Barbablù, e quella violenza di cui non si parla mai abbastanza




Come capire se ciò che ci appare un amore forte e gioioso diventa una pena sempre più difficile da sopportare? Un qualcosa da cui dover fuggire il prima possibile? Forse, nella nostra società, in cui l’amore romantico è spesso decantato come una tappa essenziale per il raggiungimento delle felicità, manca una sorta di educazione all’amore. Una strada che possa insegnare a riconoscere i campanelli di allarme. I segnali che dovrebbero metterci in guardia. E questo vale soprattutto per noi donne, vittime di una violenza che spesso ha le chiavi di casa e che, altrettanto spesso, si conclude con il più tragico degli epiloghi. E la prima condizione necessaria per poter intraprendere questo nuovo percorso è il raggiungimento della propria indipendenza. Emotiva, psicologica ed economica. Quando capiamo di “essere in grado di dedicarci da sole amore e attenzioni” come scrive la terapeuta Robin Norwood nel suo libro “Donne che amano troppo”, non è necessario aspettare, inerti, che arrivi un uomo a dispensarceli. Essere innamorate non significa soffrire. Essere innamorate non significa giustificare tutto: le sue mancanze di attenzione, le sue ossessioni, i suoi malumori. Essere innamorate non significa essere l’ombra fedele e ossequiosa del nostro compagno. L’amore non è sempre e solo assecondare. L’amore è non è sempre restare un passo indietro. L’amore non ci fa sentire rinchiuse in una scatola nera, l’amore non ci isola psicologicamente. Amare in modo sano consiste, innanzitutto, nell’amare noi stesse, nell’accettazione di ciò che siamo, nella capacità di ascolto delle nostre più profonde esigenze. Un rapporto sano, con un compagno che faccia al caso nostro sarà solo una delle conseguenze benefiche di questo percorso. Chiaramente questa è solo una delle mille possibili chiavi di lettura su un tema cosi complesso. Ma è anche vero che i grandi percorsi iniziano sempre da un piccolo e, talvolta impercettibile, passo. Anche su questo, il racconto di Ophelinha ci fa riflettere. Buona lettura e buona marcia a tutte.

(Anna Maria Volpe, giornalista, autrice di Déclinaison féminine, blog al femminile su LaLibre.be, nonché persona meravigliosa dal cuore enorme. Seguitela mercoledì 27 novembre su http://radioalma.eu/ durante la trasmissione radio “Indovina chi viene a cena” dedicata alla violenza sulle donne tra le mura domestiche.)

Conoscerete tutti Barbablù, il cattivo delle favole, l’orco uxoricida che chiude a chiave i sogni di fanciulle troppo ingenue e troppo curiose. Sarebbe bello pensare che una storia del genere, con tutto il suo dramma e il suo orrore, potesse essere confinata al mondo della finzione.
Non è così, purtroppo, e il mondo è popolato da tanti, troppi Barbablù, che sviliscono la dignità delle donne, nascondendo dietro l’etichetta “amore” mesi, anni di abusi e soprusi. Giustificando la gelosia, la possessività, l’aggressività, i lividi, il controllo continuo, chiamandoli troppo amore.
Non esiste il troppo amore: non c’è unità di misura che possa quantificarlo o contenerlo. Esiste, tuttavia, un amore sano, un amore pieno di risate, di voglia di costruire, di voglia di andare avanti, di voglia di sorprendersi e di sorprendere; esiste, purtroppo, anche un amore malato, fatto di eccessi, di capri espiatori.
Come scrive nella sua introduzione al racconto la mia carissima Anna, ci vorrebbe una sorta di educazione all’amore, per evitare storie come quella che sto per raccontarvi. Perché la violenza sulle donne non è fatta di statistiche: è fatta delle persone dietro ogni storia.
Con l’augurio che tutti i Barbablù del mondo spariscano, al più presto.



Barbablù

Oggi avrei compiuto trent’anni.

Ho sempre pensato che ogni decennio fosse un giro di boa, un evento memorabile, da celebrare senza ritegno, da immortalare in una quantità infinita di scatti.

Solitamente non do molto peso ai miei compleanni; tuttavia, mi sono preparata religiosamente ai miei dieci e ai miei vent’anni, per celebrare la nuova me, il passaggio ai numeri a due cifre prima, agli –enti poi.

Ricordo i miei dieci anni, la torta paradiso preparata da mia madre, il mio maglione con la rosa ricamatami da mia nonna, i compagni di classe e i figli dei vicini, quel caos ordinato che è solo preludio di tutte le cose che verranno. Cose sicuramente magiche: le scuole medie, nuovi amici, la gita di classe più lunga. Mete sempre più lontane. E, un giorno, un primo bacio, un primo amore.

Ricordo i miei vent’anni, le amiche dell’università, i capelli lunghi sulle spalle magre e abbronzate, il prosecco da quattro soldi bevuto tiepido direttamente dalla bottiglia, le chiacchiere concitate, l’eccitazione, le guance arrossate. Ci sentivamo bellissime ed invincibili, ed eravamo ormai a pochi passi dall’inizio di quella che sarebbe stata la nostra vita vera: una vita senza libri e senza esami, un lavoro interessante, possibilmente all’estero, un armadio pieno di quei vestiti davanti ai quali potevamo solo sospirare di desiderio, tutti i viaggi che avevamo sempre desiderato fare. Il futuro era un labirinto intricato pieno di infinite possibilità, un giardino dio sentieri che si biforcano (Borges era nel programma di letteratura comparata).

E un giorno, percorrendo le strade deliziosamente sconosciute di quel mappamondo infinito, avremmo incontrato quella persona speciale, capace di far venire fuori la parte migliore di noi stesse. Qualcuno da cui imparare e a cui insegnare. Qualcuno con cui correre, parafrasando Grossman. Qualcuno a cui sorridere appena svegliate, con gli occhi gonfi di sonno e i capelli spettinati, con la consapevolezza di restare comunque le più belle del mondo. Ma non avevamo fretta: avevamo tutta la vita davanti, e un mondo da scartare come un pacco trovato sotto l’albero di Natale.

Ho incontrato Barbablù la notte del mio venticinquesimo compleanno. Non è del tutto esatto: l’avevo già visto più volte nella mensa della multinazionale che mi aveva assunta per uno stage. Aveva dieci anni più di me, una carriera stellare e un ciuffo scuro e ribelle. Ero affascinata dal suo accento strascicato, dalla sua vivace intelligenza, dalla sua parlantina brillante, dalla capacità di trovare sempre la cosa giusta da dire, dall’incapacità di stare fermo più di qualche minuto, dai suoi grandi occhi scuri come due succose olive nere, profondi come pozzi senza fondo.

La serata aveva già assunto una qualità liquida, al gusto di bollicine e cocktail troppo dolci fino ad essere nauseanti. Il solo fatto che i suoi occhi si fossero posati proprio su di me in quella folla di ragazze belle, ben vestite e sicure di sé, sicure del loro posto nel mondo, mi faceva sentire unica, diversa. Speciale. Ero intossicata da lui, dai toni di velluto della sua voce, dal tocco delle sue mani sui miei fianchi – quelle mani, grandi, nodose, pesanti; quelle mani – mentre mi guidava fuori dal locale “per prendere un po’ d’aria, che non si respira”, mi avviluppava tra le sue braccia forti e mi baciava in modo affamato, urgente.

Ero completamente alla sua mercé. Completamente persa.

In quel periodo dividevo un appartamento con le amiche dell’università. I soldi erano pochi ma le aspettative erano tante, come tante erano le notti che passavamo in terrazza in quella calda estate romana, fumando Diana blu e analizzando ogni singola parola e comportamento di Barbablù. Le sue telefonate erano frequenti e non mancava mai di augurarmi la buonanotte, di accertarsi che fossi a casa, che stessi per andare a letto. Uscivamo insieme un paio di volte a settimana e mi fermavo a dormire nel suo appartamento dalle pareti bianche, luminoso, moderno, minimalista. Il giorno in cui mi aveva sorpreso con un armadio nuovo di zecca tutto per me, per lasciarvi alcune delle mie cose, il cuore mi si era gonfiato di felicità e di aspettative per tutte le cose belle che avremmo vissuto insieme; e le parole che custodivo ormai da mesi erano affiorate sulle mie labbra, quasi dotate di una vita propria: lo amavo.

L’unica ombra in quei mesi soleggiati era il suo nervosismo ogni volta che mi accompagnava a casa, quella sua necessità di controllarmi dal momento in cui mi svegliavo al momento in cui andavo a dormire, quei suoi scoppi d’ira improvvisi quando in ufficio mi vedeva chiacchierare con qualche collega, quando il mio telefonino squillava, quando i ragazzi delle mie coinquiline, i loro fratelli, qualche vecchio amico di università si fermavano per cena.

Una notte uno dei nostri più cari amici si accampò sul nostro divano, complice qualche bicchiere di troppo e l’inaffidabilità dell’autobus notturno. Quando Barbablù venne a prendermi per andare in ufficio e salì per un caffè veloce si rabbuiò tutto alla vista del ragazzo, ma non disse niente. Quella sera stessa, a casa sua, gridò che ero una bugiarda, che sicuramente lo tradivo, che era stato fin troppo paziente con me, che per quasi due anni avevo abusato della sua buona fede. Gridava e gridava, mentre rompeva metodicamente il suo bellissimo servizio di piatti asimmetrici, uno ad uno, mentre io scappavo via, sconvolta, in uno tsunami di urla e di schegge.

Il giorno dopo Barbablù si era presentato sotto casa con un enorme mazzo di rose rosse e un’espressione contrita, invitandomi a cena per quella sera in un costoso ristorante francese, dove mi aveva regalato un cuore di Tiffany e mi aveva chiesto di andare a vivere con lui, dicendomi che mi avrebbe trattata come una principessa, che meritavo molto di più di una stanzetta in un vecchio appartamento condiviso, che casa sua era casa mia, che non poteva sopportare di non svegliarsi ogni giorno con me al suo fianco e che l’episodio della sera prima era legato semplicemente ad alcuni problemi sul lavoro. Che non si sarebbe ripetuto mai più. Che gli dispiaceva.

Tutti quei dubbi che mi avevano attanagliato il cuore in una morsa di ghiaccio, opprimendomi il petto, si erano sciolti in quell’istante. Ero pronta alla nostra vita insieme, pronta a dividere tutto con lui.

Non ero pronta ad iniziare a mentire a tutti.

A nascondere uno zigomo violaceo con una caduta dalla vasca da bagno, un occhio pesto con uno sportello della credenza in cucina dimenticato aperto, un polso slogato con una caduta sul ghiaccio mentre pattinavo ((che stupida, che distratta, sempre con la testa tra le nuvole, e poi da quando avevo iniziato a pattinare? com’era possibile che un’anta della credenza mi avesse provocato una tale ecchimosi?)

Come, come rispondere a tutte quelle domande, quei punti interrogativi sospesi sulla mia testa come una spada di Damocle?

Come spiegare quella serie continua di incidenti, quella collezione di cicatrici, graffi e lividi, quel pallore estremo, quegli scatti ogni volta che squillava il telefono, quel senso di alienazione e di paura costante?

Tutte queste domande erano seguite da interrogatori costanti, la sera, a casa: perché mi ero fermata più a lungo del dovuto a parlare col mio collega? perché il mio telefono era occupato? perché la mia gonna era così corta? Perché ero distante, perché ero assente, a chi pensavo, perché non lo guardavo in faccia, perché scappavo a dormire sul divano, perché, perché?

E poi tabulati, password, account violati, e quel dolore costante alle ossa e al petto, la perenne paura di tutto e di tutti, la difficoltà a respirare, quella greve pesantezza che mi si era appiccicata addosso come una seconda pelle.

Il desiderio di essere invisibili.

I giorni e le notti trascorsi tra analgesici e sonniferi.

Le amiche rifiutate, la famiglia allontanata. La stanchezza perenne, la convinzione che ci fosse in me qualcosa di sbagliato, che non riuscissi a rapportarmi bene a lui e agli altri uomini, che in un modo o nell’altro dessi sempre l’impressione sbagliata. C’era evidentemente qualcosa, nel mio modo di parlare, di comportarmi, di vestire, che provocava la sua ira, il suo disprezzo.

E il senso di vergogna, quell’ombra pesante sempre al mio fianco.

A volte avrei voluto parlare di quello che mi stava succedendo con la prima persona che mi fosse capitata a tiro  – uno sconosciuto nell’autobus, l’anziana signora col barboncino che incontravo ogni giorno sotto casa – ma un cocktail letale di paura, vergogna e senso di colpa me l’aveva sempre impedito. Per questo lo racconto solo adesso, con gli ultimi pensieri, con gli ultimi respiri, mentre osservo da fuori Barbablù che continua a gridare e a colpire, colpire, colpire un vuoto manichino che un tempo ero io, a terra petali e boccioli mozzati di un mazzo di rose rosse regalatomi da un mio collega per i miei trent’anni che scivolano via insieme ai miei ultimi istanti di vita.
 
 
 
 
 

 
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3 thoughts on “Barbablù, e quella violenza di cui non si parla mai abbastanza

  1. Valentina ❀ says:

    Il racconto è bellissimo e lascia un'aria di tristezza che non saprei descrivere, quest'anno ho visto lo spettacolo della Dandini: Ferite a morte. Che dire? Un giorno potrei incapparci pure io e anch'io ho paura, come tutte le donne, di non saper uscire da questo groviglio.

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  2. Audrey says:

    scrivi molto bene, ma già lo sapevo. l'attenzione su questo tema va sempre tenuta alta e tu l'hai fatto in maniera delicata. condiviso anche sulla mia pagina fb per fare un po' di “passaparola”. come dici tu, non se ne parla mai abbastanza.

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