What we talk about when we talk about books

BS

Non sono una persona polemica. Chi mi conosce sa che odio i contrasti, i conflitti, il πόλεμος fine a se stesso.

La vita è già troppo greve, e il mio motto è choose your battles, scegli attentamente le battaglie che vuoi combattere. Conosci il tuo nemico e affrontalo ad armi pari. Non sprecare energie inutili quando sai che il duello è fine a se stesso, il gioco non vale la candela, vincere è questione di orgoglio e vanità.

Ma. C’è un ma. Durante le vacanze di Natale, ho letto tanto, di tutto (si, my life rocks , all’insegna del #partyhard): articoli, post, liste, decaloghi, ultimatum, to do list, i 100 libri da leggere prima di morire, i 100 libri da non leggere mai, gli autori di serie A e gli autori di serie C, i lettori meritevoli e quelli che leggono spazzatura.

Ne è venuto fuori un breve elenco (numerato, non puntato) di cosa che mi fanno davvero uscire dai gangheri. Dopo essermi sfogata, posso tornare nel mio mondo di rime baciate, lettere mai spedite, ninfe lacustri ed eteronimi.

1) Ho letto recentemente un articolo di Giovanni Turi, Perché nessuno stronca i libri brutti?, che si interroga sulle ragioni per cui sul web pullulino recensioni positive, mentre quelle negative siano mosche bianche. Chiedo scusa, io sono totalmente avulsa dal mercato dell’editoria, e gravito intorno alla galassia dei book blogger e dei lit-blogger con un misto di distacco e curiosità, quindi non posso commentare molto su ipotesi  che vanno dai contatti con le case editrici ai tentativi/speranze di pubblicazione presso le medesime – cose di cui io non so un bel nulla, perché scribacchio per me stessa e per i miei quindici lettori* di manzoniana memoria, che, dopo la migrazione da blogger a wordpress, si sono peraltro – inspiegabilmente? – dimezzati, e l’unica cosa gratuita che io abbia mai ricevuto sono un paio di PDF da parte di amici compassionevoli, che NON LAVORANO per case editrici, preoccupati più che altro per lo stato del mio portafoglio ogni volta che accendo il mio Kindle/entro in una libreria. Stessa cosa dicasi nel caso della fidelizzazione del lettore: mi piace pensare di avere lettori infedeli, pronti a girarmi le spalle nel caso in cui ciò che scrivo non andasse più a genio; ergo, continuo a fare di questo spazio il mio mondo, e a riempirlo solo di cose che mi piacciono e mi fanno stare bene.

Ciò detto, sono totalmente d’accordo con l’articolo di risposta dell’ottima Alessandra di Una lettrice. Alessandra si rivolge a un pubblico di nicchia (lettori versus compratori di libri). Il punto è: siamo circondati di bruttezza, perché non mettere in circolo un po’ di bellezza (un po’ di quella che Muriel Barbery definirebbe un sempre nei mai?)

Un #Librobello fa bene al cuore, illumina la fantasia, accende sogni, attenua il grigiore della routine quotidiana. E fa evadere, conoscendo altri mondi, altre realtà, altri cuori (ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori, scriveva Tolstoj in Anna Karenina).

Inoltre, se leggo un libro brutto (e i libri li finisco, sempre, perché non credo al decalogo del lettore di Pennac) preferisco farlo finire nel dimenticatoio il prima possibile. Un #Librobello mi fa venire voglia di raccontare le mie impressioni; un libro brutto mi lascia poco e niente, e quel poco non ho voglia di raccontarlo. E questo è quanto.

2) È possibile che io sia la sola ad essere piena di dubbi, piena di incertezze, piena di voglia di imparare da tutti, nessuno escluso (perché tutti hanno qualcosa da insegnare)?

Molti di coloro che scrivono e parlano di libri su testate, webzine, blog, social media e quant’altro mi sembrano a volte troppo pieni delle (loro) certezze, poco aperti al dialogo. Troppo infervorati, troppo arrabbiati, troppo pronti ad abbaiare e, se necessario, a mordere.Quella che troppo spesso mi sembra una corrida potrebbe diventare un sano, armonioso simposio, con un po’ di apertura in più, con un po’ di voglia di ascoltare in più, con un po’ di voglia di scambiarsi idee, opinioni, impressioni.

3) Chi decide quali siano i libri “giusti” da leggere? (E qui vi rimando ai post della mitica McMusa sul Poptimism e sulla pop revolution).Intendiamoci, anch’io ho i miei gusti: ma credo che – specie quando si parli di lettori in erba che si avvicinano ai libri per le prime volte, o di non lettori che tentano di diventare tali – un libro sia un successo già se riesce a far spegnere PC, tablet, smartphone, PSP e quant’altro, e riesce a far incollare gli occhi alla pagina, o al reader. Per me, un libro è bello nella misura in cui rende felice un lettore. Sarà una visione buonista alla Pollyanna, ma è la mia, e Pollyanna peraltro mi è sempre risultata alquanto antipatica. Non entro invece nel merito di tutto quello che viene pubblicato/auto pubblicato, la cui qualità è (spesso?) dubbia. Credo però che esistano case editrici che compiono scelte coraggiose e scelgono il sentiero meno battuto, per dirla con Frost.

Ad esempio, ultimamente ho avuto il piacere di innamorarmi della collana Senza frontiere di Edizioni Lindau, casa editrice indipendente nata a Torino nel 1989 con un catalogo che spazia dalla saggistica cinematografica alla storia, dall’attualità alla narrativa. Allo stesso modo, emergono librerie indipendenti come la Modus Vivendi di Palermo. Cito dalla loro pagina Facebook:

La libreria Modusvivendi nasce nel giugno del 1997 da un progetto, non solo professionale, di Marcella e Salvo Spiteri. Non casuale infatti la sua denominazione. Un modo nuovo e moderno di “fare libreria” dando spazio alla piccola e media editoria di qualità. Libreria indipendente fuori dalle logiche di mercato. Siamo librai attenti al nuovo e al “catalogo”. Leggiamo i libri che proponiamo creando un rapporto di fiducia e scambio con il cliente. Organizziamo laboratori, eventi e presentazioni.

Vivo all’estero da tanti anni che ho perso un po’ il contatto con quello che succede in Italia a livello di libri&affini: vi prego dunque di segnalarmi case editrici indipendenti, librerie che lancino idee originali, collane che sicuramente mi sono sfuggite.

4) Un libro non è solo un bene di consumo. Non è carta, inchiostro, copertina, brossura, o un file mobi o epub.

I libri raccontano storie. Sono contenitori di sogni e di emozioni. Insegnano. Fanno viaggiare quando non si può farlo effettivamente, ma non si vorrebbe fare altro che scappare (chi non è felice si muove, o ci prova, quantomeno). I libri cambiano il lettore e cambiano con la lettura. I libri sono saturi di contenuti affettivi – basta andare a rileggersi l’articolo di Helen Rosner su quanto si possa amare un libro perché ci è stato consigliato, o, meglio ancora, prestato, da una persona cara, una persona che ha rappresentato una larga fetta della nostra vita – di lettori e non.

E quello che vedete qui sotto è il mio scaffale felice, in cui mi rifugio quando ho bisogno di indicazioni, di indizi, di risposte, di spunti, di storie. O, semplicemente, di ritrovarmi.

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PS: ovviamente il titolo del post è un omaggio al celeberrimo racconto di Carver, What we talk about when we talk about love.

*si, i lettori di Manzoni erano 25. Ma, quando ho iniziato a scrivere sul blog, i miei erano effettivamente 15 😉

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14 thoughts on “What we talk about when we talk about books

  1. Demian says:

    D’accordo su tutto ma in particolare sul finire ogni libro che sia bello o brutto. Son del parere che comunque una cosa iniziata va finita e che seppur brutta può sempre dar qualcosa, arricchire e delimitare. Leggere il brutto aiuta a scegliere i libri belli.

    Liked by 1 person

  2. Bianca Rita Cataldi says:

    Non ti conoscevo. Ora sì e mi piaci tanto. Mi piace soprattutto quel “scrivo ciò che mi fa stare bene”. E gli unici blog che val la pena di seguire sono quelli gestiti col cuore.

    Liked by 1 person

  3. pamphager says:

    Mi hai già conquistando parafrasando Carver…
    Replico a punti:

    1) ho commentato già sul blog di Alessandra

    2) la mia impressione (e questo vale soprattutto di youtube, di cui mi sono stancato subito per tornare al blog) è che semplicemente dietro quelle trancianti certezze c’è solo molta gioventù.
    I più giovani (anche io sono stato così) hanno certezze assolute, la scala di grigio difficilmente la conoscono.

    3) ovviamente non c’è modo di definire i libri giusti, perché i gusti sono personali! Battaglio da interi lustri contro chiunque imponga un’idea prefatta di letteratura. Oh, è chiaro che alcuni punti fissi ci sono, ma poi io sono in diritto di non amare Dante (non è vero l’adoro), Manzoni o D’Annunzio (ecco, qui è più vero). E se vale sui classici, figuriamoci sui contemporanei…

    4) Un libro letto entra a far parte della memoria e ne resta veicolo, poi tra le sue pagine ritroveremo sensazioni, ricordi, emozioni anche solo sfiorandone il dorso. Ma è chiaramente un processo che vale per qualsiasi oggetto. La differenza è che un libro è già di suo carico di memorie altrui.
    Il libro-prodotto non mi interessa e raramente veicola alcunché. Vorrei essere smentito, ma ne ho trovato continua conferma e la vita è troppo breve per sprecarla a seguire le mode

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