Sylvia Plath. Solitudini e moltitudini.

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Penso spesso alla solitudine di Sylvia Plath.

Non in modo morbosamente curioso: succede quando leggo una sua poesia, quando sfoglio i suoi diari (ritrovando tra le sue parole tanto di me, più di quello che vorrei), quando ripercorro le tappe della sua vita attraverso le sue lettere – quasi come sfiorare una persona cara al buio, riconoscerne i tratti, colline di guance e vallate di collo.

Penso a quanto si sia sentita sola, quella sera di febbraio del 1963. Così sola che nessuno sarebbe più riuscita a toccarla, pelle e anima, che nessuno sarebbe più riuscito a guardarla e vederla, veramente. Sola di quella solitudine che ti avviluppa tutta e diventa una seconda pelle scomoda, appiccicosa, sudaticcia. La pelle di qualcun altro.

Così sola che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla – non sentirla, ascoltarla – e capire quella voglia di gridare e battere i denti e strapparsi vestiti e capelli di dosso ed esorcizzare tutto quel dolore, quella stanchezza di secoli, quell’impossibilità di rassegnarsi al flusso degli eventi, di vivere giorno per giorno.

Penso a quanto debba aver lottato per anni senza mai rassegnarsi alla mediocrità, senza riuscire a cercare pace, cercando qualcosa e qualcuno da amare così tanto da farle male, da farla sentire profondamente, inesorabilmente viva. Da distruggerla.

Penso a quanto debba aver avuto freddo, quella notte, nel suo appartamentino londinese. Così freddo da essere scossa da brividi dalla testa ai piedi, lame di gelo conficcate tra le scapole, stalattiti di ghiaccio a perforare il cuore, con la convinzione recondita di non riuscire mai più a provare l’abbraccio del calore. Un abbraccio capace di liberarla da quell’inverno perpetuo e riportarla nelle sue amate spiagge della East Coast, la pelle giovane sporca di sabbia bianca e tostata dal sole, i piedi immersi nell’acqua trasparente come quando, a due anni e mezzo, la madre le aveva annunciato l’arrivo del fratello Warren, e Sylvia aveva preso coscienza di essere parte del tutto ed essere al tempo stesso un essere autonomo, con limiti e confini ben delimitati.

Penso a quanto dovesse avere fame. Non fame di quel pane e quel latte che avrebbe lasciato per la colazione dei suoi bambini: fame di vita, così tanta da esplodere, fame di balli e vestiti che lasciavano le spalle scoperte e macchine decappottabili e ragazzi alti Ivy League e scarpe a tacco e vento tra i capelli . Fame di parole, parole partorite dal sangue e dall’inchiostro che trovavano la loro collocazione in strutture retoriche perfette, parole che messe tutte insieme avevano senso, davano un senso al dolore, all’alienazione, all’impossibilità di essere capite, a quell’amore così assoluto da tradursi nell’impossibilità di respirare. Nostalgia di un tempo in cui quelle parole, quei versi, quelle frasi si facevano ricettacolo di una rabbia muta e sorda, e sfamavano la necessità di capire, di capirsi, di riconoscersi.

Penso a Sylvia, seduta a tavola, il capo chino sulle mani, a ripercorrere la trama dei suoi errori, di tutte le cose che avrebbe potuto fare meglio, di tutte le cose che aveva voluto fare e non aveva mai fatto. Quella lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard, quell’esperienza newyorkese che sapeva di cocktail andati a male, le poesie più belle che non avrebbe mai scritto, Ted. Quella pantera che le aveva strappato la fascia dai capelli e aveva preteso di cibarsi del suo cuore. Quel poeta dal quale si era spesso sentito oscurata, e dal quale, al tempo stesso, era incoraggiata a scrivere, a fare di più, a fare meglio. Quello stesso Ted che avrebbe poi scritto Birthday Letters, uno struggente commiato in versi (che emana anche l’odore pungente di una catarsi tardiva dai sensi di colpa) dalla moglie abbandonata, ormai morta, che fa intravedere in quella stanzetta londinese anche la sua ombra: un’ombra scomoda, che non c’era quando Sylvia ne avrebbe più avuto bisogno. Too little, too late.

Penso a Sylvia, che ha amato così tanto Ted senza forse mai conoscerlo veramente, e a Ted, che proprio non riesco a farmi stare simpatico, che forse ha amato Sylvia senza mai capirla a fondo. Senza mai vederla davvero, quella bellissima ragazza di vetro incrinata da tante, troppe fragilità.

E penso a Sylvia e ai suoi bambini, a Nicholas e Frieda. Penso al dolore struggente di una madre che sa che non li vedrà mai crescere, che li abbraccia col cuore, con gli occhi, con la memoria, nella quale rimarranno sempre piccoli, nella quale non cresceranno mai. Sylvia non sarà con loro il primo giorno di scuola, non nasconderà i loro regali sotto l’albero di Natale, non asciugherà le lacrime delle prime delusioni d’amore, non assisterà alla loro cerimonia di laurea.

Cerco di immaginarmi come sia stato, quando tutto è diventato troppo, quando il peso di se stessa, l’orrore di convivere con se stessa, il peso delle responsabilità e di tutte le decisioni moltiplicate per tre sono diventati semplicemente insopportabili. Ripercorro i suoi passi silenziosi, forse scalzi sul pavimento gelido, rivedo quelle azioni così semplici e quotidiane eseguite con maldestra maestria per l’ultima volta: aprire il frigo, versare il latte nei bicchieri, affettare il pane (sentire la lama fredda del coltello contro la guancia, indugiare in una voluttà momentanea, un desiderio di sangue: il sangue della ferita di Ted dopo quel morso irruento di Syvvy alla prima festa, il sangue mensile, il sangue dell’imene lacerato di Esther Greenwood; ma non è così che deve finire).

Penso a Sylvia che prepara con cura gli asciugamani col monogramma (magari SH, non SP) e tappa ogni fessura con cura maniacale, il suo modo di accomiatarsi.

E penso a Sylvia, sdraiata per terra sul pavimento gelido, cercando di colmare quella voragine nel cuore che, nonostante tutto l’amore e le parole e i ricordi e i successi, diventa sempre più profonda, aspettando che il suo cuore esploda, sperando con tutta la se stessa che le rimane di trovare pace.

Tutto questo Katie Crouch l’ha raccontato molto meglio di me qui. Perché, quando quella particolare campana ha suonato, ha toccato – e continua a toccare, e a scuotere nel profondo – migliaia di non isole che abitano acque agitate, e che hanno bisogno di non sentirsi soli come Sylvia, quella notte. Hanno bisogno di dissetarsi di versi che testimonino che qualcun altro, un giorno, una notte, si è sentito esattamente nello stesso modo, e ha trasformato la rabbia e il dolore in energia creativa, in poesia immortale. La solitudine di una donna in una freddissima notte di febbraio è diventata il cuore pulsante di una moltitudine viva, vitale, vibrante: tre aggettivi che Sylvia – sia quella bionda che quella bruna – avrebbe amato.

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