LibriInValigia#3: Dear Life, Alice Munro

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Se l’estate scorsa è stata l’estate in cui ho scoperto John Fante e Harper Lee, questa è stata l’estate in cui ho scoperto – e amato alla follia, l’unico modo di amare che mi è consono – Alice Munro.
La Munro è un’autrice che aspettavo di “incontrare” da tempo, per motivi diversi, in parte legati alla mia smisurata curiosità nei confronti del racconto – bisogna essere davvero bravi per riuscire a concentrare una storia, per far affezionare il lettore a personaggi e paesaggi e situazioni e far scattare reti di celesti corrispondenze ed empatie astrali in uno spazio fisico ristretto. Dear life mi è capitato tra le mani in uno di quegli istanti di serendipità grazie ai quali la vita riesce ancora a cogliermi di sorpresa, regalandomi larghi sorrisi, ed è stato la coperta di Linus della mia breve estate, trascinato da una spiaggia calabrese all’altra, con la sua incantevole copertina di foglie d’acero rosse ed autunnali, così canadese, così semplice, così rassicurante.
Il Canada è uno dei protagonisti indiscussi dei racconti della Munro: i paesaggi della sua infanzia, scavati dal ricordo, ricostruiti attraverso sensazioni tattili ed olfattive, acquarelli sporchi di fango e foglie autunnali.

La Munro è senza dubbio la regina del racconto. Commovente, sorprendente, mai monotona, la sua scrittura palpita di una vitalità intrinseca che lascia il lettore col fiato sospeso fino all’ultima riga. Le sue parole vivono di vita propria, indulgono in descrizioni lente e raffinate di paesaggi e personaggi a dir poco singolari, esplodono in epitaffi che offrono chiavi di lettura della personalità della sempre schiva Munro, sfuggente anche nei suoi racconti autobiografici.
L’atmosfera delle storie di Dear life è sempre sospesa tra storia e mistero, sogno e realtà, passato e presente, ricordo e immaginazione. Tra i temi cari all’autrice, la malattia mentale, l’alienazione, la solitudine, la condizione del poeta (specie nel caso delle donne), che porta con sé quasi un atavico senso di colpa nei confronti della sua condizione, con echi che richiamano Gozzano e il suo “io mi vergogno d’essere un poeta”.
Gli ultimi quattro racconti – The eye, Night, Voices, Dear life – affrontano temi autobiografici da prospettive mai scontate: ad esempio, nell’ultimo racconto (che dà il nome alla raccolta) la Munro rivive il suo legame di odio-amore con la madre, prematuramente ammalatasi di Alzheimer, partendo da un episodio apparentemente irrilevante: la storia, raccontatale dalla madre stessa, del giorno in cui la loro vicina, un’anziana signora malata di mente, aveva cercato di fare irruzione in casa Munro, dove una spaventatissima signora si era barricata con la piccola Alice dietro il montavivande, after my mother ha grabbed me up, as she said, for dear life, dopo averla afferrata, dopo essersi disperatamente attaccata a lei, sopraffatta dal terrore, dall’imprevedibilità della situazione.
Anni dopo la Munro avrebbe scoperto che casa sua era appartenuta in passato alla famiglia dell’anziana signora – i Netterfield – e probabilmente, nella confusione della sua mente avvolta dalla nebbia dell’infermità, la vicina stava pensando di fare ritorno a casa sua, anzichè fare incursione in casa d’altri. La persona alla quale Alice avrebbe davvero voluto raccontare la sua scoperta sarebbe stata proprio lei, sua madre, portata via dalla malattia. In chiusura, la Munro ricorda con una sorta di distante e rassegnata tristezza di non aver fatto ritorno a casa nell’ultima fase della malattia della madre, nemmeno per il suo funerale. I soldi erano pochi, i bambini erano piccoli. E conclude in modo magistrale:

We say of some things that they can’t be forgiven, or that we will never forgive ourselves. But we do – we do it all the time.

(Diciamo che alcune cose non potranno mai essere perdonate, o che non riusciremo mai a perdonare noi stessi. Eppure lo facciamo – lo facciamo tutto il tempo).

Il racconto che ho amato di più è il primo della raccolta, To reach Japan, la storia di una giovane poetessa, Greta, invitata per la prima volta ad una soirée letteraria, nel corso della quale si sente un’aliena e si ubriaca, finchè un editor non corre in suo aiuto, riaccompagnandola a casa in macchina e confessandole semplicemente: Excuse me for sounding how I did. I was thinking whether I would or wouldn’t kiss you and decided I wouldn’t.
Quel bacio sospeso brucia sulle labbra di Greta nel fluire sempre uguale della sua quotidianità, fatta del marito, di sua figlia Kathy e del suo lavoro.
Quando una coppia di amici le propone di occuparsi della loro casa a Toronto durante una loro assenza, Greta accetta col cuore in tumulto. Peter, suo marito, è fuori per lavoro; a Toronto vive lui, lui dal bacio mai dato, lui dalla moglie pazza rinchiusa in una casa di cura, lui a cui Greta non può esimersi di inviare un messaggio in bottiglia

Writing this letter is like putting a note in a bottle – 
And hoping
It will reach Japan.

Nient’altro, a parte il giorno di arrivo e l’orario del suo treno.
Dopo un viaggio tumultuoso, marcato da un’avventuretta dai pentimenti facili a causa della quale Greta perde sua figlia Kathy per alcune ore, fino a ritrovarla, in pigiama e spaventata, seduta nel passaggio da un vagone all’altro, Greta arriva a Toronto. E, surrealmente, mentre scende dal treno sulla piattaforma, qualcuno le prende le valigie. E la bacia, per la prima volta, in modo deciso e celebratorio.
She didn’t try to escape. She just stood waiting for whatever had to come next.

Come Greta dalle poesie alate e dal cuore in tempesta aspetta sulla piattaforma, guardando con distratta curiosità il sentiero contorto che si è improvvisamente aperto davanti ai suoi piedi in un’esistenza di strade larghe e ben pavimentate, io aspetto con impazienza di leggere una seconda raccolta di racconti della Munro, New Selected stories. E di innamorarmene, magari.

 

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