La versione di Barney

Before his brain began to shrink, Barney Panofsky clung to two cherished beliefs: life was absurd, and nobody ever truly understood anybody else. Not a comforting philosophy, and one I certainly don’t subscribe to.

(Barney’s version, Mordecai Richler, First Vintage book editions, 2010)

Barney

 

Verità e finzione sono separate da un filo rosso, sottilissimo.

Realtà, menzogna, fatti, abbellimenti, onestà intellettuale, umori e rumori, come le cose sono andate effettivamente, come avremmo voluto che andassero: tutto diventa liquido nella memoria, camaleontico nella narrazione di fatti del passato; narrazione che si adegua al momento, al narratore e all’interlocutore, al termometro del cuore, all’umore dei ricordi. Ed è difficile trovare due narrazioni dello stesso evento perfettamente identiche: un punto, uno snodo, un incrocio, una sfumatura, e l’equilibrio risulta alterato.

Qual è il prezzo della verità? E soprattutto, dove finisce la verità e inizia la finzione, la bugia, l’inganno, gradazioni stonate dell’altra faccia della medaglia (mezze bugie, mezze verità, bugie bianche, bugie a fin di bene, reato di omissione)?

Tutte queste domande, tutte queste riflessioni dovevano affollare la mente di Barney Panofsky, protagonista del celeberrimo romanzo di Mordecai Richler, una sorta di Bildungsroman senza eroe.

Barney è Barney, tautologicamente, semplicemente. Ha un talento mediocre, che investe nell’import/export più o meno legale, poi nella produzione di paccottiglia televisiva di serie D (non per niente la sua società si chiama Totally Unnecessary Production).

Barney beve scotch dalle undici del mattino e fuma Montecristo, se ne infischia dell’opinione altrui, va avanti nella vita a gomitate.

Barney sposa – per motivi che non stanno in piedi – Clara, un’artista inquieta e depressa che dipinge satiri orgiastici e scrive poesie femministe. Clara aspetta un bambino che non è di Barney e muore suicida dopo che lui la lascia, a causa di un cablogramma con un invito a cena che non gli è mai pervenuto, le pietanze a scomporsi sul tavolo, Clara con gli occhi aperti sul letto a diventare sempre più bianca, sempre più blu (di quello stesso colore che immagino avesse la pelle  traslucente di Julie nel racconto di DFW Little expressionless animals).

Poi sposa la seconda signora Panofsky, una donna volgare che puzza di soldi e della pagine di libri appena stampati che ordina en masse per renderli soggetto di appassionanti disquisizioni durante le sue soirée mondane.

Barney manda tutto a rotoli, fa le scelte sbagliate, rovina le persone che tocca. E poi si innamora.

Essendo Barney, si innamora nel momento più sbagliato. Vede, durante la festa per il suo matrimonio con la seconda signora Panofsky, una creatura aggraziata e diafana, luminosa, dai capelli corvini e dagli occhi lacustri: Miriam, his heart’s desire. Ed è amore a prima, ultima, eterna vista, come direbbe Nabokov.

La sua è una storia di terze chance: Barney segue Miriam, sotto la pioggia, abbandonando la sua festa nuziale, fino al vagone del treno in cui lei legge Goodbye, Columbus di Roth. E aspetta.

(Quanto si può sbagliare, prima di imboccare la strada giusta?)

Barney continua a seguire Miriam, finchè lei acconsente ad un appuntamento  – dopo il divorzio di lui – al quale il nostro eroe si presenta nervosissimo e ubriaco fradicio. Miriam deve accompagnarlo in stanza, aspettarlo mentre vomita, aiutarlo a mettersi a letto.

Quando Barney si sveglia, Miriam è ancora lì, le gambe snelle incrociate, a leggere Rabbit, run.

E questo è quello che si dicono, e io lo trovo bellissimo:

Barney: What if I had stayed on that train?

Miriam: If only you knew how much I wanted you to.

Barney: You did?

Miriam: I had my hair done this morning, and I bought this outfit especially for lunch, and you never once said that I looked nice.

Barney: No. Yes. Honestly, you look wonderful.

Desideri inespressi che si incrociano, sillogismi perfetti. Ogni storia d’amore che si rispetti è una storia di fantasmi (D.T. Max e DFW docent). Ogni storia d’amore che si rispetti è assurda, ed è fatta insieme di minuscoli pezzettini, di attimi di per sé senza senso, tenuti insieme dal filo sottile del desiderio, e della speranza, e dell’incoscienza. Ogni storia d’amore  che si rispetti è incosciente, incoerente. Quella di Miriam e Barney lo è.

Miriam chiede a Barney di non mentirle, mai (è un filo sottile, così sottile).

Barney ha un amico, Boogie, con cui ha una relazione un po’ ambigua: lo idolatra, lo imita, gli salva la pellaccia un paio di volte, lo porta con sé nel suo cottage in campagna per aiutarlo a disintossicarsi.

Qui Barney lo trova a letto con la seconda signora Panofsky (comodo, per Barney, che non anela altro che a Miriam, his heart’s desire).

Barney chiede a Boogie di testimoniare contro sua moglie, per usare l’adulterio come strumento di libertà, della sua libertà.

Boogie prende la faccenda molto scherzosamente: provoca, insulta, insiste nell’andarsi a fare un bagno nel lago ubriaco fradicio.

Barney spara un colpo in aria col revolver regalatogli da suo padre. Boogie si va a tuffare, con tanto di pinne e occhiali. Barney collassa sul divano, ubriaco. Boogie muore. O forse no, forse sta semplicemente giocando uno dei suoi tiri mancini, uno di quelli descritti nei suoi racconti, e se n’è semplicemente andato via, cambiando identità, giocando a Barney il suo ultimo, estremo tiro mancino.

Questa è la versione di Barney, che continua a ripetere incessantemente fino a quando l’Alzheimer obnubila quasi del tutto le sue capacità di intendere e volere, quando perfino sua figlia Kate inizia a ritenerlo colpevole, quando sembra colpevole senza ombra di dubbio.

Quando si scopre malato, Barney decide di fissare le sue sfuggenti memorie scrivendole, per fornire la sua versione dei fatti. Perché non importano le versioni degli altri, la loro percezione di lui e della realtà: quello che conta è la sua versione, è la scelta di dire la verità, perché è più facile da ricordare quando si sta dimenticando tutto il resto, quando gli anni scivolano come sabbia finissima e bianchissima tra le dita.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, gli creda. E non importa quante balle Barney abbia raccontato al momento giusto, perché a lei ha sempre promesso la verità, anche nel momento più sbagliato, anche quando significa perderla a seguito di una squallida, insignificante scappatella da quattro soldi con una soi-disant attricetta di serie D.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, che ha sposato un borioso professore hippie, gli creda a tal punto da acconsentire a riposare per sempre accanto a lui, nella tomba comune che Barney aveva comprato quando lei stava già scappandogli dalle mani, ma tutto sembrava ancora possibile. Miriam gli riposerà accanto, con un semplice

yes. That’s how it should be.

Deve essere così, e non può essere altrimenti.

Quello che conta è che, quando tutti lo ritengono colpevole, esca fuori che un Canadair, immergendosi nel lago, abbia trascinato con sé Boogie, che sarebbe poi morto nella caduta.

Quello che conta è dire balle al momento giusto e dire la verità, che è più facile da ricordare, nell’unico momento sbagliato, ma rimanere fedeli alla propria versione dei fatti e di se stessi, sempre.

Quello che conta è che, anche se tutte vorremmo essere Miriam, in ognuno di noi c’è un Barney. Un Barney che beve ed impreca, politicamente incorretto, che sbaglia e non smette mai di credere di poter smetter di sbagliare. Un Barney che è un third chancer e si innamora nel momento più sbagliato di qualcuno che  – razionalmente, freddamente, lucidamente – non potrebbe avere.

Un Barney che teme la φθόνος θεῶν (fthònos theòn), l’invidia degli dei, desiderosi di vendicarsi delle sue terze possibilità, invidiosi del fatto che sia riuscito a conquistare il desiderio del suo cuore, Miriam, bella e meravigliosamente spontanea, priva di pregiudizi, paladina della verità.

Quello che conta è avere sempre e comunque la propria storia  – la propria versione – da raccontare, fino alla fine, come hell or high water, costi quel che costi.

Quello che conta è non smettere di ritrovarsi anche quando si è totalmente persi, continuare a scommettere su se stessi anche quando si sono esaurite tutte le carte in tavola, senza assi nella manica, senza poter più bluffare.

Quello che conta è vivere, vivere secondo la propria versione di sé, ed inseguire i desideri del cuore.

BP3

Advertisements

6 thoughts on “La versione di Barney

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s