When you love a book because of who’s from (libri e feticismi)

Yes, I got away. I made it when I was not yet twenty. The writers drew me away. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. Trapped and barricaded against the darkness and the loneliness of the valley, I used to sit with library books piled on the kitchen table, desolate, listening to the call of the voices in the books, hungering for other towns.

— John Fante – The brotherhood of the grape


fantefante1 Ho letto qualche tempo fa quest’articolo su BuzzFeed Books. L’autrice, Helen Rosner, sostiene che condividere un libro è più intimo di un bacio, e che molto spesso amiamo un libro anche – e soprattutto – per via di chi ce l’ha suggerito, prestato, regalato.

Scrive la Rosner: Like a kiss, like a crush, like love itself, opening a book at someone else’s suggestion is simultaneously a solitary act and a shared one: We may travel these paths alone, but we visit common territory. When someone you love tells you about a book that he loves, it’s an act of revelation —intentional or not — that’s as intimate and vulnerable as being handed the keys to his childhood home. He’s telling you where he’s been, but even more than that, he’s trusting you to explore it on your own, knowing your steps will fall where his once did. (And oh, the thrilling signs and wonders that attend reading his own copy of the book: There’s a strange and profound power to holding the very same object in your hands that he once held and — by the same portkey — reaching, separately but identically, the same destination.)

(Come nel caso di un bacio, di un’infatuazione, dell’amore stesso, aprire un libro che qualcuno ci ha consigliato è al tempo stesso un atto solitario e condiviso: viaggiamo da soli, ma visitiamo lo stesso territorio. Quando qualcuno che amiamo ci parla di un libro che ama, ci rivela – che lo voglia o meno – qualcosa di così intimo, così vulnerabile, quasi come se ci avesse messo in mano le chiavi della casa dove ha trascorso la sua infanzia. Ci sta raccontando dov’è stato, anzi di più: si sta fidando di noi al punto di lasciarci esplorare da soli i sentieri che ha già percorso, ripercorrendone i passi. (E le meraviglie e le sorprese nascoste nella sua copia del libro, il profondo, misterioso fascino nascosto nel tenere in mano lo stesso oggetto che lui ha tenuto in mano, la possibilità di raggiungere la stessa destinazione, utilizzando lo stesso lasciapassare).

La Rosner parla di una copia de Le correzioni di Jonathan Franzen, prestatale dalla persona di cui era innamorata. Descrive il senso di necessità della lettura, quel non poterne fare a meno, quel bisogno di andare avanti. Non quella lettura dosata, centellinata, come una passeggiata al parco, ma una lettura vertiginosa, vorace, impetuosa, una maratona. Non c’è tempo per accarezzare le parole: la Rosner ha necessità di divorarle, inghiottendole senza masticarle, per mettersi al pari con lui, per mettersi nei suoi panni, per cercare di capire come lui si possa essere sentito, leggendo, sottolineando. Basta un’orecchietta, un punto interrogativo appena abbozzato a far precipitare la lettrice in un oceano di dubbi: cosa avrà provato, lui, leggendo questo passo? Si sarà soffermato sulla melodia delle allitterazioni, sulla struttura convoluta della sintassi, sulla bellezza ossessiva e inquietante di una parola? Il libro diventa allora un trait d’union, uno strumento-feticcio, un modo per sentirsi più vicini a qualcuno in absentia, per cercare di conoscerlo meglio, per cercare di capirlo. Per innamorarsi di lui da capo, ancora una volta, attraverso le parole di una storia che l’ha segnato, che gli ha lasciato qualcosa dentro.

Poi c’è il tatto: sfiorare le pagine che lui ha sfiorato, accarezzare le orecchiette, quelle volute e quelle casuali, distratte. Il colore della carta. L’odore delle pagine. Un segnalibro dimenticato. Uno scontrino, un post-it, un pezzo di carta, un biglietto del tram, un biglietto da visita con una macchia di caffè. Pezzetti di un puzzle che assume una forma e un significato diverso, assorbito nel tempo e negli umori della storia che si sta leggendo: un tempo parallelo, alternativo, un tempo lieve, leggero, una dimensione in cui ci si può ancora ritrovare, dopo essersi persi, a lungo.

Il mio Jonathan Franzen è John Fante, le mie Correzioni sono una vecchia copia di The Broterhood of the Grape, regalatami da qualcuno che mi ha informato senza mezzi termini che non potevo affermare di conoscere o amare la letteratura americana senza aver mai letto Fante. La carta è ormai giallognola, riempita di annotazioni in una grafia irruente, distratta, vitale, disordinata. E Henry Molise avrà per me sempre gli occhi felini, l’andatura dinoccolata, la risata roca, e un bicchiere di Chianti avrà sempre per me quel sapore amarognolo di disillusione, quella consapevolezza che non era un vino che faceva per me, che tra l’altro il vino rosso mi fa male. Ma ho voluto provarlo, a tutti i costi. Perché sono testarda, o forse, semplicemente, perché era il momento di berlo. fante2

“Nor did he give a damn for the world either, or the universe, or heaven or hell. But he liked women.”

 

― John Fante, The Brotherhood of the Grape

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