Due storie.

Sono solo finzioni letterarie, in fondo. No?

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Ad occhi chiusi

Avrò avuto 10 anni. Frequentavo la quinta elementare.

Non mi piaceva prendere l’autobus della scuola per tornare a casa. Non abitavo lontano dalla scuola e mi piaceva tornare a casa a piedi, anche se non lo dicevo mai a mia madre: si sarebbe soltanto preoccupata.

Non mi piaceva l’autobus, era troppo pieno di bambini, bambini che gridavano, che cantavano, che giocavano, che prendevano in giro. Che mi prendevano in giro.

L’anno precedente, una bambina più grande mi aveva dato una spinta mentre scendevo. Ero caduta e tutti avevano riso. Da quel giorno avevo deciso che non avrei più preso l’autobus.

Anche adesso odio prendere gli autobus: mi manca l’aria. Tutto questo comunque non è rilevante.

Era una giornata primaverile, ero quasi arrivata a casa. La mia casa si trova alla fine di una strada residenziale, un po’ isolata, dopo una curva a gomito.

Mia madre si era sempre raccomandata di guardare bene la strada quando attraversavo, perché la visibilità era molto ridotta. E io avevo sempre la testa tra le nuvole.

Non so perché quel giorno decisi, arrivata alla curva, che avrei attraversato la strada ad occhi chiusi. Forse era una sfida con me stessa, forse era solo per fare un dispetto a mia madre e per dimostrarle che in fondo quella curva non era tanto pericolosa. Forse era per scoprire se morire fosse veramente come dicevano, se esistesse poi realmente, la morte. Forse era per scoprire se Dio esistesse veramente, e avrebbe poi  mandato il mio angelo custode a salvarmi o meno. Forse per tutte queste cose messe insieme.

Attraversai la strada con gli occhi chiusi. Ricordo solo il rumore di una frenata e un colpo sullo zaino che mi fece rotolare per un bel po’. Aprii gli occhi, curiosa di sapere se ero arrivata in paradiso. Il cielo era blu.

Il ragazzo che guidava la macchina si era spaventato da morire perché andava troppo veloce. Mi alzai lentamente: avevo il grembiulino e la camicetta lacerati ed escoriazioni sulle braccia e sulle gambe. Anche i jeans erano rovinati.

Decisi che avrei raccontato a mia madre di essere caduta. Invece, un piccolo stuolo di vicini curiosi si era già radunato accanto a me, a distanza debita, e mia madre era già stata avvisata.

Che bella seccatura, pensai.

Il dottore mi disse che ero stata molto fortunata, perché il mio zaino di Barbie Hostess pieno di libri aveva protetto la colonna vertebrale dall’urto. Saresti potuta rimanere paralizzata, ma non guardi la strada? La macchina proprio non l’avevo vista, dottore.

Dissi anche alla polizia la stessa cosa e mi rifiutai ostinatamente di sporgere denuncia. Forse mi ero distratta, la colpa non era del ragazzo, e non correva poi tanto, e tutto è bene quello che finisce bene.

Questa storia non l’avevo raccontata mai a nessuno.

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Questione di paure.

Una volta mi sono innamorata.

Lui aveva una gran bella testa, e io amavo le sue parole. Amavo il suono della sua voce.

Ma le sue parole non erano quasi mai per me, o, almeno, non solo per me.

Ero solo una spettatrice, e facevo parte del suo pubblico, sugli spalti. Niente tribuna d’onore.

Io avevo bisogno di lui. Lui non aveva bisogno di me.

I miei umori dipendevano dai suoi. Lui era sempre placido, uguale a se stesso. Lui era lo stagno, io il torrente in piena.

Io mi sentivo perennemente a metà, con la sensazione costante che mi mancasse qualcosa, che mi avessero amputato un arto. Lui era così sicuro di sé, così indipendente da bastare totalmente a se stesso. Lui conosceva bene le sue radici, il suo posto nel mondo. Io non avevo un posto da chiamare casa, e mi sentivo come un albero sradicato da un uragano. Al suo confronto, ero così piccola, così nuda, piena di dubbi e di paure.

Sentivo che lui non era mai veramente lì, con me. Capivo di non essere riuscita a toccarlo veramente. Lottavo con l’insinuante consapevolezza che non ci sarei mai riuscita.

Ero gelosa di lui, in un modo che non riuscivo a piegare nemmeno a me stessa. Mi sembrava che per qualsiasi altra ragazza sarebbe stato più facile, avvicinarsi a lui, parlare con lui, stare con lui.

Gli raccontavo spesso cose, di me. Cose che non avevo mai raccontato a nessun altro. Speravo che, in questo modo, sarebbe riuscito a capirmi. Probabilmente, l’effetto delle mie storie era allontanarlo ancora di più.

Gli chiedevo spesso di parlarmi di sé. Non lo faceva mai.

Poi un giorno mi stupì, raccontandomi qualcosa di sé. La sua più grande paura. Aveva paura di morire da solo.

Lui, che bastava sempre a se stesso, che non aveva vuoti da riempire, che misurava con cura il perimetro del suo spazio, che dosava metodicamente il suo tempo. Lui, che non aveva bisogno di nessuno. Non l’ho mai amato tanto quanto in quel momento.

Non sono stata capace di spiegarglielo, e la cosa è finita nel baule delle cose mai fatte, delle parole mai dette. E l’ho lasciato andare, come si fa con tutte quelle creature selvatiche che non si riesce poi mai ad addomesticare veramente.

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