Dev’esserci un posto.

egg

William Eggleston

 

In questo periodo non ho molta voglia di scrivere.

Prima bugia del caso: ne ho, e molta, anche. Ma, se iniziassi, non scriverei di libri, o di letteratura: darei libero sfogo al turbinio di pensieri e impressioni che mi abita, rendendomi sempre più simile a una casa infestata dagli spiriti. Una di quelle case tristi, che non fanno nemmeno paura; semplicemente, una di quelle case vecchie, trascurate, abbandonate, il cui destino è poi essere dimenticate.

Se dovessi scrivere, scriverei di paura. Quella paura che prima o poi capita a tutti di incontrare, e che precede solitamente un cambiamento, un tuffo nell’ignoto. Quella paura che si presenta al cospetto delle grandi decisioni, e si siede e resta lì, tra una pioggia fredda di punti interrogativi ed esclamativi.

Quella paura che paralizza proprio quando ci sarebbe bisogno di agire, di andare, di muoversi per tenere le cose insieme, come ci ricorda Mark Strand. Quella paura che è come una domanda, e si interroga incessantemente – e senza risposte- sulla possibilità che esista un limite al numero di volte per reinventarsi, al numero di case in cui abitare, al numero di lingue da imparare, al numero di persone da amare.

Per fortuna ci sono persone che l’hanno scritto infinitamente meglio di quanto potrei mai fare io, tipo Bukowski, che, in questa poesia – che vi propongo in traduzione; potete leggere il testo originale qui – cerca disperatamente un posto dove rifugiarsi per scappare da se stesso, al di là della possibilità della morte e dell’insostenibile leggerezza dell’amore.

 

un finale plausibile

 

Dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

o non ne puoi più di ubriacarti

e l’erba non funziona più,

e non parlo di passare

all’hashish o alla cocaina,

parlo di un posto dove andare

al di là della morte che ci aspetta

e un amore che non funziona più

 

dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

che non sia la televisione o un film

o un giornale

o un romanzo su una donna

col clitoride in gola

 

è non avere un posto come quello

che fa finire la gente al manicomio

e causa i suicidi.

Credo che la maggior parte delle persone

in mancanza di un posto dove andare

si rifugi in luoghi o cose

che soddisfano a malapena,

e questo rituale tende a consumare

riducendo a uno stato apatico

in cui rilassarsi senza speranza

 

quelle facce che vedi ogni giorno per strada

non sono venute fuori

totalmente a caso:

sii gentile con loro:

sono riuscite a scappare

 

Soundtrack: Sink to the bottom, Fountains of wayne

egg2

William Eggleston

 

 

 

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6 thoughts on “Dev’esserci un posto.

  1. riruinglasgow says:

    Oh, la paura! Quando questa parola inizia a darti familiarita’ non so se e’ un buon segno, sopratutto perche’ non e’ che ti ci abitui a un certo punto, non diventa mai accogliente come una casa, per dire. Pero’ anche la paura ha il suo perche’. Forza e coraggio 😉

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  2. leduenellie says:

    Poi mi chiedo come molti critici/scrittori sostengano che la nostra vita non debba entrare nelle nostre parole scritte: è così impossibile separarle e la vita, dopotutto, è la miglior ispiratrice che ci sia. Da lei possono nascere immense riflessioni come queste, dove con poco si dice così tanto.

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  3. Aldievel says:

    La bella stagione porta sempre questo tipo di domande. Con l’inverno pensiamo al necessario, ci preoccupiamo soltanto di sopravvivere in attesa di tempi migliori. Poi arriva la primavera e ti chiede «cosa stai facendo? E dove stai andando?».

    Anche io ho voglia di scrivere ultimamente. Non lo faccio perché tirerei fuori il peggio di me.
    Un abbraccio!

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