If you are not ready for love, how can you be ready for life?

I don’t want to judge
What’s in your heart
But if you’re not ready for love
How can you be ready for life?
How can you be ready for life?
 
 

Ieri parlavo con un’adorabile bambina anglo-spagnola di quasi sei anni. Si chiama Emma, e già il nome te la rende simpatica (Emma Woodhouse docet).
Era nervosa perché il giorno successivo si sarebbe esibita nel suo primo spettacolo di danza, e aveva paura di dimenticarsi i passi.
Io le ho raccontato del mio spettacolo teatrale la settimana precedente, di quanto sia divertente stare sul palcoscenico, di quanto tutto il resto smetta di esistere.
Non era convinta.
Le ho fatto vedere le foto dei costumi, che le sono piaciute tantissimo, perché per lei eravamo tutte principesse.
Ha voluto che le raccontassi la storia di Ofelia e Amleto. L’ho fatto, per grandi linee.
Mi ha guardato ancora più perplessa. Mi ha chiesto se adesso mi chiamassi Ofelia, e perché fossi diventata pazza, e perché “quel tizio”, Amleto, non mi amasse più.
Poi, guardandomi con i suoi occhioni azzurri, mi ha chiesto: “ma com’è possibile che un ragazzo ti ami e poi non ti ami più?”
E io lì sono rimasta basita. Ho invocato tutti gli articoli di Brain Pickings sulla scienza dell’innamoramento, Alberoni, La verità è che non gli piaci abbastanza. Niente.
La verità vera è solo una: non lo so. Non so perché ci si innamora. Non so perché si smette di amare.
Non so perché non si viene ricambiati. Non so perché qualcuno smette di amarci.
Non so quando cominciano e quando smettono le farfalle nello stomaco. Non so quando il cuore in gola smette di essere semplicemente una metafora, e quando riprende ad essere una mera figura allegorica.
Conosco, come tutti o quasi, il profumo nauseante delle mandorle amare, emissarie di un amore non ricambiato.
La risposta, cara Emma, è: non lo so. Non ne ho nessuna idea. Alla fine ha ragione Carver, in What we talk about when we talk about love: dovremmo avere l’umiltà di ammettere di non sapere di cosa stiamo parlando, quando parliamo d’amore. Nel racconto di Carver, il protagonista – Mel, un chirurgo – racconta una storia: due anziani hanno avuto un incidente automobilistico e, contro ogni aspettativa, se la sono cavati entrambi. Eppure, lui è triste, deperisce a vista d’occhio, si rifiuta di mangiare; questo perché il collare di gesso gli impedisce di girarsi e guardare la moglie, accertarsi che stia bene. Sapere che c’è, anche solo intravedendola con la coda dell’occhio.

La verità, cara Emma, è che io non ci ho mai capito niente, ma una cosa ti auguro: ti auguro di non crescere come me, esposta troppo precocemente a Jane Austen, alle sorelle Bronte, a Love Story di Erich Segal.
Non crescere in mezzo alle principesse. Non crescere coltivando la convinzione che l’amore sia insieme la più grande domanda e la risposta ultima, l’ultimo pezzo del puzzle, il bandolo della matassa, una forza risolutiva e salvifica, il faro verso il quale navigare.
Non cullarti nella certezza che un amore possa salvarti.
Impara a salvarti, da sola. Impara ad amarti, prima che amare. Maya Angelou, gigante della letteratura scomparso ieri, affermava di non fidarsi di chi diceva di amarla ma non amava se stesso, e che bisogna fare attenzione a una persona nuda che ti offre una camicia.
Impara ad essere indipendente, a cercare il tuo posto nel mondo. Coltiva la tua curiosità, la tua sete di conoscere, il tuo desiderio di viaggiare, di esplorare, di ridere, di buttarti a capofitto in nuove esperienze.
Impara ad abbracciare il nuovo come se fosse un amico benevolo, non un nemico dal quale diffidare.
Solo così potrai essere pronta all’amore, senza bruciare nessuna tappa, senza rimpianti. Solo così potrai cercare di imparare ad amare.
Solo così potrai innamorarti dell’amore.

Prima di andarsene con la mamma, Emma si è girata e mi ha detto: “io comunque non ce l’ho un fidanzato, e nemmeno mi interessa”.

Way to go, girl.

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