L’odore acre di alcuni ricordi

 

 

 

Un ristorante di pesce in una piccola località balneare fuori stagione, in una giornata di fine aprile straordinariamente piovosa.
La vernice gialla sbiadita, il senso generale di abbandono. La sala delle feste chiusa, le tende tirate, l’odore acre di disinfettante dei bagni.
Il giardino spelacchiato, il Nettuno della fontana senza naso e senza metà braccio, muschio dove un tempo zampillava l’acqua.
E, a tradimento, dietro l’arco di rampicanti sempre più radi, spunta la testa riccioluta di un bambino taciturno, che cerca a stento di trattenere le risate e invoca la complicità della sorella perchè l’aiuti a non essere trovato dall’altro fratello, alto, allampanato, occhialetti neri e pelle olivastra.

Era il ristorante delle Pasquette e il ristorante delle domeniche in cui la mamma non aveva voglia di cucinare, o voleva regalare loro un’avventura, una gita al mare inaspettata e immotivata. Era il ristorante di quando la nonna ritirava la sua magra pensione, e voleva celebrare offrendo ai nipoti un gelato sempre nello stesso posto, il posto che portava il nome di un pirata ed era gestito da un omone paonazzo con la barba lunga color ruggine. I tre pensavano che l’uomo doveva essere davvero stato un pirata, e doveva essere pieno di tatuaggi sotto la sua polo.
Era il ristorante delle passeggiate al mare fuori stagione, ché il mare è più bello agli inizi di primavera, quando la brezza è ancora pungente e mi raccomando, bambini, non avvicinatevi troppo all’acqua. Ma la marea ha creato una specie di laghetto e il più piccolo non può proprio esimersi dalla tentazione di andarvi a pescare col suo bastone, finendovi dentro, costringendo la truppa a un rientro forzato, coi suoi calzoncini e calzini come vessilli sospesi dai finestrini chiusi, fatti volare via da una folata di vento dispettoso in piena statale, tra l’ilarità generale. Risate, risate fino a quando fa male la pancia, forse anche a causa dei gusti coloratissimi sperimentati nella gelateria del pirata – puffo verde, nuvola azzurra, big babol.

Cosa resta di quei tre bambini, di quelle risate che facevano male alla pancia e bene al cuore e di quelle gite al mare fuori stagione. Della sabbia nelle scarpe, delle collezioni improbabili di conchiglie che non si potevano assolutamente buttare, dei da grande farò e da grande sarò e da grande andrò e poi.

Cosa resta di quel ristorante in quella località balneare fuori moda, a parte le crepe nel muro, l’odore di chiuso della sala delle feste, l’odore acre di disinfettante dei bagni, l’odore pungente di una nostalgia lontana, un nodo alla gola, una lacrima solitaria per cose passate troppo in fretta e lontane, così lontane nel tempo e nello spazio – cose avvenute forse a qualcun altro, o forse semplicemente sognate, in pigre domeniche fuori stagione in oscure località balneari che forse non sono mai esistite, o forse non esistono più.

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5 thoughts on “L’odore acre di alcuni ricordi

  1. Ophelinha says:

    come dice Ursula in Cent'anni di solitudine “el tiempo pasa..pero no tanto”. Allo stesso modo, alcuni ricordi, anche i piu' acri, i piu' lontani nel tempo, continuano a vivere in noi, a fare parte di noi, del nostro presente. Del nostro futuro.
    Un bacio Rosamela

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