La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.
 
 
 

 

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6 thoughts on “La carta è più paziente degli uomini

  1. Ophelinha says:

    è stato strano rispolverare quei vecchi diari e ritrovare quei piccoli pensieri appuntati con tanta cura..quasi come se la mia me bambina sapesse che la mia me adulta avrebbe avuto bisogno della sua innocente e inconsapevole saggezza 😉
    un abbraccio*

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