The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell’edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.

The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. È quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell’impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. È la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all’apatia, all’inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell’anima che è un po’ il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l’apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l’illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l’avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po’ vanitosa.

A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta – dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle – e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un’apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un’intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c’è anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua ‘bambina’ possa ‘farle tutto questo’ e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C’è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell’amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un’altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all’improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.
I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.

Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo – americani (se n’è parlato qui) Marlene Wagman – Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l’appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l’affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l’angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l’inverno della morte di Sylvia).

Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)
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12 thoughts on “The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

  1. Alessandra says:

    Da tempo mi frulla in testa l’idea di leggere questo romanzo, l’unico scritto dalla grande poetessa Sylvia Plath. Dopo aver letto questa bella recensione, così delicata e nello stesso tempo intensa, direi che non è il caso di rimandare ancora 😉

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