Estate 1985

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L’estate del 1985 è una Polaroid sbiadita.

Lei è una bambina dai ricci scuri, il cappello da marinaretta, un costumino a balze e le scarpine di gomma per camminare sulle pietre.

Lui è un uomo alto, allampanato, dai capelli nero inchiostro, un costume a vita alta fuori moda, e la tiene per mano.

Entrambi guardano verso il mare – il mare trasparente della costa ionica calabrese, quel mare infinito, quel mare che è come una storia da raccontare, una promessa di cose che verranno.

Guardo quella bambina, e immagino si senta sicura, protetta da quel gigante invincibile. E mi chiedo se abbia smesso di sentirsi al sicuro per sempre, quando è venuta meno quella mano forte, che le copriva tutto il viso; quella mano nodosa e allungata, capace di intagliare il legno come suonare la chitarra, ma anche aprire la porta di casa e dimenticarsi di tornare a chiuderla.

Guardo quella bambina e penso che, crescendo, la vita deve averle ricamato addosso una trama di assenze, che può fungere da mantello dell’invisibilità o pesante armatura. E che, tra tutte quelle assenze, rimane il vuoto immenso di una, la più grande, la più assurda, la più inspiegabile.

Quella di cui non si può parlare, quella a cui è meglio non pensare, quella che diventa un groppo alla gola, un nodo nello stomaco, il punto interrogativo di notti senza stelle.

E penso che è cosi che si inizia ad avere paura: quando succede qualcosa che non ci si riesce a spiegare, e tutto cambia per sempre, restando in apparenza sempre uguale a se stesso. Tutto cambia perché si cambia, silenziosamente, inspiegabilmente, inesorabilmente. La paura attecchisce, mette radici, cresce ogni giorno di più, aspettando il momento giusto per manifestarsi, come un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato.

Ma in quella polaroid dell’estate 1985 tutto resta uguale: i colori possono sbiadire, ma il gigante e la bambina restano lì, a guardare il mare che si infrange sui sassi. E il cielo blu, e il calore del sole sulla pelle, e l’odore di sale e di brezza marina, e tutto il resto, e le note lontane di una chitarra che suona “La prima cosa bella” di Nicola di Bari e si porta via un’estate che non tornerà più, ma resterà fissa, immortalata e perfetta per sempre.

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4 thoughts on “Estate 1985

  1. amisaba says:

    Bellissimo… Sembra scritto di getto senza necessità di alcun editing. Immagino sia una storia vera, la tua; almeno così sembra. Il titolo poi un tuffo al cuore per chi era già un po’ più grande della bambina dai ricci scuri.

    Liked by 1 person

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