Sognando Macondo

Apártense vacas, que la vida es corta
Scostatevi vacche, che la vita è breve
Gabriel García Márquez
Ieri notte ho fatto un sogno stranissimo, che ricominciava ogni volta che mi addormentavo.
Ho sognato di essere a Macondo, circondata dai personaggi di Cent’anni di solitudine. Ho sognato di essere amica di Rebeca – che poi non è nemmeno uno dei personaggi che mi stanno più simpatici, vuoi per l’inspiegabile rifiuto di sposare Pietro Crespi dopo esserne stata tanto innamorata ed aver affrontato la rivalità della sorellastra Amaranta; vuoi per l’altrettanto inspiegabile omicidio del marito José Arcadio, del quale rimane l’unica, insospettabile sospettata nell’ambito di un matrimonio felice e senza nuvole.
Mi chiedevo se Ursula avesse poi davvero perdonato Rebeca, perché dopo il matrimonio col figlio l’aveva bandita dalla famiglia (lei non era sua figlia, era un’orfanella, figlia di lontani cugini di cui nessuno si ricordava più; ma Ursula aveva vissuto lo stesso questo matrimonio come un tradimento quasi incestuoso). Volevo andare a parlare con Ursula, andarle a chiedere se davvero, nella sua lungimiranza di centenaria impegnata a non far capire a nessuno di essere diventata cieca, avesse poi capito che il cuore inaridito di Amaranta soffocava una tenerezza senza fine, che il grande Aureliano Buendia non aveva mai amato nessuno (nemmeno sua madre, nemmeno le sue sorelle, nemmeno la bellissima moglie-bambina, Remedios, nemmeno tutti i 17 Aureliano nati durante i lunghi anni di quella guerra combattuta per orgoglio e superbia, brutalmente uccisi nel corso di una settimana – tutti meno uno), e che invece la tanto disprezzata Rebeca, la bambina che non voleva parlare, la ragazza che mangiava rabbiosamente terra e calce, era in realtà la figlia che avrebbe sempre voluto avere. Rebeca, l’unica che non aveva bevuto il suo latte; Rebeca che era arrivata a casa di Ursula con un fagottino contenente le ossa dei genitori sconosciuti, Rebeca dal cuore impaziente e dal ventre ribelle, era l’unica ad aver posseduto quel coraggio sfrenato che Ursula aveva desiderato per i discendenti della sua stirpe.
Ma poi mi ricordavo che negli ultimi anni di vita Ursula si era trasformata in una donna-neonata, in un feto mummificato, in una prugna secca persa dentro il vestito troppo largo, alimentata a cucchiaiate di acqua e zucchero, impegnata nella sua lotta contro le tenebre, e pensavo che era troppo tardi ormai per chiederle qualsiasi cosa.
Incontravo poi Arcadio, il figlio illegittimo di José Arcadio e Pilar Ternera, l’insegnante assetato di potere che, quando il colonnello Buendia era partito da Macondo, ne aveva assunto il controllo, costituendo un esercito con i suoi allievi. Mi diceva che non era giusto che fosse stato fucilato dai Conservatori dopo la caduta dei Liberali mentre Aureliano Buendia, che davanti al plotone d’esecuzione aveva pensato al giorno in cui suo padre l’aveva portato a vedere il ghiaccio, non era poi mai stato giustiziato.
 
Mi sono svegliata convinta di essere a Macondo – e delusa di non trovarmici – chiedendomi perché Rebeca e Jose’ Arcadio non avessero mai avuto figli, e perché Rebeca si fosse sepolta viva in casa dopo la morte del marito, morendo poi di solitudine in mezzo alle ragnatele e ai calcinacci.
 

Forse questo è il realismo magico del grande Gabo (Gabriel Garcia Marquez), venuto a mancare pochissimo tempo fa (il 17 aprile scorso): in Cent’anni di solitudine inventa un microcosmo – Macondo – e attraverso sette generazioni di Buendia racconta la Storia, mescolando mito e realtà, quotidiano e straordinario, creando personaggi indimenticabili che continuano a vivere nel lettore, col lettore, nella fantasia del lettore..e a volta anche nei suoi sogni: Remedios la Bella, così bella che la sua vicinanza uccide gli uomini che le si avvicinano, che ascende al cielo in un vortice di lenzuola pulite; Amaranta, che ama alla follia i suoi due spasimanti, ma si brucia la mano pur di non sposarne uno e si chiude in camera per non vedere l’altro, soccombendo alla subdola lotta del suo cuore tra amore e vigliaccheria; e lui, il colonnello Buendia, nato con gli occhi aperti, capace di prevedere il futuro, incapace di amare, instancabile orefice di pesciolini d’oro. Fino ad arrivare all’ultima coppia di Buendia – Amaranta Ursula e suo nipote, Aureliano Babilonia, che generano un figlio con la coda di maiale, come predetto da Ursula tanti anni prima. La madre muore dissanguata, il bambino muore, dimenticato in casa dal padre impazzito di dolore, che negli ultimi istanti di vita riesce finalmente a decifrare le pergamene dello zingaro Melquiades, comprendendo prima di arrivare al verso finale che non sarebbe più uscito dalla sua stanza perché era previsto nelle profezie del gitano che la città degli specchi fosse rasa al suolo dal vento e sradicata dalla memoria degli uomini, e che tutto questo si sarebbe ripetuto in eterno, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non hanno una seconda opportunità sulla terra.

 

Soundtrack: il bellissimo album Terra e libertà dei Modena City Ramblers, contenente quattro canzoni ispirate a Cent’anni di solitudine, tra cui la stupenda ballata Remedios la bella.

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