Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)

 
Avevamo lasciato Katie, Henry e Lucinda a disagio in una bettola da quattro soldi.
Ah, per chi si fosse perso la prima parte: Katie Crouch è una scrittrice americana, autrice del best-seller Abroad, ha scritto un articolo che ho letto su BuzzFeed e, che per una serie di motivi, non riuscivo a smettere di leggere. Ne ero affascinata.
Ho chiesto a Katie il permesso di tradurlo in Italiano, e questa è la seconda parte (qui la prima parte).
Perché Sylvia Plath, allora, e cosa c’entrano Henry, Lucinda e Kate?
L’articolo di Katie è una lettera a Sylvia Plath, un racconto, e una confessione.
E’ una riflessione sul suicidio di Sylvia – della Sylvia persona, la Sylvia ragazza, quella che si nasconde dietro la maschera della poetessa tanto amata e celebrata, dalla vita romanzata.
E’ una riflessione sul suicidio in generale, e sul suicidio di Henry.
Henry è un amico di Katie, un suo ex collega, compagno di sbronze, sigarette e risate clandestine, nascoste dalla quattro pareti discrete del bagno unisex.
Henry è di un’intelligenza brillante e instancabile, che gli permette di distaccarsi dalla vuotezza e dalla scarsità di stimoli dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora insieme a Katie e di rifugiarsi nei libri, nella musica elettronica, nella cultura giapponese.

Henry, come Sylvia, vive la vita all’estremo. Henry, come Sylvia, brucia d’amore: amore per Lucinda, la moglie che non gli apparterrà mai veramente, perché ama essere guardata dagli altri uomini, adorata, venerata mentre si spoglia in un night club.

Mentre traducevo la storia di Henry, a un certo punto nella mia playlist è partita Pyramid song dei Radiohead, e, complice il fatto che ho da poco finito di leggere The Bell Jar, mi sono sentita estremamente coinvolta nel dramma di Henry e in quello di Sylvia, e in quello di Katie, il suo senso di colpa per non essere riuscita a salvare il suo amico, la sua insonnia.
 
The bell jar, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air. (The Bell Jar,  Sylvia Plath)
(La campana di vetro, sospesa a qualche centimetro dalla mia testa. Ero aperta all’aria che circolava)

E ho pensato a quanto sia facile perdersi, sentirsi soli. Perdere la speranza.
Sentirsi quasi invisibili, in un guazzabuglio di condivisione e di “mi piace”, dove l’apparenza conta sempre di più, e ci si dimentica di guardare cosa c’è sotto la campana di vetro.

E mi è venuta in mente la pubblicità di una macchina con navigatore incorporato, che diceva qualcosa tipo: in un mondo pieno di indicazioni, riesci ancora a perderti?
 
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“Okay” ho detto allora”. La moglie aveva questa piccola pochette sbrilluccicosa di cui Henry si prendeva cura come se si trattasse di un cucciolo. Mi ricordo che lo osservavo – stringeva la borsetta così forte che la sue nocche erano bianchissime – e pensavo che nessuno mi avrebbe mai amato così.

Henry e Lucinda erano diversi dal resto dei miei amici. Avevo provato a farli incontrare tutti, ma era un miscuglio troppo strano. La coppia non sciava, non amava i Wilco (gruppo rock alternativo basato a Chicago, Illinois, ndr), non viaggiava con un branco di ragazzi equipaggiati REI (marca americana di equipaggiamento e abbigliamento sportivo, ndr) dalla testa ai piedi. Uscivano di rado, e quando venivano alle feste stazionavano nell’angolo della stanza, come fantasmi. Eppure amavo questo loro separarsi dagli altri. Li trovavo affascinanti.

Ho poi scoperto che, in realtà, non sapevo niente di Henry. Avevo una mia visione romanzata della sua vita: l’ amico musicista e la moglie spogliarellista di certo vivevano in un loft da artisti a South of Market (quartiere di San Francisco, ndr).

Il giorno in cui sono passata da loro ho scoperto che l’appartamento di Henry altro non era che uno studio piccolo e sporco a Tenderloin (quartiere di San Francisco, ndr).

Avevo detto a Henry che sarei passata, ma pareva se lo fosse dimenticato. Ha aperto la porta in pigiama, l’aria corrucciata.

“Ciao” mi ha detto. Il posto era freddo e cupo. Un gatto mi osservava dal letto.

“Ciao”.

“Non l’hai mai chiamata”.

“Cosa?”

“Lucinda. Per la storia.”

“Oh. Mi dispiace”. Gli ho dato I soldi per i miei dieci dollari di fumo (ero passata per quello). “La chiamerò, stanne certo”.

È passato del tempo prima che la chiamassi. Sono andata a sciare; sono andata per locali con gli altri copywriter. Il mio ragazzo era un repubblicano, il che mi aveva portato, in qualche maniera misteriosa, a seguire un corso su come cucinare i soufflés. Alla fine, mossa dalla noia più che dal senso di colpa, ho chiamato Lucinda. Era dolce al telefono, la voce infantile che suonava come quella di una bimba di otto anni.

Lucinda è arrivata in ritardo al nostro appuntamento al Café Vesuvio, vicino al locale dove lavorava.

È arrivata arrossata e senza fiato, molto più carina nella luce del pomeriggio rispetto alla sera in cui l’avevo conosciuta. Abbiamo bevuto un paio di bicchieri e  ho acceso un piccolo registratore che ancora conservo in uno scatolone di robe vecchia a casa di mia madre, dove mi sarei trasferita qualche anno più tardi, dopo quello che alcuni hanno definito un esaurimento nervoso.

Lucinda mi ha raccontato che aveva sempre desiderato fare la ballerina. Quando era andata a Las Vegas insieme a Henry, lui l’aveva portata a vedere delle showgirl.

“Ma io non ero interessata a ballare”.

“Ti piaceva solo l’idea di essere guardata?”

“Adorata”.

Dopo un po’ mi ha portato al club dove lavorava. Sedute nello spogliatoio, abbiamo fumato e chiacchierato con le altre ragazze. Spettegolavano e si pavoneggiavano allo specchio nelle loro vestaglie di seta. Io prendevo appunti, minuziosamente. Cambio del turno. Vestaglie. Molte sono studentesse di arte. Scarpe. Lucinda si è alzata e ha preso un paio di stivali go-go bianchi (la Go-go dancing è un tipo di danza erotica, con ballerine o ballerini spesso vestiti con abiti succinti e questi stivali, nata nei primi anni ’60 quando le donne al Peppermint Lounge di New York hanno cominciato a salire sui tavoli e ballare il twist, ndr) dallo scatolone degli oggetti di scena. Si è spogliata in silenzio e si è messa i tacchi alti, poi si è avvicinata allo specchio e ha dipinto di rosso le sue morbide labbra da geisha.

“Dai, mettiti gli stivali” he detto, girandosi verso di me.

La sua indifferenza. Nessuna discussione, nessun esasperante dovrei farlo, o no?

Ho chiuso la cerniera degli stivali, poi ho seguito il bagliore delle sue spalle per il corridoio. Abbiamo messo via le sigarette e siamo passate sotto la porticina che dava sul palcoscenico. Le altre ragazze stavano già ballando. Ci hanno fatto un cenno.

Non ho oltrepassato la tenda: sono rimasta lì a sbirciare. Faceva freddo, e l’aria sapeva di candeggina. Ma niente di tutto questo aveva importanza in presenza di Lucinda. Volteggiava, faceva piroette,  scivolava via leggera, furtiva. Le altre ragazze ci provavano, ma in confronto a lei non erano che bamboline di carta. La gamba di Lucinda arrivava fino al suo orecchio e oltre, in un’altra dimensione. Nonostante il vetro fosse unidirezionale, riuscivo a intravedere le sagome delle teste che si muovevano su e giù vicino alla sua finestra.

Alla fine – dopo dieci minuti? Venti?  – ha fluttuato nella mia direzione.  “Dovrebbero riscaldare di più questo posto”, ha osservato. Abbiamo smezzato una sigaretta, poi è andata di nuovo a ballare. Ho pensato che non avrei mai raccontato quest’esperienza al mio ragazzo. Poi ho pensato a Henry, a dove poteva essere. Forse a casa, fatto, col suo gatto, a leggere Murakami? O forse a guardare la porta, aspettando che la sua iridescente moglie tornasse?

Dopo qualche altra esibizione siamo tornate nei camerini, ci siamo vestite insieme, poi siamo scappate via ridendo sul marciapiede. La mia gola era intasata dal fumo delle sigarette. Lucinda ha aperto la giacca e ha tirati fuori gli stivali bianchi, facendo scivolare la borsetta di lustrini dalla spalla.

“Li ho rubati per te” ha detto, con quella sua voce.

E’ stato uno di quei rari momenti di purezza. Sai di cosa sto parlando, vero Sylvia? Una piccolissima pausa nel corso degli eventi; un istante che significa tutto e niente allo stesso tempo. Ho pensato a Henry in ufficio alle sei del mattino, quando fuori è ancora buio, per guadagnarsi un paio di ore insieme a sua moglie. In quel momento tutta la loro storia assumeva un senso, com’è successo a te quando hai incontrato Ted.

Lucinda. Era impossibile non amarla.

Conosciamo la tua storia, Sylvia, e la sua parabola. La passione soprannaturale, la pazzia, il vortice che ti ha risucchiato. Quindi sappiamo come va a finire questa storia, vero? Dopotutto, ti ho già detto che mi ricordi il mio amico Henry. Il modo in cui ti sei aperta a un’altra persona, permettendo che ti abitasse. Il fatto che tu abbia modellato la tua vita intorno a lui. Alcune femministe impazziscono per quello che tu hai fatto per Ted. Dicono che tu sei un pessimo esempio, una pessima madre. Sono una femminista e sono una mamma, ma conosco amore e pazzia. Le parole che ci hai lasciato riescono a pulire ogni macchia, per me. Forse divento più disposta al perdono col passare del tempo, a causa dei miei errori. In ogni caso, non ti critico.

Il collasso di Henry è iniziato col disastro che ha colpito l’altra costa del Paese l’11 settembre 2001. C’è voluto circa un mese  perché l’agenzia iniziasse a risentirne il pieno impatto. Il corso di yoga è stato cancellato. C’è stata una riunione durante la quale non si è parlato più di “famiglia”. Sarebbero stati invitati dei consulenti a giudicare la nostra produttività.

Il nostro receptionist si è sparato. La mascotte della compagnia si è ammalata di un cancro canino ed è morta. Un giorno, verso la fine di novembre, il mio computer è stato messo sotto chiave, le mie cose in uno scatolone di cartone. Henry, che doveva essere stato il primo a ricevere la notizia dato che veniva in ufficio prestissimo, se n’era già andato.

E’ stato l’inizio di cose molto spiacevoli, Sylvia. Le metà femminile della coppia dai pantaloni di pelle se l’è svignata con un consulente d’investimento. La metà maschile, abbandonata ed arrabbiata, ha molestato una produttrice e si è fatta licenziare dal consiglio di amministrazione.

Un flagello istantaneo. Nessuna possibilità di tornare a lavorare. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione , poi ho scritto circa cinquecento parole sul mio pomeriggio con Lucinda e le ho mandate a Henry. Non mi ha mai detto niente, quindi ho dedotto (a ragione) che non fossero granché.  Tutti si affrettavano a lasciare la città: il mio ragazzo, molti dei miei amici. Tornavano sulla costa est a lavorare per le loro famiglie o si iscrivevano nuovamente all’università.

Henry e Lucinda non se ne andavano. Quello che li differenziava dal resto dei miei amici non era, ovviamente, il loro fascino, ma il fatto che non venissero da famiglie benestanti, e non avessero una rete di sicurezza per scongiurare lo scenario peggiore. Ma Lucinda aveva ancora il suo lavoro, quindi sembravano a posto. A volte andavamo a cena insieme in ristorantini vietnamiti da quattro soldi dalle parti loro. Henry e io parlavamo di libri, Lucinda mangiucchiava distrattamente.

Ma qualcosa stava cambiando. Henry era sempre più magro, sempre più arrabbiato.

Una sera ci siamo incontrati per un drink, solo io e lui. Aveva due grosse ombre bluastre sotto gli occhi. Lucinda era passata dallo spogliarello al porno, mi ha detto. Ora faceva lap dance, e altre cose di cui non voleva parlarmi. Non poteva chiederle di fermarsi: lei voleva farlo. E lui viveva dei soldi che sua moglie guadagnava compiacendo altri uomini.

Mi sembra di ricordare di aver lasciato la città senza nemmeno aver rivisto Henry. So che sembra assurdo, visti i nostri precedenti.

Il fatto è che non mi ricordo bene questo pezzo della storia. Ero così spaventata, non avevo un piano B. Non era così strano, in quel periodo, sparire senza dire niente. Erano in così tanti a partire che le feste d’addio erano ormai diventate una barzelletta. Forse sono passata a salutarlo, forse no. È passato così tanto tempo…

Una cosa però me la ricordo. L’ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio. Ricordo anche che, circa un mese dopo, anche lui mi ha lasciato un messaggio, Sylvia. Me lo ricordo ancora, parola per parola.

Mi ha detto che era disperato. Che non aveva soldi. Che Lucinda stava pensando di lasciarlo. Che stava lavorando in un negozio di alimentari.

“Conosci qualcuno?” ha chiesto alla macchina. Qualcuno che possa aiutarmi?

Non lo conoscevo. Era la verità. Non conoscevo nessuno che avesse bisogno di droga, o di un programmatore, o di una lap dance. Ma era il mio amico, e, nel corso degli ultimi tre anni, ero stata quella che l’aveva fatto ridere senza una ragione. Quindi si, conoscevo qualcuno che poteva aiutarlo. Io.

Ma c’è una cosa. Ci puo’ essere una cosa, vero Sylvia? Ci puo’ essere, e c’era: mio padre.

Quando ero piccola, a volte mio padre mi portava nel nostro gazebo per parlarmi. Avevamo una bella casa, Sylvia, simile alla casa a Winthrop dove hai vissuto quand’eri piccola.

Il gazebo era caldo e giallo. Mettevamo cracker salati con formaggio cremoso in un vecchio piatto scheggiato, in equilibrio precario su un cuscino in mezzo a noi. Mio padre mi raccontava che alcune persone ce la facevano a superare le avversità; altre, inevitabilmente, non ci riuscivano.

Nel secondo caso, è importante allontanarsi, anche se si tiene molto alle persone in questione. È come quando una persona sta per annegare: pur non volendolo, ti porta giù con sè.

È una cosa istintiva, mi diceva mio padre, bevendo chissà cosa on the rocks da una tazza di tè.

Quando ero più giovane veneravo quest’uomo, nonostante i suoi problemi  e i suoi difetti, come tu veneravi Otto.  Ti ricordi che non sei mai riuscita a riprenderti dalla sua morte? Ti quel senso di perdita, di vuoto, che ha dato origine ad Ariel?

 

You stand at the blackboard, daddy

 In the picture I have of you

 A cleft on your chin instead of your foot

 But no less a devil, no not

 Any less the clack man who

 Bit my pretty heart in two.

(dalla poesia Daddy, ndr)

 

Sylvia, Henry mi ha chiamato perché aveva bisogno di me. Stavo per rispondere. Poi ho pensato a mio padre, a quello che mi aveva detto, anche se sapevo che era solo un ubriacone.

Non posso aiutare Henry in nessun  modo, ho pensato.

Ma era solo il piano da quattro soldi di una scrittrice che voleva essere perdonata. Da te, da Henry. Da se stessa.  Avevamo torto, io e mio padre. Henry era il mio amico. Avrei dovuto richiamarlo.

Ieri notte ero a letto con mia figlia. Ha tre anni. Non penso alla maternità tanto quanto ci pensavi tu, Sylvia. Le tue poesie sull’essere madre non erano tra le mie preferite, Sylvia. Preferisco fare più che pensare.  Per me, la maternità non è un miracolo: è la vita, semplicemente.  Ho una bambina, e ci amiamo. E tiriamo avanti.

Ma ieri notte lei mi ha guardato e mi ha chiesto “io, tu e papà non moriremo mai, vero? Daisy – il nostro cane rauco – potrebbe morire, ma noi no, vero?”

Non ero pronta a parlare di morte. Era tardi. Forse non mi andava, per pigrizia. Così ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare: le ho mentito.

“Esatto” le ho detto. “Non moriremo.  Andrà tutto bene. Bevi un po’ d’acqua”.

Roviniamo le persone, Sylvia. Figli, amici. Li roviniamo anche senza infilare la testa in un forno quando loro sono nella stanza accanto.

Quando sono tornata, San Francisco era un posto diverso, più ragionevole. La gente aveva di nuovo lavori normali. Le grandi compagnia fatte di scaldapiedi e corsi di yoga, le stesse che ora considero specialmente pericolose, si erano tutte concentrate nella Silicon Valley. Non avevo chiamato più chiamato Henry e Lucinda; nemmeno loro l’avevano fatto. Eppure a volte pensavo a loro, reliquie estratte dal mio passato, come farfalle che volteggiavano intorno allo stesso spillo.

Nel corso di uno di quei pomeriggi californiani dorati e luminosi sono passata dalle parti del club dove lavorava Lucinda. Sono entrata e ho chiesto di lei, usando il suo nome di scena, ma l’uomo al bancone mi ha detto che se n’era andata.

Tornata a casa, li ho chiamati. I loro numeri erano cambiati, le email tornavano indietro.

Qualche settimana più tardi ho incontrato la curatrice della cultura aziendale del posto dove lavoravo. Era ancora più bella, ancora più nervosa, ancora single. Abbiamo ricordato i vecchi tempi, parlato degli ex-colleghi. “Devo chiamare Henry” ho detto. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ho sentito. Devo proprio chiamarlo”.

 

La curatrice ha sorriso, ma era quel sorriso nervoso, inappropriato. Il sorriso forzato e involontario delle cattive notizie.

“Oh, Henry è morto. Non lo sapevi?”

No, non lo sapevo.

Allora mi ha raccontato quello che era successo. Lucinda l’aveva lasciato. Henry non aveva più un soldo. Quindi, dopo anni di droghe e depressione, aveva affittato un macchina, guidato fino a Land’s End, chiuso i finestrini e acceso una griglia a carbone sul sedile del passeggero.

“Apparentemente è un metodo molto popolare per suicidarsi, in Giappone” mi ha detto.

Quello che è successo dopo è vago, sfocato. Credo di essermi messa a piangere. Credo la curatrice abbia cercato di essere empatica, ma fosse solo a disagio.

Dopo un po’ se n’è andata. E io ho smesso di dormire.

Per un bel po’ sono stata ossessionata dai dettagli. La data. Il posto. Dove fosse finita la macchina.

Ho cercato Lucinda, nei vari night club e su Internet.

Ho chiamato di nuovo la curatrice, perche’ mi avava detto di aver sentito dire che Lucinda si fosse iscritta ad una scuola per estetisti.

“Ma dove?” le ho chiesto. “Qui?”

Non lo sapeva, mi ha detto, un po’ impaziente. Le dispiaceva. Era una storia davvero triste.

“Sono andata con lei al club dove lavorava, una volta”.

La curatrice ha riso, fingendo interesse.

“Nient’altro che stivali bianchi” le ho detto. Ho cercato di spiegarle la storia, ma non l’ha capita.

I blissfully succumbed to the whirling blackness that I honestly believed was eternal oblivion.

(Mi sono abbandonata con enorme sollievo al vortice nero che credevo essere oblio eterno).

 

Questo è quello che hai scritto del tuo primo tentativo di suicidio, Sylvia. Voglio dire la volta che hai preso le pillole e ti sei nascosta in quella sottospecie di scantinato a casa di tua madre. Immagino che Henry abbia fatto la stessa cosa, mentre il monossido di carbonio deprivava il suo cervello di ossigeno. Abbandonarsi al vortice nero. A dirlo così, sembra quasi piacevole.

Ma ho paura, Sylvia. Probabilmente l’avrai capito: sono una fifona. E la cosa che mi spaventa di più è il sospetto che non sia poi tanto piacevole, abbandonarsi al vortice. Ho paura che a entrambi sia mancata l’aria fino a soffocare, o che il sangue sia uscito a fiotti dal naso mentre il cervello esplodeva, o, peggio ancora, che abbiate capito troppo tardi che non volevate farlo. Che volevate vivere.

Forse questo è il mio problema. Questo mio blocco mentale per cui non riesco a concepire che essere privi di vita sia meglio di essere vivi.

Non riesco proprio a immaginarmi il sollievo dell’oblio, Sylvia, proprio come non posso comprendere dove finisca l’universo. È come in un puzzle di Escher (incisore e grafico olandese conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno e litografie che tendono a presentare costruzioni impossibili ed esplorazioni dell’infinito, ndr): voglio che Henry abbia il suo lieto fine; so che non può più averlo; pensando alla sua fine, torno all’inizio. Ci si mette ovviamente di mezzo anche il senso di colpa, perché forse avrei potuto fare qualcosa. Inoltre, non riesco proprio a convincermi che per Henry abbandonarsi all’oblio possa essere stato meglio delle risate con me, chiusi in bagno.

Probabilmente non ti sarei piaciuta, Sylvia. Tendo a semplificare le cose. Ricordi? Le uova.

Henry non l’avrebbe mai fatto, semplificare le cose. E, considerando quello che hai scritto, nemmeno tu, credo.

La differenza principale tra Henry, me e te l’ho capita solo dopo tutti questi anni. Io non vivo la vita con la passione e la profondità con cui voi l’avete vissuta. Non “sento” così tanto, e questo mi fa sopravvivere.

Quando vago per casa la notte non vado dall’altra parte del precipizio. Svuoto la mente, e spero.

Quindi questo è quello che auguro a te, poetessa, genio. Questo è quello che auguro a Henry, l’amico che non ho salvato. Spero che voi abbiate avuto ragione a proposito del vortice nero. Spero che l’oblio sia stato una benedizione. E spero che, in quel posto oscuro, i vostri cuori rinsecchiti, appassiti a causa del troppo amore, abbiano finalmente trovato il sangue che cercavate. Così, mentre l’aria abbandonava i vostri polmoni, il resto del vostro corpo sarà stato finalmente in grado di fiorire, di esplodere, di  incendiarsi.
 
 
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4 thoughts on “Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)

  1. Ophelinha says:

    ciao Amry e grazie dei complimenti 🙂 anche se stavolta vanno piu' a Katie che a me 😉
    Visto che ti interessa Sylvia Plath, ti consiglio la lettura della biografia di Andrew Wilson, Mad girl's love song, uscita l'anno scorso*

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