Sognando Ofelia (teatro, Ofelia e altre amenità)

I am Ophelia. She who the river could not hold. The woman on the gallows The woman
with the slashed arteries The woman with the overdose ON THE LIPS SNOW The
woman with the head in the gas-oven. Yesterday I stopped killing myself. I am alone
with my breasts my thighs my lap. I rip apart the instruments of my imprisonment the
Stool the Table the Bed. I destroy the battlefield that was my Home. I te…ar the doors off
their hinges to let the wind and the cry of the World inside. I smash the Window. With
my bleeding hands I tear the photographs of the men who I loved and who used me on
the Bed on the Table on the Chair on the Floor. I set fire to my prison. I throw my clothes
into the fire. I dig the clock which was my heart out of my breast. I go onto the street,
clothed in my blood.
The Hamletmachine, Heiner Müller

E’ difficile spiegare la malinconia che ti invade l’ultima sera di uno spettacolo teatrale, quando ti strucchi per l’ultima volta, metti via il costume e ti chiudi alle spalle quel camerino che ha racchiuso in sé ore di cameratismo, nervosismo, riti scaramantici, risate, isteria, pasticche per la gola, patatine, ultimi sguardi al copione, esercizi vocali, tazzoni di caffè, mojito di contrabbando, l’impossibilità matematica di far stare fermo un uomo mentre si cerca disperatamente di applicargli mascara e eye-liner, momenti di panico, momenti di esaltazione, odore di lacca e di cipria, le farfalle nello stomaco della prima, il sollievo e l’esaltazione degli inchini e degli applausi finali, il calore dei faretti, la dolceamara tristezza di quando il sipario si chiude per l’ultima volta…
Fare teatro è un’esperienza totalizzante, che trasporta per settimane in una dimensione parallela, in cui i limiti tra attore e personaggio diventano sempre più impercepibili, la troupe diventa una seconda famiglia (o una banda di pirati, come in questo caso; d’altronde, pirates can happen to everyone).
Il teatro, insieme ai tentativi da scribacchina e ai libri, è il mio posto felice. Disclaimer: non sono una brava attrice, non vanto decenni di esperienza, non mi trovo a mio agio nei ruoli da protagonista (scientificamente sperimentato). Ma adoro perdermi in un personaggio, vivere con lui/lei una simbiosi perfetta, che assomiglia abbastanza alla mia idea di felicità. Respirare un personaggio. Sognarlo (tanto ormai si sa, sono eccentrica anche nei miei sogni insonni, tra Macondo e Shakespeare).
Tutto questo mi è inevitabilmente, tumultuosamente successo con Ofeliala mia amatissima, eterea Ofelia shakespeariana –  che ho impersonato in Rosencratz and Guildersten are dead di Tom Stoppard.
Ma andiamo con ordine. Questo felice connubio mi ha permesso di portare fiori tra i capelli senza cercare scuse, ha dato vita a tweet surreali come questi

e mi ha fatto innamorare ancora di più di un personaggio archetipico nella storia della letteratura. Ofelia è un personaggio liquido, che sfugge. non è più l’Ofelia di Shakespeare e di Amleto, di Stoppard e di Heiner Müller, di John Everett Millais e di Magda Romanska, di Rimbaud e di Guccini, di Silvia Camporesi e di Pessoa. Ofelia è di tutti e di nessuno, e altri giganti come Emma Bovary e Anna Karenina ne hanno ereditato la celeste malinconia, l’ebbrezza della disperazione, il germe della follia, le conseguenze dell’incomprensione dell’amore.

Come Anna Karenina (divisa tra l’amore per il figlio e l’amore per Vronskij), Ofelia è lacerata dal conflitto amore/obbedienza nei confronti del padre Polonio e di Amleto. Per il padre Polonio e per il fratello Laerte, Ofelia incarna l’idea della vergine pura ed innocente; per Amleto incarna le insidie dell’amore sensuale e corrotto, portandolo ad affermare, man mano che la sua follia avanza, che onestà e bellezza non possono marciare di pari passo, e l’unico rifugio sicuro per una donna è il convento.
Ofelia sente nel suo cuore che Amleto la ama, vuole crederlo con tutta se stessa, anche quando tutto dimostrerebbe il contrario, anche quando lui afferma il contrario.

Tuttavia, è vittima e carnefice inconsapevole di se stessa, nel suo tentativo di essere leale sia nei confronti del padre che nei confronti dell’amato. Quando Ofelia nasconde ad Amleto il fatto che Polonio dia dietro la tenda a spiarlo determina inconsapevolmente il destino del padre – involontariamente ucciso da Amleto, che pensa si tratti di un ratto – e il suo: si lascia trascinare dalla follia incipiente che la porterà ad annegare, restituendola alla sua condizione di ninfa dei boschi e delle acque lacustri.
Eppure, nonostante questa sua condizione quasi incorporea, Ofelia è una creatura sensuale.
La sua sensualità è definita non solo da Amleto, ma anche dal padre e dal fratello Laerte, che le intimano di stare in guardia, di non cedere alle tentazioni fuori dal sacro vincolo del matrimonio. I continui riferimenti ai fiori potrebbero alludere alla perdita della verginità. Durante la scena della follia, alcuni dei fiori che Ofelia distribuisce (come la ruta graveolens o la pianta d’assenzio) erano usati in pozioni per provocare l’aborto. Inoltre, la ruta graveolens (in inglese rue) è associata etimologicamente al verbo to rue, rimpiangere, e, simbolicamente, al rimorso e al rimpianto stesso:

 

“There’s fennel for you, and columbines:
there’s rue for you; and here’s some for me:
we may call it herb-grace o’ Sundays:
O you must wear your rue with a difference…”
(Hamlet IV.5)

Anche quando la regina Gertrude, madre di Amleto, descrive la scena della morte di Ofelia, la ninfa-fanciulla appena deceduta appare come una creatura dicotomica: da una parte, la ninfa che appartiene all’acqua e vi ritorna perché è il suo elemento naturale, la giovane folle d’amore che appare più soggetto passivo che attivo nel suo suicidio – Ofelia non provoca la sua morte, semplicemente non la impedisce; dall’altra, una sirena, un fiore aperto (ancora una volta), cullato dall’acqua. Anche nella morte, Ofelia appare piena di contrasti, algida e passionale, vittima e carnefice, ninfa e Venere. What have you done, my Ophelia….

When down her weedy trophies and herself
Fell in the weeping brook. Her clothes spread wide;
And, mermaid-like, awhile they bore her up:
Which time she chanted snatches of old tunes;
As one incapable of her own distress,
Or like a creature native and indued
Unto that element: but long it could not be
Till that her garments, heavy with their drink,
Pull’d the poor wretch from her melodious lay
To muddy death.
(Hamlet, 4.7.2)

Tornando a Stoppard, il suo Rosencrantz and Guildersten are dead (qui una preview) è l’assurda, paradossale, geniale epopea di Amleto vista e raccontata attraverso gli occhi già corrosi dai vermi di due personaggi assolutamente minori nella tragedia di Shakespeare: Rosencrantz e Guildersten, compagni di scuola e di giochi di Amleto e suoi traditori. Ai due il re Claudio (zio di Amleto e assassino del padre) affida una lettera indirizzata al sovrano inglese che condanna il nipote a morte. Durante il viaggio per l’Inghilterra, Amleto cambia la lettera, condannando Rosencranzt e Guildersten a morte. Riesce a scappare, tornando in Danimarca a suggellare il suo destino di sangue.

In Stoppard, i due, già morti, cercano di ricostruire quello che è successo affidandosi ai loro ricordi, in un tripudio di discorsi filosofici conditi di assurdo che tanto richiamano echi beckettiani.
Tra i temi principali, vita e morte, libero arbitrio e determinismo, il destino, l’impossibilità di avere certezze. La lingua di Stoppard, pieno di doppi sensi, ambiguità e giochi di parole, è una dichiarazione d’amore alla lingua Inglese.
Ah, e non possiamo dimenticarci i pirati. Perché i pirati possono capitare a tutti.
Esiste anche una versione cinematografica di Rosencratz e Guildersten, a cura dello stesso Stoppard. Insomma: non avete scuse. Fatevi abbordare dai loro pirati.

Tornando alla mia Ofelia: si, l’ho sognata. Dopo la sera della prima. Ero in un cortile di fontane e di marmi, e una mia amica mi faceva notare una targa su cui erano incise una serie di parole (comunismo capitalismo comunismo mondo – e poi Ofelia, e, tra parentesi, astrid, il fiore).
Mi sedevo a chiacchierare con la mia amica, che aveva appena assistito alla prima; ma ero preoccupata, perché ero in ritardo per le prove, col costume sotto il braccio).
Ed ecco arrivare lei, Ofelia. Incedeva fluttuando, e si sedeva accanto a me. Aveva un abito medievale, con tanto di cappello a tre punte, e io pensavo che il mio costume era tutto sbagliato, che non le assomigliavo per niente. Avrei voluto parlarle, ma emanava un’aurea di inviolabile inavvicinabilità e, al tempo stesso, luminosa tranquillità.
Mi sono svegliata all’improvviso, e ho pensato che avrei tanto desiderato parlarle, in sogno.

PS: sul mio profilo Pinterest troverete un board dedicato ad Ofelia, sul mio profilo Instagram un po’ di scatti dello spettacolo.

PS2: ripassate Amleto con questo esilarante video, Hamlet in one minute:

PS3: Ofelierie varie su Etsy:

Immortal longings
Immortal longings
Rainnua



RosiesPendants

 

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4 thoughts on “Sognando Ofelia (teatro, Ofelia e altre amenità)

  1. Ophelinha says:

    mi sono regalata il ciondolo col dipinto di John Everett Millais, ma ambisco all'agenda di pelle:)
    ti manderò il video appena ne entro in possesso (vediamo se nel frattempo riesco a recuperare quello dell'anno scorso: con la stessa compagnia abbiamo rappresentato Confusions di Alan Ayckbourn )
    Un bacio Vale 🙂

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