Shotgun lovesongs

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Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.

Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, trad. Claudia Durastanti, Marsilio editori

 

Shotgun, nella lingua inglese, si presta a varie combinazioni e interpretazioni.

Lo shotgun wedding è il matrimonio riparatore, così chiamato perché il padre della fanciulla violata e offesa si presenterebbe a casa dell’indegno giovine armato di pistola per convincerlo a sposare sua figlia. Se necessario, il simpatico quasi-suocero si vedrebbe costretto ad accompagnare il recalcitrante futuro genero in chiesa armato di forza di persuasione e della sempre fida pistola. Se ormai questi matrimoni forzati diventano sempre più rari negli States, stanno invece prendendo piede progressivamente in Cina, dove vengono chiamati Fèngzǐchénghūn (alla lettera “sposati per ordine del bambino”).

La shotgun house (grazie, McMusa) è una casa stretta e lunga (solitamente, non supera i 3.5 metri di larghezza). Le stanze sono sistemate una dietro l’altra: la loro struttura è dovuta a un’assenza di spazio per la costruzione di nuovi immobili e al bisogno di offrire case a prezzi contenuti ai ceti sociali più bassi dell’America meridionale, tanto che in città come New Orleans, anche oggi, il 10% di abitazioni rientrano nella categoria shotgun.

Nel lessico del golf, una partenza shotgun implica che i giocatori partano tutti insieme alla stessa ora da buche differenti.

Il sequenziamento shotgun è un metodo di sequenziamento del DNA per cui un lungo tratto è fisicamente suddiviso in piccoli frammenti che vengono clonati, sequenziati, e assemblati .

Durante le uscite di gruppo tra amici, quando giunge il momento di salire in macchina, il primo dei passeggeri che esclama shotgun! guadagna il diritto a sedere davanti, accanto all’autista. Storicamente, l’espressione riding shotgun indicava la prassi, a bordo delle diligenze, di avere una persona armata di fucile (shotgun messenger) seduta accanto al conducente per proteggere denaro o oggetti di valore in caso di rapina.

Tutte queste espressioni, o quasi, mi trasmettono un’idea di urgenza, un senso di impellente necessità, un’ impressione di velocità; quella stessa urgenza e velocità che hanno spinto Lee, uno dei protagonisti del romanzo di Butler, a scrivere le canzoni del suo primo disco, Shotgun lovesongs. Lee lavora in un vecchio pollaio adattato alla bell’e meglio a studio di registrazione, combattendo il freddo del Wisconsin con un fuoco improvvisato e la fame con le tortillas dei suoi coinquilini messicani. Decide di dargli quel titolo perché si è sentito quasi costretto a scrivere quelle canzoni, a comporre quella musica, come se, per tutto il tempo, qualcuno gli avesse premuto la canna di una pistola contro la schiena. La vera pistola puntata contro Lee è il suo terrore di fallire come musicista, la sua ansia di dimostrare a tutti a Little Wing, il paesino del Wisconsin da cui proviene, che può farcela davvero, il suo desiderio spasmodico di conquistare Beth, la ragazza (poi moglie) del suo migliore amico Henry, con la quale Lee ha trascorso una notte che gli è rimasta appiccicata addosso, quasi una seconda pelle.

Beth è un po’ il trait d’union del romanzo, narrato a quattro voci (Beth stessa e i tre protagonisti, Henry, Lee, Ronny e Kip, amici d’infanzia, spesso anche rivali). Le loro vite si intrecciano nuovamente quando si ritrovano tutti a Little Wing in occasione del matrimonio di Kip; rivedersi significherà gettare sale su antiche ferite non del tutto risanate e far riemergere prepotentemente i sentimenti di Lee per Beth, portando così la sua amicizia con Henry (quasi) al punto di rottura.

Lee è ormai ricco e famoso, e apparentemente ha tutto dalla vita: eppure, dopo il rapidissimo fallimento del suo matrimonio con una famosa attrice, il musicista sente il bisogno di tornare a casa, a Little Wing. Essere conosciuto in tutto il mondo non è niente in confronto alla sensazione di essere riconosciuto tra quelle strade che l’hanno visto crescere: durante il matrimonio di Kip, mentre tutti ballano, allegramente brilli, Lee si sente abbracciato dalla sua comunità, quella stessa comunità dalla quale si è allontanato, e vuole tornare a tutti i costi ad appartenere. Lì, tra alcool e sudore, Lee intravede il cuore pulsante e nascosto dell’America come potrebbe essere: una comunità di gente semplice che condivide musica e danza e cibo, anche – e soprattutto – quando le cose vanno così male che la condivisione di questi piaceri essenziali sembra diventare impossibile.

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Butler offre così al lettore un ritratto alternativo del Paese a stelle e strisce: niente capitalismo, né sogno americano. L’America è di coloro che hanno poco – o niente – e lottano ogni giorno per sopravvivere. Solo l’unione e l’appartenenza possono salvare l’individuo: il vero fallimento è restare fuori dalla comunità alla quale si vuole appartenere. Sembra quasi di passeggiare nella Port William di Wendell Berry insieme a Hannah Coulter e Jayber Crow, a ricordare che, una volta che si è parte di un ecosistema, si continua a esserne parte per sempre, condividendone gioie e dolori, lutti e vittorie.

Shotgun lovesongs è una canzone d’amore all’America come potrebbe essere, come dovrebbe essere, e un inno all’amicizia, quella vera, che resiste alle insidie del tempo e alle prove peggiori a cui la vita può sottoporla.

Soundtrack: Dancing in the dark, Bruce Springsteen

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12 thoughts on “Shotgun lovesongs

  1. Travel upside down (@Vale_RosaMela) says:

    Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

    Questo pezzo è meraviglioso *-*
    In autunno appena finisco di lavorare, vorrei tanto venire un weekend a Bruxelles ^^

    Liked by 1 person

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