Essere prese sul serio.

nin

Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

andrea teatro

annnnnnn

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28 thoughts on “Essere prese sul serio.

      • rosalbax says:

        Grazie a te…i tuo pensieri…portano, trasportano, donano emozioni…
        Spesso noi dimentichiamo, scegliamo di non fermargli…ma poi la curiosità…su ciò che scrivi…
        Ed ecco qui a pensare…un piccolo istante…tutto nostro

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      • rosalbax says:

        Non so se mi puoi aiutare…
        On line gira questa frase:
        «Do you know the story of the Phasianidae? It’s a bird that experiences all of time in one instant. She sings the sound of love, anger, fear, joy, and sadness all at once. All combined in one magnificent sound. And this bird, when she meets the love of her life, is both happy and sad. Happy because she sees that for him, it is the beginning, and sad because she knows it is already over.»

        (tratto da “I origins”)
        Si pensa che il reggista abbia tratto la frase da una poesia, citazione…ma non si riesce a trovare nulla…cerco la storia principale a cui il raggiata si è ispirato…
        Un piccolo aiuto…se riesci

        

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  1. Aldievel says:

    Molte delle cose che hai scritto appartengono ad un processo di crescita personale che riguarda tanti, uomini e donne (almeno quelli con un po’ di cervello).
    Tralasciando il discorso di genere, direi che le tue riflessioni sul “non nascondersi” ed essere presi comunque sul serio possono essere condivise da molti.

    Ti piace il rosa? Bene. A me non piace il rosa, ma il blog è tuo, è bello e per me i contenuti contano più della forma.

    Ti piacciono Jane Austen e le sorelle Brontë? Bene. A me non piacciono ma si parla pur sempre di letteratura non de «La Gazzetta dello Sport».

    Sulla moda e sul trucco non ti rispondo nemmeno. A chi importa?

    Sulla maternità ho due cose da dire. Fare un figlio non è un merito, è biologia. I figli non sono trofei da esibire. E mi fermo qui, prima di diventare feroce.

    A cucinare s’impara. Io ho imparato a diciannove anni quando me ne sono andato di casa. Negli anni sono diventato più puntiglioso, più esigente e ho affinato i gusti. È una cosa che mi rilassa…
    Con un po’ di impegno tutti possono imparare a fare almeno il minimo.

    Bene per le poesie e per i racconti d’amore. Ti piace scrivere? Fallo, non hai bisogno del permesso e dell’approvazione del prossimo.

    Continua a fare ciò che ti piace e non nasconderti mai.

    Ciao!

    PS
    Ehm… Scusa per lo sproloquio.

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  2. Alessandra says:

    E’ proprio perché sei come sei che risulti così interessante. Se tu non amassi il rosa, se non giocassi le tue carte peggiori, se non indossassi un cappotto giallo con le calze turchesi, se non amassi visceralmente Jane Austen e Sylvia Plath, se non scrivessi racconti tristi, se non riversassi nel blog tutto quello che ti passa per la testa e ti tocca nel profondo, saresti di una banalità e di una noia disarmanti.

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  3. Travel upside down (@Vale_RosaMela) says:

    Le imperfezioni sono ciò che ci distinguono nella folla 😀 pensa che io ti ho trovata tra migliaia di blog e rimasi colpita proprio da una tua foto vestita completamente colorata *-* e soprattutto, dal modo in cui scrivevi! Tieni i tuoi sogni in alto Manu ^^ Sei giovane e la vita può riservare tante sorprese, anche quando meno te lo aspetti :****

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  4. pamphager says:

    Essere stessi, anche sul proprio blog, non è affatto facile! Richiede un atto di assoluta consapevolezza di se stessi e di completa incuria del giudizio altrui.
    Ho smesso di scrivere in modo (per me) interessante, nel momento in cui ho temuto quello di cui scrivevo, o meglio che qualcuno, magari oggetto del post, leggesse quanto scrivevo.
    “Nessun uomo è un’isola”, no? Appunto…
    Scriviamo, io credo, sui blog per condividere, ma c’è un limite oltre il quale, per avere assoluta libertà, è necessario l’anonimato.

    Poi per quanto riguarda le aspettative della società sul nostro ruolo… e chissenefrega! Finché abbiamo le nostre soddisfazioni, è davvero necessario saper abbinare i vestiti, avere la casa ordinata e saper cucinare? (anche se io adoro cucinare, beninteso)

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