How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much

ellisQualche settimana fa mi sono imbattuta in quello che sarebbe il mio salotto ideale.
(Tra l’altro, io il salotto nemmeno ce l’ho. Una stanza qualsiasi, insomma).
Una stanza popolata di tutte quelle eroine che hanno invaso, in ordine sparso, la ma infanzia, la mia adolescenza, la  mia età attuale (senza denominazione, che è meglio), seminandovi colori e confusione, distribuendo scie di profumo e risate chiassose, mischiando lacrime a sorrisi. Le sorelle March e Esther Greenwood, Cathy Earnshaw e Rossella O’Hara, Jane Eyre e le sorelle Bennet, Lucy Honeychurch e Sarah Crewe.
Donne che non potrebbero essere più diverse tra di loro si ritrovano, da una sponda all’altra dell’Atlantico, da un secolo all’altro, nel salotto di Samantha Ellis, o meglio nel suo delizioso, brioso memoir How to be a Heroine: Or, What I’ve learned from reading too much (purtroppo non ancora disponibile in traduzione italiana).
Samantha Ellis scrive per il teatro, vive a Londra, ha origini ebraico-irachene e nutre fin da piccola una vera e propria ossessione per le eroine letterarie che racconta in un Bildungsroman autobiografico. La Ellis descrive come le  protagoniste delle sue letture abbiamo  contribuito allo sviluppo del suo carattere, alle sue scelte, alla delicata transizione da ragazza a donna, tra le mille aspettative, pretese e limitazioni imposte dalla piccola, ristretta comunità ebraico – irachena londinese.
L’interesse di Samantha per queste appassionate, carismatiche, contraddittorie figure femminili parte dall’affascinante, avventurosa storia di sua madre.
Gli ebrei di Baghdad non hanno certo avuto una vita facile: protetti durante la dominazione ottomana, hanno iniziato a essere preda di discriminazioni e persecuzioni tra le due guerre mondiali, fino ad arrivare al farhud  (pogrom, genocidio) del 1941, quando la popolazione ebrea è stata derubata, seviziata, uccisa.
La famiglia di sua madre, decisa a rimanere in Iraq a tutti i costi, cerca di scappare. Qualcosa va storto, e tutti i componenti vengono arrestati e rilasciati dopo tre settimane, riuscendo a scappare a Londra, dove sua madre, appena ventiduenne, si innamora e si sposa dopo pochissimo tempo con un altro ebreo iracheno. La piccola Samantha ambisce a una vita eroica, ricca di avventure, e con un lieto fine.
Una delle sue prime eroine è Ariel, l’infelice sirenetta protagonista della favola di Andersen. Da bambina, la Ellis si immedesima in lei perché, come Ariel è sospesa in una sorta di terra di nessuno, tra i fondali marini e la superficie, lei è divisa in due, tra il suo desiderio di visitare Baghdad e di appartenere alla comunità ebraico-irachena e la sua vita londinese, con la sua insofferenza nei confronti delle tradizioni troppo rigide della comunità stessa. Ormai adulta, la Ellis rilegge Ariel come una sorta di “campanello d’allarme” per tutte le donne: non rinunciate mai alla vostra voce! Non fate sacrifici per uomini che non se lo meritano! Non sacrificatevi, ma usatelo, quel coltello (la presenza e il sostegno di altre donne; nella fiaba di Andersen, la sirenetta può sopravvivere solo pugnalando il principe nel cuore, e bagnando le gambe nel suo sangue ancora caldo; sceglie invece di morire, dissolvendosi in migliaia di bollicine d’acqua, nonostante le sorelle avessero sacrificato i loro bellissimi capelli marini per procurarle il pugnale stregato), simbolo di affrancamento personale dalla gabbia delle convenzioni di genere.

Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato alla rilettura di Cime tempestose di Emily Brontë e Jane Eyre di Charlotte Brontë. Durante una gita ad Haworth, sulle tracce delle sorelle Brontë , l’autrice discute con la sua migliore amica, compagna da sempre di letture e di merende,  che preferisce la Jane di Charlotte, pacata e apparentemente scialba, ma solida e decisa, all’impetuosa Catherine che vive un amore assoluto, ma è capricciosa, viziata e snob.
Rileggendo i due romanzi, la Ellis, che nutre da sempre una predilezione per la selvaggia Cathy, rivaluta Jane Eyre, apprezzandone il coraggio e la determinazione,  i valori (quando scopre che Rochester, il suo datore di lavoro che le ha chiesto di sposarlo, ha già una moglie, Bertha, chiusa in soffitta per i suoi problemi mentali, si rifiuta di rimanere e diventare la sua amante e scappa via la notte stessa, col cuore spezzato), la generosità, il suo desiderio di instaurare con Rochester un rapporto paritario.

Tuttavia, leggendo la vicenda di Jane in chiave più critica e femminista, l’autrice sostiene che Jane e Rochester non arrivano mai a un rapporto paritario: si sposano solo quando lui, avendo perso un occhio e una mano durante un incendio causato da Bertha, ha bisogno di lei più che mai. C’è davvero bisogno che un uomo sia parzialmente disabile perché possa instaurare con la sua donna un rapporto equo?
E comunque, un’eroina perfetta che non compie mai errori (Jane Eyre) non riesce a riscuotere le simpatie indiscusse della Ellis.
Cathy è tutta un’altra storia. È una creatura selvaggia, che appartiene alle brughiere e alle lande desolate dello Yorkshire, alle foglie, al vento, alla nebbia. È viziata, capricciosa, conosce il suo cuore ma non è capace di seguirlo: nutre un amore sterminato, illimitato per Heathcliff, trovatello di oscure origini con cui è cresciuta, ma sposa codardamente Linton, il giovane più ricco della contea, sostenendo che Heathcliff la degraderebbe. Ma Cathy è Heathcliff: le loro anime sono fatte della stessa sostanza, le loro sofferenze sono condivise, la loro sensibilità è affine, come lo è il loro egoismo, il loro essere noi-due-contro-il- mondo.
Sono divisi però da divisioni sociali e valichi incolmabili; scrive la Ellis;

Cathy and Heathcliff’s love is too raw and rarefied to exist in the real world, and they know it; they can only be together as restless ghosts. (…) Their love is just not realistic. It is the kind of love, in fact, that could only be written by someone who had never been in love…and also mean that Wuthering Heights is a terrible template for actually conducting a love affair. (…) I can’t help thinking that a heroine should be able to love without being erased.
(L’amore di Cathy e Heathcliff è troppo crudo e rarefatto per esistere nel mondo reale, e loro lo  sanno; possono solo essere insieme quando diventano inquieti fantasmi. (…) Il loro amore non è realistico. È un amore che poteva essere descritto solo da qualcuno che non è mai stato innamorato…ciò rende Cime tempestose un pessimo modello di storia d’amore. (….) Non posso fare  a meno di pensare che un’eroina dovrebbe essere in grado di amare senza essere annullata dall’amore).

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Da Rossella O’Hara la Ellis impara che non è necessario diventare una lady: basta avere il coraggio di diventare una donna, ed essere fedele all’idea di se stessa. Grazie a lei e al timido, passivo Ashley, la scrittrice riesce a superare la sua attrazione fatale per gli amori impossibili:

I thought impossible love was the best kind. But I hope I’m braver about love now, and I’m tempted to make a rule that any heroine who spends a whole novel in love with someone who can’t or won’t love her back is not truly a heroine. Because unrequited love is delusional, thankless and boring. It’s also a misuse of imagination…
(Pensavo che l’amore impossibile fosse quello vero. Ora spero di essere diventata più coraggiosa in amore, e mi stuzzica l’idea di stabilire la seguente regola: ogni eroina che passi un intero romanzo innamorata di qualcuno che non può amarla o non l’amerà mai non si merita il titolo di eroina. L’amore non corrisposto è una delirante, ingrata, noiosa illusione, nonché uno spreco di immaginazione…)

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Impara dalla Franny salingeriana a trovare significato e risposte al di fuori della religione, e ad apprezzare il potere curativo e mistico del brodo di pollo; da Ester Greenwood, l’eroina autobiografica di Sylvia Plath, a convivere con l’idea che essere donna equivalga a soffrire, a sopravvivere al dolore e allo senso di smarrimento che derivano dagli attacchi di cui la Ellis diventa vittima durante gli anni universitari (derivano probabilmente da forti emicranie, causate da pulsazioni dell’arteria basilare). Questi attacchi le fanno perdere orientamento ed equilibrio, rendendola incapace di continuare a vivere come prima: da Sylvia Plath impara l’eroismo di chi lotta ogni giorno con fantasmi più grandi di lei, cercando di dare a se stessa – e ai suoi lettori  – la possibilità di rinascere dalle ceneri.

Da Lucy Honeychurch, la poco convenzionale protagonista di Camera con vista di Edward Morgan Forster, eredita il desiderio di essere coraggiosa quando scrive e nella vita, facendo sua la massima di Mr Beebe, uomo di chiesa che dice di Lucy:

If Miss Honeychurch ever takes to live as she plays, It will be very exciting both for us and for her.
(Se Miss Honeychurch iniziasse a vivere come suona, si aprirebbero nuove ed eccitanti prospettive sia per lei che per noi).

Valley of the Dolls di Jacqueline Susann le insegna a fidarsi del suo talento, e a investire tutta se stessa nel desiderio di scrivere per il teatro, facendo sua la lezione di Neely, una delle controverse protagoniste:

Guys will leave you, your looks will go, your kids will grow up and leave you, and everything you thought was great will go sour; all you can really count on is yourself and your talent.
(Gli uomini ti lasceranno, la tua bellezza svanirà, i tuoi figli cresceranno e se ne andranno, le tue cose preferite ti lasceranno l’amaro in bocca; puoi solo contare su te stessa e sul tuo talento).

L’ultima eroina del libro, Sherazade, le insegna la lezione più importante: solo appropriandoci delle nostre eroine diventiamo eroine noi stesse. Il coraggio dell’intrepida protagonista de Le mille e una notte non si trova nelle storie che racconta, ma nelle storie che vive, che salvano lei stessa, le altre vergini destinate a diventare vittime, il re.

La frustrazione della scrittrice, che ambisce ad essere un’eroina in carne ed ossa, non tarda a farsi sentire, insieme ad un paio di rivelazioni:

I felt let down when I could see a writer too much at work on a character because it reminded me forcefully that of course I didn’t have a writer working on my story, guiding me to safety, bending the laws of reality for me, bringing in a hero  to rescue me or transporting me to a happier life by the stroke of her pen. No writer is writing me a better journey.
And then I realise I am the writer. I don’t mean because I write. I mean because we all write our own lives
(Mi sentivo tradita quando mi rendevo conto che uno scrittore lavorava troppo su un personaggio, perché mi metteva di fronte al fatto che io non avevo uno scrittore a lavorare sulla mia storia, a portarmi al sicuro, a sfidare la realtà per me, facendo intervenire un eroe a salvarmi o trasportandomi a colpi di penna verso il mio lieto fine.
Poi mi sono resa conto che lo scrittore sono io, e non perché scrivo. Tutti scriviamo la nostra vita).

Il segreto delle vere eroine, sostiene la Ellis, è l’improvvisazione: affidandosi ad essa, ogni incidente di percorso diventa un’avventura, ogni errore un invito a cambiare direzione, ogni caduta una revisione delle regole del gioco. Il principio dell’improvvisazione è semplice, come a teatro: uno degli attori formula un’offerta, l’altro la accetta mettendoci qualcosa di suo, per non bloccare lo sviluppo della situazione. E si va avanti, a tentativi, a braccio.
Dire diventa allora il segreto non solo dell’improvvisazione, ma della vita stessa, la formula che permette di scegliere, trasformarsi, andare avanti.
Perché non ci sono lieti fini, solo lieti inizi.

How to be a Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, Samantha Ellis, Chatto & Vindus

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8 thoughts on “How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much

  1. Travel upside down (@Vale_RosaMela) says:

    Devo ancora leggere Cime Tempestose, ma in compenso ho letto Jane Eyre che ho adorato e che ho messo nella lista dei libri migliori che ho letto. Il personaggio di Jane mi piace, secondo me nonostante la sua apparente fragilità, ha una sua forza e indipendenza. Accetta il fatto che l’uomo che ama è più forte, sia perché ricco sia perché di carattere più forte, e va via lontano senza lasciare traccia. Alla fine lei si rivela più forte di lui, perché lui non smetterà di pensare a lei già da prima di restare storpio, proprio per via di questa sua nuova forza che le permette di scomparire e pensare “o me ne vado, oppure sarò succube di una persona che mi ha mentito.”
    Devo leggere anche Cime Tempestose perché è più irrequieto e sono sicura che mi piacerà questa inquietudine ^-^

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  2. Daniela says:

    Jane Eyre è una grande. Ha solo due cose nella vita. Un meraviglioso innato senso di self-worth e la sua istruzione. Da questi è salvata, sempre, comunque anche quando sta per morire di fame, anche se fosse morta di fame. E poi nn è bigotta e nn è moralista. Che bello! Sarebbe potuta essere self-righteous e arida, antipatica, forte di una fede che premia il coraggio dei “giusti” e punisce l’infedeltà dei “cattivi” (nn esistono buoni e cattivi, esistiamo solo noi..), invece vive semplicemente una fede dal volto umano, molto umano e soffre.

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  3. ophelinhap says:

    A me piace tantissimo il suo “Reader, I married him”. Mi fa sorridere ogni volta che lo leggo, perché anche la plain Jane ha avuto il suo lieto fine. È un’eroina posata e positiva, ben diversa dalla tempestosa, indecisa, irrequieta Cathy, incapace di trovare pace, nella quale – purtroppo – ho sempre visto tanto di me stessa..

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