Keeping things whole (l’arte di tenere le cose insieme)

images In a field

I am the absence of field.

This is always the case.

Wherever I am

I am what is missing.

When I walk

I part the air

and always

the air moves in

to fill the spaces

where my body’s been.

We all have reasons

for moving.

I move

to keep things whole.

(Keeping things whole, Mark Strand, from Reasons for Moving: Poems, 1968)

In un campo

io sono l’assenza

del campo.

E’ sempre così.

Ovunque io sia

io sono ciò che manca.

Quando cammino

divido l’aria

e sempre

l’aria rifluisce

a riempire gli spazi

in cui era stato il mio corpo.

Abbiamo tutti motivi

per muoverci.

Io mi muovo

per tenere insieme le cose.

– da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio” Poesie 1964-2006, traduzioni di Damiano Abeni (Mondadori, 2011)

Respirare per sentirsi interi. Inspirare a fondo l’aria fredda fino a che brucia la bocca dello stomaco. Riempirsi i polmoni e buttarla giù, tutta d’un tiro, per non pensarci più, per togliersi di torno l’ennesimo obbligo del giorno. Respirare a pieni polmoni. Respirare con la pancia. Inspirare. Aspirare. Contare fino a trentatré.

Camminare veloci tagliando la nebbia, fendendola col proprio corpo, per poi sorprendersi del fatto che il movimento della massa d’aria sia effettivamente causato dalla massa corporea (braccia, gambe, avanti, indietro) che continua ad esistere nonostante la spinta gravitazionale dei pensieri. Pensieri che sono tanti, vorticosi, disordinati. Un mare color del vino, in cui annegare. E quel muoversi diventa un non essere, una questione di vuoti pieni e di pieni vuoti, le parentesi lasciate dal corpo in movimento immediatamente farcite dall’aria, quel tutto che scorre, quell’impossibilità di essere uguali a se stessi per due secondi di fila.

Quel mancarsi. Quel perdersi. Quel ritrovarsi, interi, che evidentemente è necessario prima perdersi, a pezzi. Lasciare pezzi di sè alle spalle e ritrovarli diversi. Migliori, peggiori, non importa: mai uguali a se stessi. Vite come castelli di carte da gioco, che c’è bisogno di far crollare tutto per poter ricominciare. Vite come disordini discreti che hanno bisogno di caos devastante per ritrovare una loro forma, una loro ragione d’essere, un loro equilibrio. Si, bisogna restare in movimento per sentirsi vivi, anche se il movimento in questione dovesse includere un paio di aerei e di treni e pochissime ore di sonno e una babele linguistica in testa. Si spera sempre di ritrovarsi interi, prima o poi.

Mark Strand, poeta canadese scomparso pochi giorni fa, è celebrato come il poeta dell’assenza. Nei suoi versi si interroga sulla morte, sul senso d’identità, sul senso del ritorno, sulla perdita.

Personalmente, la cosa che mi fa impazzire è questo suo essere profeta del futuro anteriore, cantore di cose che potevano essere, ma non sono state e non saranno più (e, anche se fossero state, sarebbero state diverse. Cose da tenere insieme, lievemente, respirando).

Ha vinto il MacArthur Fellowship (1987), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004); ma, anche se non avesse vinto un fico secco, ci sarebbe piaciuto lo stesso.

Fissare il nulla è imparare a memoria quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino. Strand

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14 thoughts on “Keeping things whole (l’arte di tenere le cose insieme)

  1. Sostiene Pereira says:

    Come nella poesia di Strand e come magnificamente hai scritto tu nelle tue riflessioni sulla poesia… ogni movimento, ogni gesto, ogni
    decisione, ogni scelta è una partizione. Una divisione fra un piano ed un altro. Una divisione fra quello che siamo e quello che ci manca, fra
    il perdersi e il ritrovarsi, fra il lasciare pezzi di se alle spalle e trovarne altri. Una partizione fra quello che è e quello che era, fra quello che era e quello che può essere, fra l’essere e il dover essere, fra il se e il resto del mondo, fra una parte di se e altre parti, fra una possibilità
    realizzata e infinite possibilità rimaste, fra il pensiero e l’azione, fra il mondo interiore e il mondo esteriore, fra una parte del mondo
    interiore e il resto di quel mondo, fra un gesto fatto e milioni di gesti non fatti, fra la cosa scelta e quella non scelta, fra qualcosa
    che cambia e il mondo che resta.
    Qualche giorno fa aiutavo mio figlio che fa la 2a media in un problemino di matematica..Era più che altro un problema di ragionamento logico: un triangolo circoscritto ad una circonferenza ed uno inscritto, e la sua misurazone senza usare formule… per
    fargli capire come affrontare il problema gli ho fatto l’esempio della circonferenza e del cerchio: la circonferenza delimita il piano nel
    cerchio che circoscrive e nel resto del piano che sta fuori. Quello che si vede guardando dentro il cerchio e guardando fuori…Questo mi porta ad una sorta di riflessione pitagorica….Ogni gesto, ogni pensiero, ogni non gesto, dividono fra quel che sta dentro e quel che
    sta fuori del mondo in cui sono. La circonferenza e il cerchio sono composti da infiniti punti, un mondo intero. Fuori dalla circonferenza
    c’è anche lì un piano infinito. Ogni cosa, in fondo, è una partizione fra un infinito e un altro, quello dentro e quello fuori, quello preso e
    quello lasciato, quello scelto e quello non scelto, il movimento e la staticità, tutto è, in fondo, una partizione. Una partizione di noi, una
    partizione del mondo conosciuto, una partizione del mondo non conosciuto, una partizione del fare e non fare, del possibile e dell’Ontos, l’essere…
    Il perdere una parte di noi stessi, le scelte ricadono in questa partizione, così il fare, ma anche il non fare, divide fra il mondo delle cose fatte e di quelle non fatte. Fra un lato della medaglia e il lato opposto, fra il realizzato ed il possibile non realizzato. Fra il vuoto e il pieno.

    E, per pontificare ancora.., in Shrek 4 🙂 e anche nella favola di Rumpelstilzchen/Tremotino originaria, viene sottesa questa dualità. Il contratto cambia tutto, c’è sempre qualcosa che si guadagna e qualcosa che si perde. E’ sempre così e non ci sono magie che possano inglobare il tutto, perchè il tutto è il sottendere questa dualità.

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  2. ophelinhap says:

    E’ la parte della perdita che non mi va mai giu’, per questo decidere e scegliere sono tra i verbi che disprezzo di piu’ nel mio vocabolario. Grazie per il bellissimo commento
    PS: adoro Shrek! (tutti e 4, eh)

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  3. Sostiene Pereira says:

    E’ un piacere, ti leggo sempre con piacere 🙂
    Qualcosa si perde, qualcosa si guadagna. Il decidere – lo scegliere- intimorisce ma apre al mondo delle possibilità, E’ inevitabile, come il cambiamento, o come la comunicazione (il non comuncare, è un paradosso, è una forma di comunicazione, di interazione). E così anche il non decidere è comunque una scelta! E questo rende paradossalmente le cose più semplci…

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