Perché Stoner di John Williams è il libro più bello che leggerete quest’estate

“Confronted as we are by the mystery of literature, and by its inenarrable power, we are behooved to discover the source of the power and mystery. And yet, finally, what can avail? The work of literature throws before us a profound veil which we cannot plumb. And we are but votaries before it, helpless in its sway. Who would have the temerity to lift that veil aside, to discover the undiscoverable, to reach the unreachable? The strongest of us are but the puniest weaklings, are but tinkling cymbals and sounding brass, before the eternal mystery.”
John Williams, Stoner: A Novel

Le grandi, spassionate dichiarazioni d’amore non sono da me: ma quando mi innamoro, mi innamoro così, e spero che questo libro vi colpisca, vi avviluppi, vi porti via con sé come è successo a me per le ragioni che sto per spiegare in una lettera aperta al protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams, William Stoner.

“Caro Stoner
all’inizio non mi stavi simpatico, nemmeno un po’. Per dirla tutta, non mi piacevi proprio. Ti vedevo così distaccato da tutto, da tutti, da te stesso, quasi come se osservassi la vita dai finestrini impolverati di un vagone di seconda classe ma non ti decidessi mai poi a viverla, lasciandoti trascinare dagli eventi e dalle decisioni altrui, per forza d’inerzia.
Caro Stoner, devo ammettere di aver letto le prime quaranta pagine della tua storia a fatica, recalcitrante, sbuffando e trascinandomi pagina per pagina, combattendo con la tentazione di lanciare il mio prezioso amatissimo Kindle contro il muro. Questo per farti capire quanto fossi arrabbiata con te, con la tua storia, innervosita ed esasperata dalla mancanza di eventi. Va bene, doveva essere una sorta di Bildungsroman il tuo, un romanzo di formazione senza eroe, ma con un antieroe come protagonista (e, credimi, gli antieroi e le antieroine mi stanno simpatiche, molto, e ne prendo le sorti violentemente a cuore): perché allora il tuo personaggio non conosceva almeno un’involuzione di qualche sorta, rimanendo piatto e sgonfio come un pancake senza lievito?
Dopo l’irritazione iniziale, ho iniziato a vederti. Vederti per davvero.
Ho visto questo giovane troppo magro e troppo alto, dinoccolato, a disagio con i suoi arti lunghissimi e le sue mani enormi, callose, da contadino. Mi piace immaginarti col mascellone alla Jacques Brel, gli zigomi leggermente sporgenti, il ciuffo ribelle di capelli rossicci, le sporadiche efelidi sul naso.
Ti ho visto il giorno in cui sei partito dal tuo paesino di campagna del Missouri, dalla fattoria dove avevi lavorato tutta la vita, perché tuo padre aveva deciso di farti studiare scienze agrarie all’università del Missouri, convinto che saresti riuscito ad imparare qualche nuova tecnica per rivoluzionare i metodi di semina e coltura della fattoria familiare.
Ti ho visto avviarti verso Columbia con le spalle incurvate, l’abito della domenica troppo grande per te, avvolto da quella sorta di mantello dell’invisibilità ricevuto in dono dalla tua condizione di figlio unico, dalla tua esistenza di bambino solitario, cresciuto con due persone troppo occupate a spaccarsi la schiena sui campi per perdere tempo in inutili smancerie.
Ho seguito distrattamente i primi due anni della tua vita universitaria, scanditi da esami di agraria e lavoro nei campi. Fino al momento in cui da crisalide sei diventato farfalla e, come la bella addormentata dopo il bacio del principe cieco e pazzo d’amore, ti sei risvegliato al suono delle parole di Archer Sloane, burbero professore di letteratura inglese, corso che eri obbligato a seguire. I corsi di chimica catturavano il tuo interesse nella solita maniera sporadica, distaccata, superficiale: ma il corso di letteratura inglese ti turbava e ti agitava tutto, dall’interno, come mai ti era successo in vita tua. Sotto l’influenza di Sloane, hai abbandonato agraria senza pensarci due volte e senza avvisare i tuoi, e hai studiato letteratura.
Alla tua domanda perché? Sloane risponde, succintamente, quasi tautologicamente.
– But don’t you know, Mr Stoner? Don’t you understand about yourself yet? You are going to be a teacher .
Are you sure?
I’m sure.
– How can you tell? How can you be sure?
– It’s love, Mr Stoner. You are in love. It’s as simple as that.  
Eri innamorato delle parole, caro Stoner, del loro suono quando le mettevi insieme, delle infinite possibilità dell’espressione scritta e orale, dell’evoluzione della lingua nella storia. In breve, eri fregato, caro Stoner, e questo deve averlo visto anche tuo padre quando è venuto a Columbia per la tua laurea e tu gli hai annunciato, con distaccata nonchalance, che non saresti tornato a lavorare i campi, che saresti rimasto all’università:
If you think you ought to stay here and study your books, than that’s what you ought to do.
Anche tuo padre ha percepito l’ineluttabilità del tuo destino, la donchisciottesca incapacità di combatterlo.
Così sei rimasto a Columbia, e la tua solitudine ed inesperienza ti hanno fatto innamorare della prima creatura alta e snella, luminosa e aggraziata che hai avuto la sfortuna di conoscere: la fredda, borghese Edith, bellissima, algida, educata ad osservare soltanto la superficie di una società privilegiata senza mai volerla penetrare in profondità. Edith, dalle lenzuola fredde scoraggianti, che dopo averti dato la tua Grace  -la vostra unica figlia – si chiude in un’indifferenza totale, in un odio muto. Ma tu vai avanti con lo studio dell’inglese medievale e allevi Gracie, una sottile, muta presenza fissa nel tuo studio di quasi scapolo; finché Edith diventa gelosa di questo rapporto esclusivo e te la porta via, cercando di farne una signorina per bene, costruendole una gabbia d’argento e zucchero che si rivelerà la causa della sua infelicità prima, della sua rovina poi.
Sul fronte accademico le cose non vanno poi tanto bene: non riesci ad essere l’insegnante che vorresti, percepisci come incolmabile il vuoto tra le tue conoscenze e il tuo modo di trasmetterle – piatto, annoiato, senza passione. Riesci perfino a inimicarti Hollis Lomax, il nuovo preside della facoltà di inglese, perché non vuoi cedere alle logiche bullistiche di un apparato gerarchico e far promuovere un dottorando poco preparato, ma protetto da Lomax.
In tutto ciò arriva lei, un raggio di sole: Katherine Driscoll, una giovane dottoranda che ti fa conoscere, per la prima volta, l’amore; una complice, il cui ingresso nella tua vita illumina l’oscurità cavernosa della tua esistenza, facendoti intravedere per la prima volta le infinite possibilità di realtà alternative e felici.
Like all lovers, they spoke much of themselves, as they might thereby understand the world which made them possible.
Parlavate, tu e Katherine: prima della sua tesi, poi del vostro amore, presi dall’urgenza di definirvi, di contrapporvi a un mondo esterno ostile e impossibile. Cercavate di definire quello che eravate per negazione, definendo quello che non potevate essere.
Ti ho visto – vi ho visto – quell’unica settimana insieme in un cottage in montagna, quando Katherine, offuscata da oscuri presagi, ti ripeteva che avreste sempre avuto questa settimana insieme, a prescindere da tutto, a prescindere da quello che sarebbe successo.
Ti ho visto perdere la tua più grande battaglia contro Lomax quando quest’ultimo, approfittando dei pettegolezzi diffusisi nel campus, manda via Katherine, facendoti sprofondare nel buio di un’esistenza in cui non sei stato capace di scappare via con lei, di correre da lei, in cui a Edith non importava nulla del tuo tradimento, in cui Grace era così disperata da farsi mettere incinta dal primo idiota di passaggio pur di scappare di casa, rimanendo vedova nel giro di pochi mesi e precipitando nel girone dell’alcoolismo, la tua Gracie fatta di silenzi sottili che disegnava sul tappetino del tuo studio.
Ti ho visto ricevere il libro scritto da Katherine con quella dedica – a W.S.:

And the sense of his loss, that he had for so long damned within him, flooded out, engulfed him, and he let himself be carried outward, beyond the control of his will; he did not wish to save himself..But he was not beyond it, he knew, and would never be. Beneath the numbness, the indifference, the removal, it was there, intense and steady. it had always been there.
Ti ho visto piegarti in due dal dolore, ammettere per la prima volta che perdere Katherine era stata per te un’amputazione dalla quale non ti saresti mai ripreso:

He had, in odd ways, given to it every moment of his life, and had perhaps given it most fully when he was unaware of his giving. It was a passion neither of the mind nor or the flesh: rather, it was a force that comprehended them both, as if they were but the matter of love, its specific substance. To a woman or to a poem, it said simply: Look! I am alive!
stoner-light-691x1024.jpg
Ti ho guardato combattere con orgoglio per ritardare il tuo pensionamento. Ti ho accompagnato dal dottore quando ti è stato diagnosticato il tumore ed era già troppo tardi e tu hai deciso di non dirlo a nessuno, nemmeno a Edith, nemmeno a quella figlia ormai troppo lontana nel tempo e nello spazio, incapace fino all’ultimo momento di dirti addio.
Ti ho visto combattere nel tuo lettino di morte l’enorme senso di fallimento ed inadeguatezza, la paura che la tua fosse stata una vita del tutto inutile, senza gloria né infamia, marcata dal cratere dell’insoddisfazione professionale, dalle immense lacune affettive ed emotive. E mi sono sentita così vicina a te, a quella paura fatta di rimorsi e rimpianti, davanti allo specchio impietoso di una vita così piccola ed insignificante, davanti al timore che il tuo passaggio sulla terra fosse stato così lieve che nessuno avrebbe nemmeno notato le tue orme, una volta andato via per sempre.

Mercilessly he saw his life has it must appear to another. Dispassionately, reasonably, he contemplated the failure that his life must appear to be. He had wanted friendship and the closeness of friendship that might hold him in the race of mankind; he had had two friends, one of whom had died senselessly before he was known, the other of whom had now withdrawn so distantly..He had wanted the singleness and the still connective passion of marriage; he had had that, too, and he had not known what to do with it, and it had died. He had wanted love: and he had had love, and had relinquished it, had let it go into the chaos of potentiality. Katherine, he thought. Katherine.
Nel delirio finale ti è tornata in mente lei, Katherine, quella dolce possibilità mai veramente realizzata. Mentre iniziavi a finire di soffrire e affrontavi la battaglia finale, da solo, mi sono seduta vicino a te, Stoner, in quella specie di solarium adibito a stanzetta quando Edith ti aveva scacciato dal talamo nuziale. Sono stata io a tenerti la mano mentre guardavi il tuo ultimo tramonto, e sono stata io a passarti il tuo unico libro, che giaceva lì, sul tavolino, coperto da una patina sottile di polvere e di oblio.

Ho continuato ad osservarti mentre cercavi pezzetti di te tra le pagine ingiallite e ti ritrovavi proprio dove pensavi di non esserci, di perderti. Ho contemplato gli ultimi sprazzi di vita passare da te, Stoner, al libro, dal libro a te, Stoner, finché tu sei diventato il tuo libro e una parte di te ha continuato a vivere tra le pagine ingiallite, ben oltre l’ultimo respiro esalato da te, solitario professore. Tu vivrai lì, tra quelle pagine, per sempre”.

John Williams, in una rara intervista rilasciata durante i suoi ultimi anni di vita, ha dichiarato che per lui Stoner era un eroe: aveva fatto quello che voleva fare della sua vita, amava quello che faceva e ne percepiva in certa misura l’importanza.

Soprattutto, Williams identifica quello che Stoner è con quello che Stoner fa, l’insegnante.

Il suo mestiere lo plasma, gli conferisce un’identità:
It’s the love of the thing that’s essential. And if you love something, you’re going to understand it. And if you understand it, you’re going to learn a lot. The lack of that love defines a bad teacher.
 
Amare quello che facciamo definisce ciò che siamo, ci conferisce una nuova indentità e una nuova consapevolezza di noi stessi. Tu sapevi chi eri perché amavi ciò che eri, perché ciò che eri coincideva con ciò che facevi, Stoner: l’insegnante. Per questo non sei solo un antieroe, per questo nella tua piccola esistenza sei stato un rivoluzionario, per questo non hai studiato imparato insegnato amato perso sofferto – in parole povere, vissuto – invano.
cropped-stoner.jpg
Acquista in italiano:
Acquista in inglese:
Advertisements

7 thoughts on “Perché Stoner di John Williams è il libro più bello che leggerete quest’estate

  1. Alfonso says:

    pensa: l’ho finito di leggere solo ora. E’ un libro che diventa emozione e si fa esperienza. Ed è forse uno dei migliori libri sul tema dell’amore che siano mai stati scritti, in tutte le sue sfaccettature.
    Ciao, Alfonso

    Liked by 1 person

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s