Lui e ha avuto una Bambina ha iniziato a fare compromessi con se stessa, col suo sogno di diventare un mostro d’arte, scrivere un Romanzo, trovare un compagno che potesse essere per lei quello che Vera era per Nabokov: un’ancora alla realtà quotidiana per le cose.

Alcune donne lo fanno così facile, quel modo di scrollarsi l’ambizione di dosso come se fosse un cappotto costoso che non va più bene.

Ci si mette in mezzo l’Amore, e sconvolge i piani, e porta alla creazione di una famiglia, alla nascita di una bambina dagli occhi nerissimi e dall’intelligenza vivissima.

Allora perché Lei non è felice? Perché le aspettative sono una cosa, la realtà è ben diversa. Perché è facile – fin troppo – farsi delle promesse: promesse bellissime, di prendersi sempre cura dell’altro e non lasciarsi mai, e sconfiggere insieme la solitudine. Altra cosa è mantenerle, quelle promesse, e fare in modo che, in quel laborioso laboratorio di compromessi che è la costruzione della vita di coppia, non ci si dimentichi dell’Io. Non si perda di vista chi si è, che cosa si vuole, da dove si è partiti, dove si vuole arrivare. Lei si è persa di vista, e sperimenta sulla sua pelle assottigliata un nuovo tipo di solitudine.

Qualche sera dopo spero segretamente di essere un genio. Perché altrimenti com’è che non esiste un sonnifero che riesca a piegare la mia testa? Ma al mattino mia figlia chiede cos’è una nuvola e io non so rispondere.

A complicare i tasselli di una quotidianità piena di vuoti ci si mette l’amante di Lui, una ragazza giovane e coi capelli rossi – dello stesso colore dei capelli di Lei, prima che smettesse di tingerseli durante la gravidanza per non riprendere mai più, e ritrovarsi striata di grigio.

Se costruire un amore, una casa, una famiglia non è facile, ricostruire è ancora più difficile. Una vocina segreta e nascosta suggerisce che tutto potrebbe essere più semplice, che dalla frantumazione di quel Noi potrebbe riemergere quell’Io troppo a lungo dimenticato. Tuttavia, nemmeno considerazioni di questo genere possono arginare le ondate di rabbia, dolore, delusione, nostalgia per quella cosa così delicata nelle sue imperfezioni, ormai rotta, forse per sempre.

Un esperimento per gentile concessione degli stoici. Se sei stufo di tutto ciò che possiedi, immagina di averlo perso.

Ci sono collanti più forti di ogni rottura. C’è la memoria di coppia, un contenitore di Polaroid di due Io che si incontrano in un tempo in cui tutto era più leggero. C’è una figlia dagli occhi liquidi pieni di domande. C’è l’amore, che cambia, si trasforma, viene attaccato da ogni fronte, ma lotta per l’evoluzione e la sopravvivenza. L’amore che sopravvive grazie alle piccole cose: Lui che sbuccia la mela della bambina in una spirale perfetta e ne ricava un racconto che nasconde tra i fogli di Lei, per vedere se è abbastanza attenta. L’amore che sta sveglio la notte e sorveglia l’insonnia dell’altro. L’amore che è cura e attenzione: dei sentimenti, degli stati d’animo, dell’individualità (propria e altrui), dei piccolissimi, insignificanti tasselli che compongono una vita. L’amore dei piccoli gesti, delle carezze furtive. L’amore invisibile, nascosto in un piatto cucinato con cura o in una corsa alla fermata dello scuolabus sotto la neve.

Una volta un visitatore chiese al maestro Zen Ikkyu di scrivere un distillato della massima saggezza. Lui scrisse una sola parola: Attenzione.

Il visitatore rimase deluso: “Solo questo?”

E così Ikkyu lo accontentò. Due parole.

Attenzione, attenzione.

 

La Offill racconta una storia apparentemente semplice, già sentita tante, forse troppe volte, ma lo fa in modo rivoluzionario, attraverso i pensieri disordinati di Lei, attraverso il cambiamento quasi impercettibile di prospettiva e di persona – la prima, la terza, un Noi sbagliato, un Noi che finalmente suona più giusto e pieno di piccole, sottili promesse, che si vuole provare a rispettare, stavolta.

Come diceva il rabbino, “Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale”.

Sembrava una felicità è una piccola bomba ad orologeria, in attesa di esplodere. Attiva meccanismi segreti e nascosti, che erano lì, da sempre, e aspettavano di essere messi in moto dall’introspezione, dalla consapevolezza, dal coraggio. Le parole della Offill fanno male. I pensieri di Lei, tutti da sottolineare, sono destinati a infilarsi sotto le pelle del lettore, e rimanerci. Un monito, un memento mori, una speranza.

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Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scriveva Tolstoj in uno degli incipit più abrasivi della storia, quello della sua Anna Karenina. La ricetta della Offill per combattere le forzature di una quotidianità appassita è il coraggio: di cercare di ricordarsi di essere se stessi, di guardarsi dentro e allo specchio, di interrogarsi quotidianamente, tenendo sempre d’occhio quelle storie minime, quei piccolissimi istanti di felicità che contengono l’essenza stessa dell’amore.

La neve, finalmente. Il mondo è di una bellezza sospesa. Portiamo fuori il cane, che davanti a noi lascia una scia di pipì in quel biancore. Camminiamo verso la strada, a volte lo scuolabus arriva in ritardo. C’è ghiaccio sugli alberi e un vento da est, frizzante e pungente. Riappare il cane, trascinandosi dietro il guinzaglio. Aspettiamo vicino alle cassette della posta. Uno o due alberi hanno ancora le foglie, tu ti allunghi per prenderne una, e me la fai vedere.

“Ha foglie oblique” dici. “Vedi?”. Te la lascio infilare nella mia tasca.

Lo scuolabus giallo si ferma, le porte si aprono e lei è lì, con una cosa di carta e spago in mano. È arte, pensa la bambina. Forse scienza. La neve ricomincia a cadere, delicati fiocchi bagnati sul tuo viso. Il vento mi punge gli occhi. Nostra figlia ci affida i fogli spiegazzati e se ne va via correndo. Tu ti fermi e mi aspetti. La guardiamo diventare sempre più piccola.

Da piccoli, non si sa il nome delle cose.

Sembrava una felicità, Jenny Offill, NN editore

Trad. a cura di Francesca Novajra

Soundtrack: la playlist Spotify proposta da NN per la lettura del libro

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