Lolita, Lolita dov’è? A casa Lamb non c’è

William Eggleston

William Eggleston

Tra i limiti d’età di nove e quattordici anni non mancano le vergini che a certi ammaliati viaggiatori, i quali hanno due volte o parecchie volte il loro numero di anni, rivelano la propria reale natura: una natura non umana, ma di ninfa (vale a dire, demoniaca). Orbene, io propongo di chiamare “ninfette” queste creature eccezionali.

Vladimir Nabokov, Lolita

William Eggleston

William Eggleston

L’archetipo di ninfetta, dipinto da Nabokov con pennellate magistrali, è indimenticabile e destinato, inevitabilmente, a ergersi a Musa custode di una fetta controversa della narrativa: quella narrativa che si avvicina a temi scomodi, scabrosi, abitati da creature eccezionali al limitare dell’adolescenza e creature spaventose, dagli occhi che si accendono in quell’oscurità nella quale si nascondono.

Inevitabilmente, tutti quegli autori che sceglieranno di raccontare una storia del genere (una storia sbagliata, cantava De Andrè), rientreranno, inevitabilmente, nel topos lolitesco. Se i suddetti sceglieranno poi di infarcirla di episodi ed elementi che giocano un ruolo fondamentale nella trista vicenda di Lo al mattino, Lola in pantaloni, Dolly a scuola, Dolores sulla linea tratteggiata, Lolita tra le braccia dell’ambiguo Humbert (road trip; nottate insonni in squallidi motel; balocchi profumi e vestiti acquistati en masse per aggraziarsi l’ineffabile ninfetta; loschi figuri che perseguitano i due fuggitivi e infestano l’aria che respirano con la loro invisibile presenza, o il peso della loro assenza; campeggi improvvisati; la ninfetta che si ammala nel momento meno – o più – opportuno, bruciante di febbre in un alberghetto da quattro soldi) farebbe molto déjà vu.

Qual è lo scopo di raccontare una storia del genere, archetipica, già sentita? Il punto è: far perdere al lettore le tracce. Farlo uscire dal seminato, dalla sua comfort zone. Seminare indizi nel suo sentiero, e depistarlo a ogni angolo, tra effluvi di intangibile inquietudine.

I protagonisti di Lamb di Bonnie Nazdam – che pure ricadono nella trappola di una serie di giri di vite che fanno gridare al Lolita dov’è? – riescono in parte a sdoganarsi dal modello mostro innamorato ma pur sempre mostro/ninfetta, rivelandosi, per certi aspetti, ancora più inquietanti, ancora più moralmente al margine.

Tommie, la ninfetta della Nadzam, di Lolita ha ben poco: non è una preadolescente precoce e, a modo suo, conturbante, ma una ragazzina esile, dalla dentatura sbilenca, i capelli così biondi da sembrare bianchi, la pelle luminescente piena di lentiggini dalle forme strane, il viso porcino. Gli aggettivi che sembrano restarle appiccicati a quella pelle bianchissima sono piccola, ordinaria, gracile:

Veniva verso di lui in un top viola e sghembo, pantaloncini larghi e sandali color ottone decorati con gli strass. (…) Dai vestiti le spuntavano braccia e gambe bianche e ossute. I pantaloncini erano come appesi al bacino e la pancia le sporgeva in fuori come un lembo di lenzuolo bianco sporco. Era grottesca. Adorabile. Le lentiggini si concentravano sulle guance e lungo il naso e sulla leggera curvatura della fronte, appena sopra le sopracciglia. Ce n’erano di enormi, grandi come un pisello, e altre più piccole. Alcune chiare, altre scure, si sovrapponevano come coriandoli bruciati sulle sue spalle nude e sul naso e sulle guance.

(…) Era una ragazzina trascurata. Quelle che a scuola prendono tutte C. Non era carina, né atletica, né intelligente. Era solo una ragazzina magrolina che ancora non era sviluppata, e cercava disperatamente di stare al passo con le amiche. Rapida a farsene di nuove. Sciocca.

(…) Sul viso le comparve un’espressione vacua. Aveva un’aria così assente e stupida quando non era arrabbiata. Pelle straordinaria, pelle da porcellino, ma sotto niente luce.

(…) Guardò i suoi pantaloncini di cotone blu. Vestiti da bambola. La esaminò con lo sguardo mentre parlava. Dio, se era piccola.

Dimenticatevi gli occhiali da sole a forma di cuore e le scarpe di vernice col calzino coi volants: questa mocciosa (letteralmente, visto che per tre quarti del romanzo frigna e si pulisce il naso col braccio esile) è una ragazzina insicura, vittima delle bullette della sua scuola (tipo Syd, che ovviamente è bionda e, molto probabilmente, si prepara a un folgorante futuro da cheerleader. La Lolita di Nabokov non si sarebbe mai lasciata prendere in giro, bulletta impertinente che era).

Dimenticatevi anche Humbert Humbert, che col suo ego preponderante quasi schiaccia il lettore, portandolo attraverso i meandri della sua storia, delle sue Annabelle: David Lamb, che racconta la vicenda in prima persona – una prima persona asettica, distaccata, clinica – non si rivela. Intravediamo da dove proviene – pupilla degli occhi di sua madre, morta troppo giovane; padre dongiovanni, forse un po’ troppo dedito all’alcool; un fratello minore disadattato, scomparso dopo una notte in sacco a pelo vicino a una stazione di benzina; un’ex moglie, Cathy, tradita troppe volte; un’amante, Linnie, molto giovane e troppo innamorata); non vediamo, però, come e perché arriva a diventare il protagonista di questa storia.

Non credo si possa ripulire un cuore come fosse un garage, David.

Perché quel giorno David Lamb (ovviamente, il gioco di parole non si perde: lamb come agnello, vittima sacrificale, simbolo di innocenza e purezza), in quel parcheggio, decide di dare una lezione alla grottesca Tommie, costretta dalle sue amiche a vestirsi in modo ridicolo e andargli a chiedere una sigaretta? Perché decide di “rapirla” (fino a un certo punto: Tommie è parzialmente sua complice) e portarla in un folle road trip sulle Rockies, fino a una vecchia casupola in disuso che apparteneva al padre, morto da poco? E perché si fa raggiungere dalla sua giovane amante, impedendo a Tommie di uscire dalla stanza per non farsi vedere, convincendo Linnie a non entrare nella stanza di Tommie, perché infestata dal fantasma di una bambina morta?

Il punto è proprio questo: la storia di Lamb e Tommie tiene il lettore avvinto per tutta la sua durata grazie alla sua estrema imprevedibilità. La mancanza di approfondimento psicologico dei personaggi, che a volte può risultare frustrante, impedisce che il lettore si senta coinvolto emotivamente nella vicenda, permettendogli di osservarla dall’esterno, con occhio clinico, attraverso un vetro un po’ sporco, un po’ appannato, cercando di dirimere le fila di una storia di quasi amore che lascia un sapore amaro e pungente in bocca.

Immagina di essere a letto. Quel vecchio letto a due piazze, a casa. Le lenzuola spiegazzate, morbide e fresche. Le tue gambe, pulite e forti. Le spalle che si rilassano, si fondono con la schiena. Ci sei? Diciamo che stai leggendo un libro. (…) Riesci a malapena a distinguere le parole. La verità è che avverti un vuoto freddo in fondo al cuore. Tutto, fuori, è metallo. Senti il corpo un po’ spento. Desideri le mie braccia e le mie gambe calde accanto, non è così? Vuoi il fiume e il lieve sussurro dei succiacapre appol­laiati tra gli alberi, e vuoi i semi di erba selvatica tra i capelli e nei calzini bianchi. Vuoi il calore del nostro fuocherello per la colazione al mattino, che ti scalda il petto, le braccia, le spalle e ti apre tutti i pori della pelle riflettendosi nei tuoi occhi. La brezza fresca che ti sfiora la schiena. Nel vento l’odore della salvia e della neve. Le mani che stringono la piccola tazza di metallo piena di caffè. Ma sei nella tua grigia stanza di città, per sempre perduta. A mille miglia da me. Le piccole brande e il fil di ferro e le bluebonnet ormai avvizzite. E ti rigirerai nel letto chiedendoti se io sia mai stato reale. Che sia stato solo un sogno?

Nel tuo cuore ci sarà una tremenda bellezza. Su di esso una ferita, come un sigillo, che coprirà la città, dura e spaccata, come una sottile pellicola dai colori vivaci. Al tuo volto si sovrapporrà quello che avevi quando eri con me, sulle montagne. Un volto più luminoso, più giovane, un volto mite come il tempo.

(Lamb, Edizioni Clichy, collana Black Coffee, trad. a cura di Leonardo Taiuti)

Soundtrack: Lolita, Samuele Bersani

lamb

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