Hannah Coulter di Wendell Berry, un libro che fa bene al cuore

9c6516019e4ce00a50ae1f305ec49496Ho letto molti libri quest’anno. Non tutti mi sono piaciuti. Pochi mi sono rimasti dentro (Stoner, per esempio, o La Versione di Barney,  The Bell Jar). Uno in particolare mi ha toccato l’anima, e mi fatto bene al cuore. Quindi quest’anno niente liste, specie dei buoni propositi, anche perchè, riguardando quelle degli anni scorsi (qui, qui, e una affidata a quel simpaticone di Mark Twain qui)  mi sono resa conto di non averne attuato nemmeno uno; solo un libro, questo libro, Hannah Coulter di Wendell Berry. Hannah Coulter è un brodo di pollo per l’anima; è una coperta morbida e calda che avvolge quando fuori fa freddo e tutto è – o sembra – grigio, e si cerca di uniformarsi a un’atmosfera forzatamente, artificialmente festiva, ignorando la manciata di pezzi di vetro conficcati nel cuore. Leggendo Hannah Coulter tante cose diventano più chiare. L’io di oggi – quello che legge Wendell Berry sul divano, con tanto di coperta, brodo di pollo e quant’altro – convive, più o meno pacificamente, con l’io di ieri. L’io di oggi è il risultato di tutti gli io che si sono avvicendati negli anni, la cui somma – o, in qualche caso, sottrazione – costituisce un’identità singola. L’accettazione o il rifiuto di questa confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) è il presupposto di una vita più o meno serena, più o meno in pace con se stessi. Tutto questo Hannah, la protagonista del romanzo di Berry, l’ha capito da subito, e l’ha accettato, con quella semplice, candida rassegnazione che è parte del suo carattere.

La storia di Hannah è una storia di ringraziamenti. La racconta quando è ormai anziana e sola, ma ancora piena di vita e di amore, abitata dai ricordi, circondata dall’affetto di coloro che ha amato. La racconta per ringraziare la vita di tutti questi ricordi, di tutti questi affetti. Una vita che, anche nei momenti più difficili, anche nelle perdite più ottenebranti, le ha regalato persone speciali, che continuano a vivere accanto a lei, in lei. Attraverso lei.

Hannah perde sua madre a dodici anni, e perde in sostanza anche suo padre, che si sposa con una donna fredda, completamente presa dall’educazione dei suoi due (insopportabili) figli maschi. L’epicentro della vita di Hannah è sua nonna, memoria storica della sua infanzia, cuore pulsante della sua adolescenza e prima giovinezza. Una donna forte e saggia, che non ha tempo per le lacrime e il dolore, né per le frivolezze o le cose superflue: ha un cappotto vecchio quasi quanto lei, un paio di grosse scarpe deformate appartenenti al marito defunto, un vestito della domenica e un cappello schiacciato con un mazzo di violette di carta (quanta poesia nella memoria del cuore, che si perde nella descrizione di piccoli particolari apparentemente irrilevanti, che tuttavia parlano un muto linguaggio d’amore). La nonna di Hannah è una forza della natura: non si ferma mai, non si guarda mai indietro, e decide il destino della nipote, nel suo modo schivo, schietto, risoluto, senza orpelli né inutili sentimentalismi. L’amore per Hannah lo dimostra in piccoli, umili gesti nascosti: quel poco zucchero a disposizione della famiglia messo solo nella tazza della ragazza; le ore silenziosa passate a rammendare vicino ad Hannah, per assicurarsi che facesse i compiti; l’amorevole, costante insegnamento dell’etica del lavoro e del risparmio. La nonna crea per Hannah un microcosmo, un ecosistema in cui la ragazzina cresce protetta dall’indifferenza e dalla gelosia della matrigna, dallo scherno dei fratellastri, dalla colpevole, rassegnata assenza del padre. Dopo il diploma, la nonna decide che per Hannah è giunto il tempo di andare avanti, cercare un lavoro, lasciare la casa paterna, andare a vivere da sola, prepararsi per quel futuro che l’attende e che lei le stende innanzi come un lenzuolo da sposa finemente ricamato, inamidato con cura. Nel lasciare la casa paterna, la ragazza osserva

And it came to me at the same time, as it never had before, how much she had done for me, and how much I loved her and would miss her.

(Allo stesso tempo capii, come mai mi era successo prima, quanto lei avesse fatto per me, quanto l’amassi, quanto mi sarebbe mancata).

Hannah va a vivere a pensione da un’amica della nonna; trova lavoro come segretaria in uno studio legale e conosce lui, Virgil, un omone sempre di buon umore e dal cuore grande.

Virgil immagina una vita, per lui e Hannah. Analizza la sua, di vita, ne esamina la forma e le imperfezioni, per allargarla e adattarla fino a includervi anche lei, Hannah, e la loro vita insieme. La vita che verrà.

Virgil spoke of that as something old in the world that caused an ancient happiness in him. He was trying to show me the shape of his life, and what might become the shape of it. He was seeing the time to come as a possibility, as a life that he loved. And though maybe neither of us fully understood what he was doing, he made me love it. It wasn’t as though i was being swept away by some irresistible emotion. The thought of resistance never entered my mind. When I imagined him entering the life he saw, I imagined myself entering it too. It was becoming a possibility that belonged to us both.

(Virgil ne parlava come qualcosa di antico, che gli risvegliava un’arcaica felicità. Cercava di descrivermi i contorni della sua vita, come sarebbe potuta diventare. Vedeva il tempo come una possibilità, come una vita che amava. E, nonostante forse nessuno dei sue comprendesse a pieno quello che stava succedendo, Virgil mi insegnava ad amarlo. Non ero spazzata via da un’emozione irresistibile. L’idea di opporre resistenza non mi aveva mai sfiorato la mente. Quando immaginavo Virgil entrare nella vita che descriveva, immaginavo di entrarvi insieme a lui. Stava diventando una possibilità condivisa).

I due entrano quindi in questo nuovo sentimento condiviso, in questa nuova vita immaginata, dolcemente, semplicemente, inesorabilmente, tenendosi per mano, perchè una volta che si è scelto di costruire una vita insieme non ha senso stare lontani l’uno dall’altra. Si sposano, e Virgil promette di costruirle una casa. Poi arriva la guerra, e Virgil parte.

Time doesn’t stop. Your life doesn’t stop and wait until you get ready to start living it.

(Il tempo non si ferma. La vita non si ferma, non aspetta che tu sia pronta a viverla).

Ma il tempo diventa un’eterna attesa, e ogni piccola gioia inattesa regalata dal quotidiano viene vissuta come una colpa. La vita diventa l’intervallo tra la scrittura di una lettera e la lettura di una missiva dal fronte, in un silenzio complice, pieno di sottintesi e parole non dette, anche quando le si vorrebbe urlare.

Anche quando Virgil torna a casa per due settimane, prima di essere mandato al fronte in Europa, il tempo diventa un tempo sospeso, un non-tempo, un muoversi in cerchi concentrici, camminando in punta di piedi sul filo di quella separazione così vicina, così inesorabile, facendo silenzio per non svegliare l’infelicità, inebriati dallo stato di esaltazione temporanea. Prima di partire per il fronte, Virgil porta Hannah a fare un picnic, e costruisce per lei la casa che le aveva promesso: una casa immaginaria, pietre a delimitare i confini delle stanze, un piccolo falò come promessa di focolare domestico. È una scena così poetica e struggente che non si può non rileggerla più volte e non desiderare di essere Hannah, la ragazza per la quale Virgil inventa vite e mondi e case immaginarie nelle quali entrare in punta di piedi e incontrarsi, la cui chiave è l’amore, e l’amore soltanto.

We lived the dearest minute of our marriage in that dream house, in the real firelight, under the real stars. And when Virgil went away that time I had something of him with me that I would keep.

(Abbiamo vissuto il momento più bello del nostro matrimonio in quella casa immaginata, alla luce di un vero fuoco, sotto le stelle. E, quando Virgil se n’è andato, mi ha lasciato un pezzo di sé che avrei tenuto con me).

Virgil viene dato per disperso al fronte, e lascia ad Hannah una bambina – la piccola Margaret – e una voragine nel cuore, sanata in parte dall’amore e dalla gentilezza dei genitori di Virgil, che accolgono la ragazza come una figlia.

By kindness I was coming to understand what it meant to be in love with Virgil. He and I had been, we were, we are – for there is no escape – in love together. I went into love with Virgil, and of course we were not the only ones there. To be in love with Virgil was to be there, in love, with his parents, his family, his place, his baby.

(Grazie alla gentilezza iniziavo a capire cosa significasse essere innamorata di Virgil. Io e lui eravamo stati, eravamo, siamo – perchè non c’è via di fuga – innamorati l’uno dell’altra. Mi sono innamorata di Virgil, ma non eravamo soli, ovviamente. Amare Virgil significava essere lì, e amare i suoi genitori, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, il suo bambino).

Per Hannah, amare Virgil significa amare tutto di lui: lui prima di lei, la sua casa, la sua famiglia, i luoghi che l’hanno visto bambino, la loro breve vita insieme, la vita che avevano immaginato in due, la piccola Margaret. E Hannah inizia a capire che la sua vita sarà una vita di assenze, di vuoti a perdere, di voragini profonde lasciate dalle persone che se ne vanno. Vorrebbe cedere alla tentazione di vedere il dolore come unico trait d’union; ma capisce che l’unico, il vero elemento che tiene le cose insieme, il motore che azione gli ingranaggi, è l’amore. Nient’altro.

Sometimes too I could see that love is a great room with a lot of doors, where we are invited to knock and come in. Though it contains all the world, the sun, moon, and stars, it is so small as to be also in our hearts. It is in the hearts of those who choose to come in. Some do not come in. Some may stay out forever. Some come in together and leave separately. Some come in and stay, until they die, and after.

(A volte riuscivo a rendermi conto che l’amore è una grande stanza, con tante porte, e siamo invitati a bussare e a entrare. Nonostante contenga tutto il mondo, il sole, la luna e le stelle, è così piccola da poter essere contenuta nei nostri cuori. È nei cuori di coloro che scelgono di entrare. Qualcuno non lo fa. Qualcuno resta fuori, per sempre. Alcuni entrano insieme e se ne vanno separatamente. Altri ancora entrano e si fermano fino alla morte, e oltre).

Il cuore di Hannah va in ibernazione e si nutre di ricordi delle cose che sono state e delle cose che avrebbero potuto essere. È in lutto per quell’amore inconsapevole, appena abbozzato, una fiammella che non ha avuto il tempo di bruciare e di estinguersi. Quell’amore che era una speranza, andata persa, per sempre. Quell’amore che non può sfociare in rabbia sorda ed accecante, perchè non si può ricordare con rabbia qualcuno che ha inventato una vita per due, o sognato una casa, un destino, tratteggiandolo con la punta delle dita.

Nevica, nel cuore di Hannah. Finchè arriva Nathan, e la guarda.

When he began to look at me with purpose, I felt myself beginning to change. It was not a look a woman would want to look back at unless she was ready to take off her clothes.I was aware of that look a long time before I was ready to look back. I knew that when I did I would be a goner. We would both be. (….)When I finally did look back at him, it was lovely beyond the telling of this world, and it was almost terrible.

(Quando ha iniziato a guardarmi intenzionalmente, ho avvertito l’inizio di un cambiamento, in me. Non era uno sguardo che una donna avrebbe dovuto ricambiare, a meno che non fosse stata pronta a togliersi i vestiti. Ero consapevole del significato di quello sguardo molto prima di essere in grado di ricambiarlo. Sapevo che, quando l’avrei fatto, sarei stata perduta. Lo saremmo stati entrambi.(….) Quando finalmente ho ricambiato il suo sguardo è stato bellissimo, al di là di ogni parola o definizione, e quasi terribile).

Si apre davanti a Hannah e a Nathan una voragine nera, un’altra: ma lei non aspetta altro che abbandonarsi al vortice, con lui. E Nathan le regala una vita: una vita vera, non soltanto immaginata. Un matrimonio a tutti gli effetti, e due figli maschi. Una vita fatta anche di routine, di quotidianità, che riescono a logorare anche il più forte del sentimenti, come un canovaccio lasciato troppo a lungo a macerare nella candeggina. Una vita di lavoro duro, dall’alba al tramonto. Una vita di silenzi, perchè Nathan è stato in guerra, ha perso il fratello, ha assistito a dolori inenarrabili che l’hanno fatto chiudere in se stesso. Una vita di silenziosi gesti d’affetto. Una casa, costruita da Nathan e Hannah, dove ogni singola pietra racconta una muta storia d’amore. Le casa che Hannah e Nathan costruiscono insieme sulle rovine di una vecchia fattoria è la perfetta incarnazione della loro vita insieme, del loro essersi scelti: un amore consapevole, un destino scelto con cura, un percorso a due intrapreso con conscia decisione, dedizione, vocazione. Due singolari complicati (feriti, mutilati dagli orrori della guerra e della perdita) che diventano un plurale, perfetto nella sua imperfezione. E, quando Nathan si lascia andare al cancro che lo sta corrodendo, abbandonandosi ad esso silenziosamente, senza far rumore, senza disturbare, Hannah si lega ancora di più alla loro casa, a quello che simboleggia. Non vuole che diventi preda di speculatori immobiliari o un punto d’appoggio temporaneo per qualche pendolare che non può permettersi di vivere in città: dal momento stesso in cui Hannah chiude la porta alle sue spalle dopo il funerale del marito, la casa si riempie di ricordi, di affetti, dei visi di tutti coloro che Hannah ha amato e che adesso la circondano, chiedendo di essere ricordati. Chiedendo che Hannah racconti la loro storia, e li faccia vivere, ancora, nelle parole, nel ricordo.

Ho letto gli ultimi capitoli di Hannah Coulter ascoltando una bellissima canzone di Joni Mitchell, Both sides now, che si adatta perfettamente alla sensibilità e alla disposizione d’animo della protagonista:

I’ve looked at love

from both sides now

From give and take and still somehow

It’s love’s illusions I recall

I really don’t know love at all

Tears and fears and feeling proud,

To say “I love you” right out loud

Dreams and schemes and circus crowds,

I’ve looked at life that way.

Ho immaginato Hannah seduta al tavolo di legno della sua cucina, un bicchiere di vino di produzione propria (un bel vino color rubino) e, perchè no, una sigaretta, a tirare le somme. A ricordare entrambe le facce dell’amore, come canta Joni Mitchell: il primo amore, la vita sognata, la casa inventata, la risata franca e aperta di Virgil; l’amore timido, inconsapevole, l’amore che strappa i capelli, brucia i sogni e squarcia il cuore. E l’amore maturo, consapevole, la vita vera vissuta insieme a Nathan; la costruzione di un amore vero, duraturo, quell’amore che è come un velo sugli occhi, nel cuore. Appartenersi. Continuare a vivere per raccontarlo, lui, Nathan. Raccontare la loro storia, la loro casa, la loro pluralità.

Hannah Coulter ha capito una grande verità: non si può continuare a vivere se non si accettano tutte le parti di sé. Quello che si è stati, quello che si poteva essere, quello che si voleva essere. Quello che si vorrebbe portare con sé in valigia per proseguire il viaggio, quello che si vorrebbe ricordare sempre, quello che si vorrebbe dimenticare ogni giorno. Non si può andare avanti se non si accetta il proprio passato, anche quando è un vissuto fatto di perdite, di dolore, di occasioni perse, di strade sbagliate imboccate ad incroci cruciali. Solo permettendo ad antiche ferite di sanguinare apertamente potranno cicatrizzarsi, e guarire, e smettere di bruciare. Solo permettendo alla confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) si può essere interi, come scrive Mark Strand in una poesia incredibilmente bella.

Solo aprendosi all’accettazione del dolore, respirando a pieni polmoni quell’aria ghiacciata e buona, ci si può aprire al ricordo dei sorrisi, delle risate, dei viaggi, delle carezze, dei primi incontri, degli ultimi incontri, delle coincidenze e delle prenotazioni. Perchè poi nessuno se ne va via veramente.

Sometimes it fills to the brim with sorrow, which signifies the joy that has been there and the love. It is entirely a gift. There is a silence here now that is the absence of many voices. (…) I read books, whose voices don’t disturb the silence.

(A volte si riempie fino all’orlo di dolore, che implica che un tempo c’è stata gioia, c’è stato amore. Ed è un dono, in tutto e per tutto. Ora c’è un silenzio che è l’assenza di tante voci. (…) Leggo libri, le cui voci non disturbano il silenzio.

Buon 2015 di parole, di storie, di vecchi ricordi e di nuovi ricordi.   91Wfg+RD3oL._SL1500_

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11 thoughts on “Hannah Coulter di Wendell Berry, un libro che fa bene al cuore

  1. Alessandra says:

    Finalmente ho trovato il tempo per leggere questo tuo lungo post, e veramente meritava. Mi è piaciuta molto l’intensa delicatezza con cui hai presentato questa storia. L’autrice non la conosco, ma con le tue parole sei riuscita ad incantarmi.

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  2. ophelinhap says:

    Wendell Berry scrive in modo straordinario, e Hannah Coulter e’di una delicatezza e un lirismo estremi. Anch’io ho un bel po’di tuoi post da recuperare…spero di farlo quanto prima! Auguri di buon anno, Alessandra*

    Liked by 1 person

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