Caro Nelson, cara Simone

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L’amore non è mai facile, nemmeno se si risponde al nome di Simone de Beauvoir, compagna del filosofo Jean-Paul Sartre, scrittrice affermata alla scoperta degli Stati Uniti, dove viaggia da sola per una serie di reading e lezioni universitarie.

Non è facile, quando si ha fiducia nel destino luminoso dei colpi di fulmine – gli stessi che la Szymborska ha descritto mirabilmente come seguiti, non inizi, in un libro degli eventi che resta sempre, inesorabilmente aperto a metà.

Simone, partita alla conquista degli USA, incontra a Chicago Nelson Algren, bad boy della letteratura made in Illinois, oracolo dei postriboli e dei bassifondi. Lo incontra per qualche ora, prima di essere trascinata a cena dal console francese. E si innamora. E gli scrive la prima di centinaia di lettere.

Difficile cercare di ricostruire motivazioni e dinamiche che portano a innamorarsi due artisti diversissimi tra loro  – lei, l’algida e fredda “Castor” di Sartre; lui, che disprezza tutto quello che Simone incarna – la borghesia e il freddo intellettualismo della capitale francese – preferendo la boxe, imparando a conoscere la filosofia di Sartre da una bionda ossigenata che tiene cassa in una bettola di Chicago, frequentata da vecchie prostitute, senzatetto, drogati, alcolizzati.

Simone incarna l’intellettuale borghese bene, ombra di Sartre, a cui fa da editor, da assistente, da correttrice di bozze, anche a causa dei suoi problemi di vista: insomma, una Véra Nabokov occidentale. Il rapporto tra lei e Sartre ha smesso di essere fisico da molto, troppo tempo, tanto che a volte la Beauvoir si trova gravata del compito di aiutare Sartre a scegliere le sue amanti.

Simone, appena trentanovenne, vuole concedere a se stessa e al suo corpo un ultimo amore, una passione assoluta, incendiaria.

Per Nelson, figlio di uno Svedese convertitosi alla religione ebraica, la dimensione fisica è la più importante: assegna un’importanza fondamentale al sesso (e regala alla Beauvoir il suo primo orgasmo), beve, gioca  a poker, vaga di notte per i bassifondi di Chicago alla ricerca di amori facili, avventure, storie, personaggi. Come Chekov, Algren è il poeta dei perdenti. Questo contrasto resta ben evidente nel corso della loro storia e della loro lunga corrispondenza: lei sostiene che scrivere sia un atto fisico, come baciare; lui replica che, dall’altra parte dell’oceano, le sue braccia restano vuote e fredde, senza lei.

Ma andiamo con ordine. A New York, nel 1947, Simone viene invitata a cena da Mary Guggenheim, ex compagna di classe di Indira Gandhi, ballerina, pittrice, scultrice, scrittrice, interprete..e da qualche mese amante di Nelson Algren. La Guggenheim ha piani ambiziosi nei confronti di Nelson, che le ha da poco presentato sua madre: vuole valersi delle sue conoscenze per lanciarlo, farlo conoscere, farlo diventare la stella del firmamento letterario americano. Per questo motivo tiene segreta la loro relazione: vuole essere sicura di avere Nelson tutto per sé. Tuttavia, la fredda e ostinata francese, verso la quale nutre una spontanea e subitanea antipatia, chiacchiera senza sosta, e insiste per avere il nominativo di qualcuno da contattare a Chicago, sua prossima tappa in terra USA. Mary, distratta e innervosita per aver bruciato lo zabaione che stava preparando per l’ospite indesiderata, compie l’errore strategico di dare a Simone il nome e il numero di Nelson.

Simone è entusiasta: è ansiosa di conoscere artisti americani, migliorare il suo inglese (che è pessimo) e, soprattutto, sperimentare la vita dei bassifondi di Chicago.

Arrivata al Palmer House, il suo hotel a Chicago, dopo una giornata trascorsa al Modern Art Institute, Simone cerca di chiamare Algren, che non la capisce a causa del suo marcato accento francese e interrompe la conversazione per ben tre volte, finchè l’operatrice telefonica intercede per Simone e la scrittrice riusce e pronunciare i nomi dello scrittore americano Richard Wright e di Mary Guggenheim, facendosi riconoscere. Fin dalla loro prma conversazione, Algren si fa vedere per quello che è, senza filtri: irascibile, impaziente (uno dei motivi per cui non vuole rispondere al telefono è che ha qualcosa sul fuoco), intollerante verso quell’accento sconosciuto che non vuole impegnarsi a decifrare, lui, che mette la musicalità delle parole sopra ogni altra cosa. I due si incontrano al bar del Palmer, dove Nelson non è mai stato, perché troppo chic e borghese per lui. Lei lo aspetta stringendo al petto un copia della Partisan Review, rivista che lui detesta, tacciandola di snob, pseudo-intellettuale, pseudo-letteraria. Lui arriva con più di un quarto d’ora di ritardo, a causa della Frenchie, che l’ha invitato a raggiungerla al Liteul (little) Cafè, mentre il nome esatto è Le Petit Cafè, alla francese.

Intrigato suo malgrado dagli occhi azzurrissimi e dall’eleganza francese di Simone, si propone di scioccarla, di farle abbassare le arie da istitutrice impettita con una serata a base di passeggiate tra flop-houses (hotel a basso costo che offrono servizi minimi, destinati a chi non poteva permettersi una casa), immigrati senza tetto e spogliarelliste. Nelson vuole scuotere quella Frenchie arrogante, farle capire che l’America non è Ivy League e country club: una buona metà degli Americani non hanno che i mezzi per andare sempre più in basso, imboccando una strada che li conduce direttamente in prigione. Nelson ne sa qualcosa, essendo stato imprigionato in Texas per aver rubato una macchina da scrivere e avendo condiviso la sua cella con un assassino. Fallisce miseramente: Simone è entusiasta di tutta quella vita che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi, totalmente diversa dall’esistenza protetta e sicura alla quale è abituata. I due parlano, abituandosi con estrema sorpresa e rapidità l’uno all’accento dell’altro: in giro per il quartiere polacco, bevono vodka (il cui sapore Simone assocerà sempre a Chicago) e lui le racconta di New Orleans, del suo Sud.

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930s

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930

Nelson e Simone decidono di passare la giornata seguente insieme, ma i loro piani vengono ostacolati daal console francese a Chicago, che ha già organizzato un pranzo e una cena per Simone, tenendola impegnata fino all’ora della sua partenza. Simone riesce a passare a salutarlo al 1523 di Wabansia Street: un modesto due stanze senza il bagno, con dei tocchi di giallo – tipo la sedia vicino al letto – che le ricordano il suo amato Van Gogh, e le fanno venire voglia di restare ad abitare lì, tra quelle quattro mura che sono Nelson, che aderiscono alla sua immagine e al suo carattere come una seconda pelle.

Quando la accompagna alla macchina, Nelson prende Simone tra le braccia. E la bacia. E le fa promettere di tornare, tornare da lui, per dare un senso a quell’attrazione assoluta, repentina, incontrollabile. Le fa promettere di tornare, perché l’alternativa – non vedersi mai più – fa così male da sembrare impossibile.

In treno, Simone si immerge negli scritti di Nelson, e inizia a buttare giù, nel suo inglese stentato, la prima di tante lettere, tentativo di far durare l’attimo vissuto insieme il più possibile, allungarlo fino a metterne a dura prova la resistenza, sfidando le leggi della logica e della fisica.

I due si scrivono per quasi vent’anni, fino al 1964. Lei torna più volte in America, lui va a trovarla a Parigi. Tra Sartre, il matrimonio e il divorzio di Algren e Amanda Kontowicz, i successi letterari di Simone e il disincanto di Nelson, i due riescono a partire per una sorta di luna di miele nel 1948 – interrotta bruscamente da Sartre, che rivuole Simone accanto a sé. Partono insieme dopo non essersi visti per più di otto mesi ed essersi scritti più di cinquanta lettere. Le aspettative sono altissime: entrambi sono ansiosi di ricreare l’incanto dei giorni di Wabansia, e Nelson propone una sorta di gioco letterario per fingere che il tempo non sia mai passato. Alla fine di ogni giornata passata insieme, i due dovranno registrare quello che è successo dal proprio punto di vista, sensazioni ed emozioni, in una sorta di gioco della verità a due voci.

Simone chiama Nelson “marito lontano, marito amato”, sostenendo che lui l’ha aiutata a crescere, a maturare, a diventare veramente donna, facendole scoprire il suo corpo, facendole il dono della verità, sempre e comunque. Eppure, lei ha una visione astratta e letteraria dell’amore: una visione che alimenta le assenze di lettere e di parole. Per Nelson, l’amore è una cosa semplice: ci si incontra, ci si innamora, si dorme insieme, si vive insieme, si fanno dei bambini.

I due si sono amati alla follia, a scapito dei chilometri, dei pregiudizi, delle barriere linguistiche. Si sono forse amati tutta la vita, tanto che Simone è stata sepolta accanto a Sartre, ma con l’anello che Nelson le aveva regalato al dito.

Eppure, c’è qualcosa che per i due scrittori è più grande del loro amore: la scrittura, Parigi per lei, Chicago per lui.

Lei gli scrive di non essere capace di vivere solo in funzione del loro amore: ha bisogno di scrivere, e per scrivere ha bisogno di Parigi. Lui scrive di Chicago e per Chicago: non è una città facile, non è una città che ama e celebra i suoi scrittori (come fa invece Parigi), ma Nelson non può farne a meno.

Le istanze geografiche, la scomoda, ingombrante ombra di Sartre, la pubblicazione de I Mandarini, il romanzo della Beauvoir in cui Algren compare come Lewis Brogan, un cupo zoticone, fanno sì che i due si rendano conto che anche una passione come la loro non può reggere al tempo, alle distanze, a due vite che sono semplicemente troppo diverse per fondersi.

Quando, nel 1950, Algren decide di risposarsi con l’ex moglie Amanda, Simone, in viaggio alla volta della Francia, scrive a un Nelson da lei sempre più lontano questa bellissima lettera (che vi propongo in traduzione), che compare nel volume Hell Hath No Fury: Women’s Letters from the End of the Affair, una raccolta di lettere di rottura a cura di Anna Holmes. Le parole di Simone a Nelson sono una malinconica riflessione sulla straziante capacità dell’amore di torturare colui che ha perso l’amato, portandogli via ogni parvenza di pace, facendogli bramare la vicinanza, quando quello che resta è solo perdita, e vuoto, e freddezza. Quando non resta più nulla.

La tristezza senza lacrime mi si addice più della fredda rabbia. Per questo finora non ho versato lacrime, secca come un pesce affumicato, il cuore molle come un budino stantio.[…]

Non sono triste. Sono fuori di me, lontanissima da me, incredula, tu così lontano da me, tu, tu così vicino.

Voglio dirti solo due cose prima di partire, e poi non ne parlerò mai più, te lo prometto. In primo luogo, voglio rivederti, ho bisogno di rivederti, un giorno. Ma ti prego di ricordarti che non te lo chiederò mai più  – non per orgoglio, perché con te non sono mai stata orgogliosa, come sai, ma perché un nostro incontro significherebbe qualcosa solo se tu lo volessi veramente.

Quindi aspetterò. Quando lo vorrai, dimmelo. Non mi illuderò che tu mi ami ancora, o che tu voglia fare l’amore con me, e non dovremo necessariamente passare molto tempo insieme – sarà quello che vorrai, quando vorrai. Sappi solo che io aspetterò che tu me lo chieda.

No, non posso pensare di non rivederti mai più. Ho perso il tuo amore, e ha fatto male, fa male: ma non voglio perdere anche te. In ogni caso, mi hai dato così tanto, Nelson, e quello che mi hai dato è stato così importante che non potresti mai portarmelo via. La tua tenerezza, la tua amicizia sono state per me così preziose che quando penso a te in me, dentro me, un’ondata di felicità e gratitudine mi invade.

Spero di portare con me questa tenerezza e quest’amicizia per sempre. Per quanto mi riguarda, la verità – per quanto sconcertante e umiliante – è una sola: ti amo come ti ho amato la prima volta che mi hai stretto tra quelle braccia che tanto mi hanno delusa. Ti amo con tutta me stessa, con tutto il mio cuore inquinato: non posso fare altrimenti. Ma non ti darò noia, tesoro. Non fare delle nostre lettere un dovere: scrivimi solo se e quando ne hai voglia, ricordandoti che mi farai molto felice..

Ogni parola sembra superflua. Tu mi sembri vicino, così vicino: permettimi di avvicinarmi a mia volta. E permettimi, come una volta, di essere nel mio stesso cuore, per sempre.

La tua Simone

Come per tutti gli amori contrastati, resta sempre un dubbio amletico: senza quegli ostacoli, ci sarebbe stato un lieto inizio? O sono gli ostacoli stessi a essere cuore pulsante di un amore come quello tra Simone e Nelson, incontro di due menti lucidissime, di due sensibilità tanto diverse eppure tanto affini, tanto vicine eppure tanto lontane?

Resta nell’aria un vago, insistente odore di mandorle amare, quello che Marquez aveva assegnato agli amori senza capo né coda.

Per saperne di più:

A Transatlantic Love Affair: Letters to Nelson Algren, Simone de Beauvoir, New Pr

Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Fernanda Pivano, Tullio Pironti

Beauvoir in love, Irène Frain, trad. E. Cappellini, Mondadori

I mandarini, Simone de Beauvoir, trad. F. Lucentini, Einaudi

Walk on the wild side, Nelson Algren, Minimum Fax

Il corso di letteratura americana de LaMcMusa

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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